L’evaso

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Francia,anni 30
In un piccolo paese rurale della provincia francese arriva Jean Lavigne, un evaso dal carcere della Cayenna, dove è stato rinchiuso per aver assassinato due uomini politici.
L’uomo decide di stabilirsi in paese abitato da poche anime e trova lavoro presso la vedova Tati Couderc, una donna precocemente invecchiata dal duro lavoro, dalla vedovanza e sopratutto sfibrata dalla lotta con i parenti del defunto marito, decisi a sottrarle la proprietà ereditata.
Incurante dell’ostilità dei parenti e degli abitanti del paese, Tati Couderc assume Jean, dandogli un tetto e del vitto.
Dopo un periodo di diffidenza, Tati sembra legarsi a quell’uomo silenzioso e misterioso e Jean, forse per riconoscenza, forse per affetto sembra ricambiare il sentimento.

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Alain Delon

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Simone Signoret

Così tra i due nasce una relazione, ma Jean nel frattempo allaccia un’amicizia con coinvolgimento amoroso anche con Felicie, una giovane ragazza madre parente di Tati.
La vedova Couderc ben presto capisce che Jean nasconde qualcosa ma decide comunque di difenderlo dalla preoccupata e interessata attenzione dei parenti.
Jean commette l’errore di parlare troppo con Felicie che imprudentemente si sbottona con i genitori; è l’inizio della fine, perchè all’improvviso in paese arriva un esercito di gendarmi che circondano la fattoria di Tati.
Jean muore crivellato dai colpi dei gendarmi e ……

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Ottavia Piccolo

Il regista francese Pierre Granier-Deferre dirige nel 1971 L’evaso, scrivendo la sceneggiatura con Pascal Jardin e adattando un romanzo di Simenon per il grande schermo. Non è un adattamento fedele alla lettera ma è una trasposizione in cui le atmosfere e una nostalgia palpabile pervadono un film che fa dell’ambientazione e della descrizione dei personaggi il suo punto di forza.
L’atmosfera gretta e meschina del piccolo borgo rurale nel quale si svolge la storia, le due vite lontanissime che finiscono per diventare complementari, quelle di Jean e Tati,la malinconica provincia francese fotografata come meglio non si potrebbe da Walter Wottitz contribuiscono a rendere L’evaso un film sicuramente da ricordare.
Se la storia in fondo è semplicissima, va apprezzato il tentativo di Granier-Deferre, autore di alcuni film di ottima fattura come Un battito d’ali dopo la strage, Le chat – l’implacabile uomo di Saint Germain e Il clan degli uomini violenti, di rendere il film visivamente potente, senza curarsi molto della velocità del film.

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Che infatti scorre lentissimo, come il fiume del villaggio o come le vite dei suoi abitanti, meschinamente attaccati al possesso dei beni materiali proprio perchè isolati in una comunità assolutamente chiusa all’esterno, agli altri.
E’ un mondo piccolo e dalle vedute ristrette, quello in cui si trovano a vivere il loro personale dramma i due personaggi del film; il primo, Jean, è un evaso del quale praticamente non sappiamo nulla, se non che ha ucciso due politici e che vorrebbe tornare a casa sua, ma che vedrà il suo destino legarsi a quello di Tati Couderc.
Una donna sola, energica, invecchiata anzi tempo sia dalla solitudine che dal duro lavoro dei campi.
Ma anche dalla tensione, da quel doversi difendere quotidianamente dall’ostilità dei parenti del marito, che le contestano l’eredità ricevuta.

