5 donne per l’assassino

Giorgio è uno scrittore di successo sposato con Erica, in attesa di partorire.
Al ritorno da un viaggio, l’uomo viene avvisato da una parente che la moglie ha le doglie; ma appena arrivato nella sua villa di Pavia, Giorgio apprende con dolore da Lidia, un’amica di famiglia che è anche la dottoressa che ha assistito Erica durante il travaglio,che la moglie è morta per i postumi del parto.
Il bambino però è nato, e Giorgio, pur affranto, organizza i funerali della moglie.
Lidia informa Giorgio che è sterile, gettando l’uomo nella costernazione; il dubbio sulla fedeltà della moglie inizia a serpeggiare in lui.
Mentre Giorgio è in preda ai suoi dubbi, il bambino appena nato è affidato alle cure di sua zia e del professor Aldo Betti, rinomato pediatra dalla doppia vita ; Betti infatti, pur sposato, non si fa scrupolo nel tradire sua moglie che dal canto suo non sembra essere particolarmente interessata alla vita del marito.


Intanto in città, in curiosa concomitanza con questi avvenimenti, un misterioso serial killer semina il terrore tra le donne in stato di gravidanza, alcune delle quali vengono orrendamente uccise con un taglio che va dal pube all’ombellico.
Lo stesso killer lascia sui corpi delle sventurate vittime un misterioso segno di riconoscimento, un simbolo raffigurante la fertilità.
Una dopo l’altra vengono uccise Tiffany, Oriana e Sofia, tutte in qualche modo legate alla clinica dov’è avvenuta la tragica moglie di Giorgio.
Il quale, dal canto suo, diventa il primo sospettato dei delitti. Ma ben presto si capisce che Giorgio è estraneo alla storia, anche perchè è il primo a soccorrere Lidia, anch’essa vittima di una aggressione.


Ma la vicenda sta per ingarbugliarsi; il commissario che segue le indagini decide di tendere una trappola al killer, usando la collaborazione di Giorgio e scoprendo che Erica non è morta di parto, ma è stata uccisa e che anche sul suo pube il misterioso assassino ha tracciato un rudimentale simbolo di fertilità.
L’assassino sarà scoperto grazie anche a questo particolare, ma le sorprese non sono finite…
Il genere thriller non è nelle corde di Stelvio Massi, uno dei migliori registi di genere del cinema italiano, autore di discreti prodotti riconducibili al poliziesco all’italiana come La legge violenta della squadra anticrimine ,Mark il poliziotto spara per primo,Mark il poliziotto, Un poliziotto scomodo, Poliziotto senza paura,Il commissario di ferro.

Ilona Staller

Pur dotato di una buona sceneggiatura, 5 donne per l’assassino è un thriller modesto penalizzato da un’incredibile mancanza di tensione e da una recitazione estremamente approssimativa, nonostante nel cast figuri nientemeno che Giorgio Albertazzi.
Un vero peccato, perchè in mano ad uno specialista questo film avrebbe potuto avere ben altro risultato e sopratutto ben altro esito ai botteghini.
Siamo nel 1974, e il genere thriller, pur abbondantemente sfruttato continua a tirare anche se di li a poco il filone si sarebbe andato lentamente esaurendo; Massi, reduce dal discreto successo di Squadra volante, allestisce alla bene e meglio un cast fatto essenzialmente di comprimari, in cui l’unico nome di sicuro spicco è proprio quello di Albertazzi .
La miscela scelta da Massi privilegia più la brutalità delle scene, peraltro girate in maniera approssimativa, con abbondanti scene di nudo, facendo spogliare a turno Ilona Staller, che nelle poche sequenze in cui resta in vita il suo personaggio sembra essere allergica ai tessuti e le altre starlet che compongono il cast.


Si spogliano tutte, da Pascale Rivault (la dottoressa amica di Erica e Giorgio) e Gabriella Lepori cosi come Catherine Diamant; inutile dire che le attricette appaiono espressive solo senza vestiti, perchè la recitazione latita in maniera preoccupante contribuendo non poco alla scarsa credibilità della pellicola stessa.
Stelvio Massi non riesce in nessun momento a creare tensione, limitandosi a snocciolare sequenza da sbadigli, intervallate dagli omicidi abbastanza feroci ma racchiusi in pochi minuti di priezione, lasciando il resto del film a galleggiare nell’anonimato; il finale riscatta in qualche modo il film, riuscendo a salvare dalla bocciatura totale il prodotto stesso.

Howard Ross

Pascale Rivault

In quanto alle varie componenti del film, le musiche sono imbarazzanti, la fotografia appena sufficiente e tutto il resto assolutamente dimenticabile.
Fra i tanti thriller del periodo d’oro, questo è uno dei più anonimi e deludenti; agli amanti del cinema anni settanta ricordo che la pellicola è di difficile reperibilità e che le uniche versione ridotte dal 35 mm sono riconducibili a vecchie VHS, mentre non sono riuscito a trovare versioni digitali o ricavate da rippaggi via satellite. Il che è attribuibile anche alla presenza nel film, come già accennato, di scene abbastanza forti anche per il genere thriller.

 Cinque donne per l’assassino

Un film di Stelvio Massi. Con Giorgio Albertazzi, Howard Ross, Ilona Staller, Katia Christine,Francis Matthews, Pascale Rivault, Lorenzo Piani, Catherine Diamant, Gabriella Lepori, Carla Mancini, Edmondo Sannazzaro Giallo, durata 95′ min. – Italia 1974.

Francis Matthews …Giorgio Pisani
Pascale Rivault … Dottoressa. Lidia Franzi
Giorgio Albertazzi … Professor Aldo Betti
Howard Ross …Commissario
Katia Christine … Alba Galli
Catherine Diamant … Oriana
Gabriella Lepori … Sophia
Maria Cumani Quasimodo …Zia Marta
Tom Felleghy …Editore
Ilona Staller … Tiffany

Regia Stelvio Massi
Soggetto Roberto Gianviti, Gianfranco Clerici
Sceneggiatura Roberto Gianviti, Gianfranco Clerici, Vincenzo Mannino
Produttore Carlo Maietto
Casa di produzione Thounsand Cin.ca (Roma); Les Film La Boétie (Paris)
Distribuzione (Italia) Alpherat
Montaggio Maurizio Bonanni
Musiche Giorgio Gaslini
Scenografia Sergio Palmieri
Costumi Sergio Palmieri
Trucco Bianca Verdirosi

La mano che nutre la morte

In una tradizionale villa con annessa tradizionale cripta si aggira la figura velata di Tania Nijinski: la donna è rimasta sfigurata in un incidente nel laboratorio della villa di proprietà di suo padre Ivan Rassimov. Suo marito, il professor Nijinski, continua l’opera intrapresa dal suocero con l’intento doppio di portare a termini gli studi di Rassimov e contemporaneamente trovare una cura che rigeneri i tessuti dell’epidermide ottenendo così una soluzione alla devastazione del volto di Tania.

All’interno del maniero alloggia da qualche tempo la giovane Katiuscia che ufficialmente risiede nella casa per svolgere ricerche per un libro, ma che in realtà cerca prove della scomparsa di sua sorella aiutata in questo da Fjodor, che inutilmente ha tentato di convincere il riottoso responsabile della legge nel vicino villaggio a interessarsi al caso. Il poliziotto in realtà non ha alcun interesse a inimicarsi nè Nijinski ne sua moglie Tania, per cui le ricerche avvengono molto blandamente.

Ma cosa succede realmente nella villa? Nijinski per trovare una cura utilizza corpi di donne, quindi effettivamente il dottore è responsabile della scomparsa della sorella di Katiuscia: i suoi tentativi ottengono finalmente il successo sperato ma accadono altre cose…

Una coppia di giovani, Masha e Alex, di passaggio in zona ha un incidente di carrozza e trova rifugio presso il castello. Per Nijinski è l’occasione tanto attesa: uccide Masha e ne preleva il tessuto epidermico innestandolo sul volto della moglie, ma non vivrà abbastanza per godersi il trionfo perchè….

La mano che nutre la morte, per la regia di Sergio Garrone esce nelle sale italiane nel 1974; siamo di fronte ad un film realizzato in strettissima economia con metà del budget utilizzato per il cachet di Klaus Kinski, eppure sorprendentemente interessante. Merito della buona mano del regista che riesce a manipolare una sceneggiatura equilibrata anche se non originale utilizzando il poco che ha a portata di mano, senza utilizzare effetti splatter (le scene nel laboratorio sono davvero realizzate con poco) e senza usare a sproposito l’elemento erotico.

Pure alla fine il prodotto risultante è gradevole, grazie all’abilità del regista che fino ad allora aveva diretto principalmente western all’italiana come Django il bastardo e Bastardo, vamos a matar; il buon risultato del film lo spingerà poco più tardi a dirigere un film sulla flasariga di questo, intitolato Le amanti del mostro.

Nel cast troviamo un Klaus Kinski sorprendentemente misurato, che recita quasi con il freno a mano tirato mentre sicuramente affascinante è Katia Christine,l’attrice olandese comparsa in diversi ruoli di supporto in film di inizi anni 70 come La vittima designata o La prima notte del Dottor Danieli, industriale col complesso del… giocattolo. Di Marzia Damon si apprezza principalmente qualche apparizione senza veli.