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Tati è ancora una donna in grado di dare e ricevere amore; lo dimostrerà decidendo di non denunciare Jean, anzi, di stringerlo a se nonostante i pettegolezzi feroci dei paesani.
Il terzo personaggio del film è la giovane e selvaggia Felicie, una ragazza madre con un’indole libera ma anche con un cervello da uccellino: sarà proprio lei la causa del finale drammatico delle vite di Jean e Tati.
In tutto questo Deferre ci mette la mano con delicatezza, preferendo allungare smodatamente i tempi narrativi, lasciando quindi allo spettatore la libertà di gustarsi la placida indolenza di una parte di provincia francese assolata e sonnacchiosa in perfetta comunione con i suoi abitanti.
Che però hanno tutti i pregi e maggiormente tutti i difetti di coloro che vivono in una comunità chiusa ed ermeticamente riluttante a qualsiasi novità.

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L’arrivo di Jean turberà quell’equilibrio stagnante fino al finale in cui l’arrivo di moltissimi gendarmi e il sibilo di centinaia di pallottole non squarcerà drammaticamente il silenzio di un piccolo microsmo in precario equilibrio, in nettissimo contrasto con la placida natura che circonda la scena del dramma.
Jean cade senza aver potuto nemmeno sparare un colpo, cade in un’aiuola brulla e desolantemente bruciata dal sole.
Un finale amaro ma se vogliamo ampiamente preventivabile; Jean paga il suo doppio omicidio, paga quel passato oscuro che si porta dietro, ma paga principalmente l’invidia e l’avidità di un pugno di paesani gretti e meschini, così come Tati paga la sua indipendenza, quell’essere ferocemente gelosa della sua indipendenza.
Il grande valore aggiunto del film è rappresentato dalla presenza di due tra i migliori attori francesi della seconda parte del novecento: Simone Signoret e Alain Delon, due volti perfetti per due personaggi dolenti e perdenti.

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La Signoret è uno spettacolo da vedere, Delon è la classica canaglia dal volto umano, un ruolo che l’attore francese replicherà molte volte, sempre fedele al personaggio che si è costruito nel corso degli anni; a loro va aggiunta la bellissima e seducente Ottavia Piccolo che completa il cast di un film decisamente bello e affascinante.
Una nota finale; in Italia il film venne distribuito con il titolo L’evaso in luogo del titolo originale La veuve Couderc, spostando quindi l’attenzione dal personaggio principale di Tati Couderc a quello indubbiamente importante di Jean, un chiaro espediente per avvicinare alla visione del film i numerosi fan dell’attore francese.
L’evaso è un film di facile reperibilità, che nella versione originale ha un fascino ancora migliore, grazie alla musicalità del francese parlato in origine; trasmesso più volte dalle tv private, è disponibile anche in digitale.

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L’evaso
Un film di Pierre Granier-Deferre. Con Alain Delon, Jean Tissier, Simone Signoret, Ottavia Piccolo Titolo originale La veuve Couderc. Drammatico, durata 88′ min. – Francia 1971.

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Regia Pierre Granier-Deferre
Soggetto Georges Simenon – romanzo
Produttore Raymond Danon
Fotografia Walter Wottitz
Montaggio Jean Ravel
Musiche Philippe Sarde
Scenografia Jacques Saulnier
Costumi Jacques Cottin
Trucco Maud Begon

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Simone Signoret: Tati Couderc
Alain Delon: Jean Lavigne
Ottavia Piccolo: Félicie
Jean Tissier: Henri Couderc
Pierre Collet: commissario Mallet
François Valorbe: colonnello Luc de Mortemont
Jean-Pierre Castaldi: ispettore

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Bubù

La bella e giovane Berta lavora in una filanda, sognando come tutte le ragazze della sua età solamente un amore e una vita tranquilla.
Crede di realizzare i suoi sogni il giorno che incontra Bubù, un giovane che dice di lavorare come fornaio.
Ma Bubu non ha alcuna voglia di lavorare e dopo aver fatto facilmente breccia nel cuore della ingenua Berta, la convince a prostituirsi con la scusa che in questo modo avranno presto i soldi per sposarsi.
Berta, innamorata, accondiscende e da quel momento diventa una delle tante ragazze parigine costrette a vendere il proprio corpo per una manciata di denaro.
La vita avvilente che fa la convince sempre più a cercare di uscire dal tunnel nel quale si è infilata e la cosa sembra diventare possibile quando Bubù viene arrestato; Berta, che nel frattempo ha conosciuto tra i suoi clienti il timido Piero, sogna di potersi rifare una vita con lui. Per qualche tempo il sogno sembra potersi realizzare perchè la ragazza torna ad essere una ragazza qualsiasi, innamorata del suo uomo e che fa le cose più innocenti, come una passeggiata o mangiare in compagnia un gelato.
Ma Bubu esce dal carcere e…..


Tratto dal romanzo di Charles-Louis Philippe dal titolo Bubu di Montparnasse e ridotto per lo schermo da Mauro Bolognini nel 1971, Bubu è un film che ricalca quasi fedelmente il romanzo originale dal quale si distingue solamente in qualche cosa che non aggiunge o toglie nulla all’originale scritto da Philippe nel 1901
Un film raffinato, come del resto nella tradizione del regista toscano, che nei due anni precedenti alla realizzazione di questo film aveva diretto il protagonista principale, l’attore Massimo Ranieri, in due film di buon successo, ovvero Metello e Imputazione di omicidio per uno studente.
Bolognini ricostituisce quindi la coppia Massimo Ranieri-Ottavia Piccolo, che così buona prova di se aveva dato in Metello, uno dei grandi successi della stagione 1970 e affida loro i due personaggi chiave della storia, ovvero il timido e impacciato Piero e la ingenua e sprovveduta Berta.

Ottavia Piccolo

Massimo Ranieri e Gigi Proietti

Attorno alle vicende dei due impossibili amanti, Bolognini ricrea l’atmosfera di una Parigi degli inizi 900 vista nei suoi angoli più autenticamente popolari; la tintoria, i boulevard secondari, la squallidissima stanza o le stanze sempre disadorne nelle quali la sventurata Berta riceve i suoi amanti di un’ora si aggiungono ad una visione di una Parigi non di certo da cartolina, come del resto appariva nel romanzo di Phlippe.
E’ questa una delle caratteristiche principali del film di Bolognini, del resto sempre attento nel corso della sua carriera nell’offrire allo spettatore una visione del contesto storico e sociale quanto più aderente possibile all’evento narrato.
Come in Metello o in L’eredità Ferramonti o in Per le antiche scale, l’ambiente finisce per avere una predominanza fortissima;

ma ovviamente il tutto si amalgama nella storia raccontata che ha, al centro dell’attenzione, la vita dei personaggi che animano il film.
In questo caso i personaggi focalizzati e raccontati sono tre; il primo è il classico ragazzo da mauveais rue, il fornaio Bubu, lo squallido corruttore della giovane Berta.
Un uomo privo di ogni regola morale, poco o per nulla attratto dal lavoro che scopre come svangare la giornata nel momento in cui conosce la timida Berta.
La quale è la classica ragazza del proletariato che altro non sogna che l’amore e la famiglia.
Una ragazza già consapevole che nel suo strato sociale altre scelte di vita non sono possibili e che quindi accetta con fatalità la sorte che le viene dalla sua estrazione popolare.
Per amore Berta sceglierà di assecondare lo scaltro Bubu, che le promette il matrimonio ma che la convince anche ad abbreviare i tempi per raggiungerlo nel modo più veloce possibile, ovvero inducendo la disgraziata ragazza alla prosituzione.


Così Berta finisce per diventare una donna perduta, una prostituta che passa da cliente a cliente per racimolare i soldi che il furbo Bubu comunque le estorce e che ben presto si mostrerà per quello che è nella realtà, un pappone che ha scoperto come vivere comodamente senza lavorare.
Il sogno di Berta quindi si dissolve ma riacquista forza il giorno che il suo sfruttatore finisce in prigione; l’affetto sincero di Piero, che la ama e vorrebbe trascinarla fuori dal fango nel quale è caduta sembra davvero essere in grado di compiere il miracolo.
Ma il destino di Berta è segnato e il finale, amarissimo, mostrerà come il sogno della ragazza e di tante altre sue coetanee sia destinato a restare tale.
Accanto alle squallide vicende di Bubu e Berta, appena nobilitate dall’amore disinteressato di Piero, si muove un mondo sordido e corrotto, una Parigi letteralmente divisa in due: da un lato gli eleganti lungo Senna e i giardini curatissimi, la borghesia che sfoggia vestiti eleganti e cappellini, ombrelli finemente ricamati e carrozze, dall’altro le condizioni di vita miserabili del proletariato, lo squallore che diventa emblema assoluto di una classe sociale.
Accanto alla descrizione accurata di Bolognini, vero punto di forza del film che si muove su una sceneggiatura lineare e semplice vincolata com’è dal romanzo breve di Philippe va segnalata la prova maiuscola dei due attori principali.
Ottavia Piccolo, bellissima e intensa, è una Berta credibilissima, quasi francese nel suo essere così naturalmente inserita nella struttura portante del film, quel mondo proletario che ne esalta la virginea bellezza che verrà deturpata proprio dal mondo nel quale vive e dal quale non c’è via d’uscita.


Molto bravo anche Massimo Ranieri, attore credibilissimo capace di dare un’aria di pulizia ad un personaggio che in fondo richiedeva solo questo, ovvero essere in contrasto palese con il mondo sordido nel quale vive Berta.
L’attore napoletano conferma quindi la sua abilità istrionica, così come molto convincenti sono le altre interpretazioni degli altri personaggi del film, a partire da quella dello squallido Bubu interpretato da Antonio Falsi e quella di Gigi Proietti, questa volta sacrificato in un ruolo secondario.


Splendida la fotografia di Guarnieri, adeguate le musiche di Rustichelli.
A margine mi preme sottolineare una cosa, ovvero l’accoglienza fredda, quasi snob riservata al film alla sua uscita.
Il che evidenzia un aspetto paradossale della cinematografia dell’epoca; se si snobba un film di ottima fattura come questo, vuol dire che la critica cinematografica dell’epoca era davvero abituata troppo bene, forse complice la grande statura del cinema italiano dell’epoca, che sfornava capolavori e ottimi prodotti a getto continuo.
Gli ipercritici di allora potessero fare un raffronto con la qualità del cinema degli ulti vent’anni rivaluterebbe il 50% di ciò che venne all’epoca ingiustamente denigrato.

Bubù
Un film di Mauro Bolognini. Con Ottavia Piccolo, Gianna Serra, Luigi Proietti, Massimo Ranieri, Jole Silvani, Marcella Valeri, Brizio Montinaro, Antonio Falsi, Nike Arrighi Titolo originale Bubu. Drammatico- durata 99′ min. – Italia 1971.

Massimo Ranieri… Piero
Ottavia Piccolo … Berta
Antonio Falsi … Bubu
Gigi Proietti … Giulio

Regia: Mauro Bolognini
Sceneggiatura: Mauro Bolognini, Mario di Nardo,Giovanni Testori
Romanzo: Charles-Louis Philippe
Produzione: Manolo Bolognini .
Musiche: Carlo Rustichelli
Montaggio: Nino Baragli
Fotografia: Nino Baragli
Costumi: Piero Tosi

La cosa buffa

Storia di un amore contrastato tra un maestro elementare (Antonio) e Maria Borghetto, figlia di un ricchissimo uomo d’affari veneziano.
Un amore impossibile, alla luce delle differenti provenienze sociali dei due; Antonio è figlio di gente comune, studia all’università ma senza nessuno stimolo mentre Maria vive la sua realtà fatta di un presente senza problemi particolari, nè economici nè d’altro tipo.
La ragazza ricambia subito l’affetto del ragazzo, ma incontra anche l’assoluta intransigenza dei genitori, nettamente contrari ad un’unione che loro malvedono.
Per la figlia infatti hanno in serbo ben altri progetti.

Una deliziosa Ottavia Piccolo è Maria

Gianni Morandi è Antonio

Antonio sembra anche affetto da problemi con l’altro sesso: infatti dopo un incontro con una strana ragazza ungherese che ha a sua volta un problematico rapporto saffico con una sua cugina, esce frustrato dall’esperienza perchè non ottiene un orgasmo.
Non gli va meglio con Maria; la ragazza, nonostante sua madre vegli continuamente, va a trovare il giovane per concedersi anima e corpo.
Infatti proprio sul più bello arriva la terribile madre della giovane a interrempere l’idilio, con conseguenze prevedibili.
Antonio così riprova con la ragazza ungherese, nuovamente interrotto sul più bello questa volta proprio dall’amante della ragazza.

Rosita Torosh e Veronique Darel, le cuginette

Sembra una nemesi, quella del giovane; nessuna donna sembra abbordabile, perchè c’è sempre un intoppo a rendere le cose impossibili.
Nel frattempo il padre di Maria decide di corrompere Antonio, arrivando ad offrirgli molti soldi pur di liberarsi dello stesso.

Un colloquio impossibile

Con un sussulto di dignità, Antonio rifiuta il denaro e deluso ritorna alla sua vita piatta di provinciale.
Tratto dal romanzo di Berto (omonimo) La cosa buffa è realizzato da Aldo Lado nel 1972; lo score precedente a questo film del regista fiumano parla di opere altalenanti.
Passato dall’incerto  La corta notte delle bambole di vetro del 1971, opera d’esordio come regista a Chi l’ha vista morire? ottimo thriller dell’anno successivo, Lado si cimenta con una riduzione cinematografica di un romanzo graffiante di Berto.
Che non fosse aria lo si capisce immediatamente dalla sceneggiatura; laddove il romanzo di Berto punta l’indice sulle difficoltà di relazione tra giovani, divisi anche da cultura e ceto sociale, uniti solo dalle tempeste ormonali e dalla difficile ricerca di un equilibrio personale, Lado non si capisce bene dove vada a parare.

Il film infatti a tratti diventa irritante, come il protagonista assoluto della storia, quell’Antonio che sembra il prototipo del vitellone di provincia che arriva in città convinto di fare strage e che finirà amaramente per tornarsene con le pive nel sacco.
Diventa irritante perchè Lado caratterizza in negativo il personaggio, ben più di quanto faccia Berto nel romanzo e in più affida il ruolo di interprete del maestro/studente a Gianni Morandi, passato dalle canzonette e dai musicarelli a ruoli cinematografici che mostra con chiarezza di non saper o poter padroneggiare.
Così il film si immalinconisce e ben presto perde efficacia e sopratutto smarrisce la rotta.

La forte criticità e l’ironia di Berto vengono stravolte dal regista e trasformate in qualcosa di indistinto: la bravissima Ottavia Piccolo si trova a gestire un ruolo la cui sceneggiatura sembra tagliata più che con l’accetta con un Black and Decker.
Un film scollato, in pratica.

Il tentativo frustrato

Perchè l’atmosfera creata da Berto, la cosa buffa che poi buffa non è e che ha tutto il sapore della tragicità si trasforma sotto la regia di Lado in una cosa quasi comica, o sarebbe meglio dire tragicomica.
Si, d’accordo che un film non può mai rendere l’atmosfera di un romanzo per i motivi mille volte citati, ma stravolgerne completamente il significato limitandosi a riprendere solo i personaggi per renderli involontariamente (quanto involontariamente?) ridicoli è operazione poco lusinghiera.
Dal naufragio in cui ben presto viene a trovarsi il film si salva solo la brava e bellissima Ottavia Piccolo; il suo candore ben si mescola (parlo del film) ai primi pruriti sessuali , che sono quasi assenti nel romanzo.

Amore platonico

La Piccolo si adegua e tira fuori un personaggio ben caratterizzato e credibile, pur nel quadro poco credibile del film.
Naufragio ben più pesante per Morandi, impacciato e poco espressivo, alle prese con un personaggio non nelle sue corde (ma in realtà qual’era il personaggio adatto a lui, cinematograficamente?)
Bene Giusy Raspani Dandolo, bella e sexy Rosita Torosh ovvero la cugina lesbica di Marika, la ragazza ungherese.
In ultimo, citazione per la solita affascinante Venezia, una delle location più usate durante gli anni settanta (ripescata da Lado dopo il successo di Chi l’ha vista morire?), musiche non proprio memorabili del grande maestro Morricone.

Un mesto ritorno all’ovile

La cosa buffa, un film di Aldo Lado. Con Angela Goodwin, Gianni Morandi, Ottavia Piccolo, Dominique Darel, Giusi Raspani Dandolo, Fabio Garriba, Riccardo Billi, Luigi Casellato, Claudia Giannotti, Rosita Torosh
Commedia,  durata 108 min. – Italia, Francia 1972.

Gianni Morandi     …     Antonio
Ottavia Piccolo          …     Maria Borghetto
Angela Goodwin          … La padrona della pensione
Fabio Garriba          …     Benito
Claudia Giannotti         … La sorella di Antonio
Nino Formicola         … Il padre di Antonio
Rosita Torosh         …     Vera , la cugina di Marika
Luigi Casellato          …     Amedeo il barbiere
Riccardo Billi         … Il papa di Maria
Ilario Borghetto – La sorella di Maria
Dominique Darel         …     Marika
Giusi Raspani Dandolo          … La madre di Maria

Regia di Aldo Lado
Dal romanzo omonimo di Giuseppe Berto
Sceneggiatura di Alessandro Parenzo e Aldo Lado
Prodotto da Giovanni Bertolucci
Musiche di Ennio Morricone

Il regista del film, Aldo Lado

Il romanzo di Giuseppe Berto

La soundtrack di Morricone

Colinot l’alzasottane

La storia è ambientata in Francia, in un medioevo cinematografico che ha molti punti di contatto con quello cinematografico italiano; il Colinot picaro francese sembra copiato pari pari da uno dei tanti decamerotici italiani, e le sue gesta altro non sono che la trasposizione d’oltralpe delle avventure dei nostri gaudenti campagnoli che popolarono le novelle erotiche tratte dai racconti di Boccaccio, Aretino e Masuccio Salernitano.

La vera attitudine di Colinot

Ottavia Piccolo è Bergamotte

Nel film Colinot è un giovane allegro, che sembra passare il tempo seducendo in tutti i modi la giovane Bergamotte, sua fidanzata. Durante una festa orgiastica data nel suo piccolo borgo, Colinot, come tutti gli abitanti, si ubriaca e al risveglio scopre che qualcuno ha approfittato della sbronza generale per rapire la bella Bergamotte. Deciso a riprendersi la ragazza, Colinot raccogli le sue poche cose e si mette in viaggio.

Colinot ubriaco

Brigitte Bardot è Arabelle

Bergamotte è stata rapita da tre briganti luridi e straccioni, e riesce a salvarsi dalla violenza carnale solo perchè uno dei briganti la vuole in perfette condizioni; Colinot, che segue le tracce della ragazza si imbatte in uno dei briganti, ferito proprio durante la lite avvenuta nel gruppo. Soccorso l’uomo, Colinot si reca nel più vicino centro abitato e inizia le ricerche della sua amata. In viaggio, Colinot e il suo amico, che lo accompagna, vengono assaliti da due briganti; durante la collutazione l’amico di Colinot rimane ferito, e costringe il giovane a fermarsi in una fattoria. Qui il giovane, mentre si reca ad uno stagno per rinfrescarsi, si imbatte in una spendida fanciulla nuda;la ragazza gli sfugge nel laghetto, lui si nasconde e subito dopo vede arrivare quattro stupende ragazze; fingendosi donna, nascosto in un canneto, le osserva spogliarsi.

Incontri piacevoli nei boschi

E’ l’inizio di un vero e proprio tour de force, che porta il giovane a sedurre in acqua una di loro. Vestito da donna, viene portato nella ricca casa della giovan signora conosciuta in acqua, Ma per Colinot ha inizio anche una tragicomica videnda; il marito della nobil signora si incapriccia di lui, e da quel momento Colinot dovrà fuggire ogni volta che lo incontra. Costretto a scappare, con l’aiuto della gentil donna, Colinot, vestito elegantemente, riprende il suo viaggio: si imbatterà in altre donne, tra le quali una nobile che duella, combatte e vive come un uomo.

Un cavaliere davvero speciale….

Dopo aver tentato di sedurre la di lei figlia, Colinot finisce in carcere, dal quale riuscirà ad evadere grazie proprio alla sedotta. Ripreso il viaggio, Colinot ritrova alla fine la tanto sospirata Bergamotte, e scopre che la donna è andata sposa ad un signorotto locale. Il giovane, deluso, si consolerà ben presto con la ricca e bella Arabelle, che si è infatuata di lui.

Colinot sedotto da Arabelle

Colinot l’alzasottane, uscito in Francia nel 1973 con il titolo L’histoire très bonne et très joyeuse de Colinot Trousse-Chemise, per la regia di Nina Companeez in fondo non si discosta molto da uno dei nostri decamerotici; va detto, però che almeno in questo caso per il film non vennero elemosinati i mezzi tecnici, le location e sopratutto il cast, nel quale figurano la nostra Ottavia Piccolo, che ricopre il ruolo della bella Bergamotte, oltre alle francesi Bernadette Lafont e Nathalie Delon;

L’ultima apparizione cinematografica di Brigitte Bardot

Arabelle, l’affascinante dama che consolerà il giovane Colinot, interpretato da un poco espressivo Jean Claude Druot è la quarantenne Brigitte Bardot, che con questo film, al culmine della sua bellezza matura e sensuale, da l’addio al grande schermo, con 5 minuti finali del film che la vedono nuda e sexy. Film soporifero come pochi, fu un fiasco clamoroso ai botteghini, e guardandolo si capisce il perchè: trama pressochè inesistente, avventure prevedibili, battute zero. A salvare il film da un totale naufragio c’è la bellezza delle protagoniste, tra le quali, come già detto, figura la giovane e affascinante Ottavia Piccolo; il resto  si barcamena tra qualche nudità e i paesaggi francesi, che a ben vedere sono un altro valore aggiunto del film. Troppo poco, comunque, per consigliare all’incauto spettatore la visione di questo film.

Colinot l’alzasottane, un film di Nina Companeez. Con Brigitte Bardot, Bernadette Lafont, Nathalie Delon, Ottavia Piccolo.Jean-Claude Druot
Titolo originale L’Histoire très bonne et très joyeuse de Colinot Trousse-Chemise. Commedia, durata 105 min. – Francia 1973

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Bertrade     Nathalie Delon
Rosemonde     Bernadette Lafont
Il vagabondo     Francis Blanche
Dame Blanche     Alice Sapritch
Bergamotte     Ottavia Piccolo
Blandine     Muriel Catala
Fratello Albaret     Jean Le Poulain
Masnil Plassac     Jean-Claude Drouot
Gagnepain     Rufus
Tournebeuf     Henri Tisot
Colinot     Francis Huster
Arabelle    Brigitte Bardot
Il marito di Rosemonde     Julien Guiomar
Il frate  Hugo     Paul Muller
Lucas     Guy Grosso
Fratello Robichon     Michel Modo

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Nathalie Delon sul set

Colinot l'alzasottane foto 1

Colinot l'alzasottane foto 3La Bardot sul set cinematografico del film

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