Curioso il nome del professore padre di Tania: Ivan Rassimov infatti è uno degli attori più eclettici del cinema di genere anni 60-70. Può valere la pena cercare una versione accettabile in dvx di questo film oppure aspettare con molta pazienza che capiti su qualche tv privata; se cercate in rete vedrete che è possibile trovarlo in streaming.

La mano che nutre la morte,un film di Sergio Garrone. Con Klaus Kinski, Katia Christine, Marzia Damon, Carmen Silva, Stella Calderoni, Romano De Gironcoli, Alessandro Perrella, Carla Mancini, Luigi Bevilacqua, Bruno Arié, Osiride Peverello, Amedeo Timpani, Pasquale Toscano Fantascienza, durata 85 min. – Italia, Turchia 1974.

Klaus Kinski     …     Prof. Nijinski

Katia Christine          …     Masha / Tanja Nijinski

Marzia Damon          …     Katja Olenov

Stella Calderoni          …     Sonia

Alessandro Perrella     …     Feodor

Ayhan Isik     …     Alex

Regia: Sergio Garrone

Sceneggiatura: Sergio Garrone

Produzione: Amedeo Mellone, Claudio Sinibaldi

Musiche:  Stefano Liberati, Elio Maestosi

Editing: Cesare Bianchini

Costumi: Amedeo Mellone

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Tardo gotico che assembla: un mad-doctor (il convincente Kinski) in vena di esperimenti sulla pelle di giovani vittime, al fine di recuperare la bellezza perduta della donna amata; la solita coppietta con carrozza accidentata, costretta a trovar riparo nella casa del folle; una scrittrice che rimèmbra lo scopritore del trapianto, tale dott. Marshall (Rassimov); tanta faciloneria, nello stile d’un Garrone che è però già eccessivo (come dimostrerà nei Nazi e nei W.I.P.) e non lèsina Sex&Violence, ingredienti abbondantemente sparsi lungo i 90 minuti della pellicola. Discreta la colonna sonora.

La cosa più grandiosa di questo film e del suo gemello Le amanti del mostro è il coraggio di Garrone nel negare che i due film siano gemelli: cast, staff tecnico e canovaccio (il mad doctor) identici, e scene che si ritrovano nell’uno e nell’altro… Vecchiotto come concezione già al periodo, poverissimo, desolante nei generici (turchi), imbarazzante nel cast (tranne, s’intende, il grande Klaus), in breve un disastro. Avvistabile la musa del Legnani?

Miserrima coproduzione italo-turca, girata con sciatteria desolante, eguagliata solo da certi gotici spagnoli tipo Il mostro dell’obitorio. Kinski, ennesimo mad doctor, è vano e svogliato, la Christine inespressiva, i due comprimari turchi (Isik e Tas) pessimi. Un minimo accenno di recitazione proviene solo dalla graziosa Caterina Chiani aka Marzia Damon, protagonista pure di una focosa sequenza lesbo: unico sussulto di tutto il film.

Gotico italiano di scarso valore incentrato su una serie di situazioni trite e ritrite tra cui l’assunto principale della storia che si fonda sul solito scienzato pazzo che fa esperimenti ai danni di belle e sprovvedute fanciulle. Tutto già visto ed il peggio è la grossolanità dell’insieme (fatta eccezione per gli effetti truculenti che sono più curati della media). Per il resto la noia fa capolino in più di un momento. Tuttavia è leggermente, ma di poco, al di sopra dell’indecenza.

Forse questa suonerà ai più come un’eresia, ma io non l’ho trovato così male, questo film. Oltre alla presenza di Kinski vi sono da segnalare nel cast la regale Katia Christine (doppiata superbamente da Vittoria Febbi), i particolari splatter (molto audaci per l’epoca) dell’operazione chirurgica, le musiche. Poco sesso tranne una spinta scena lesbica, ottimo il doppiaggio eseguito dalla c.d.c. (e questo non è poco). Io mi sento di consigliarlo.

Poverissimo gotico di serie C, i cui unici elementi positivi risiedono nella buona interpretazione di Kinski, nella quasi accettabile colonna sonora e in alcune rare inquadrature riuscite (Kinski con la bambola). Tecnicamente modestissimo, con discontinuità varie nel montaggio e nella fotografia, squallido nelle location (una sequenza è ambientata in villaggio western) e diretto in maniera più che svogliata. Gore abbondante ma casareccio, nonostante la firma di Rambaldi. Cultissime le zoomate sulla tomba di Ivan Rassimov (!). Mediocrissimo.

Non malaccio questo orrore, buona la prova di Kinski mentre il resto del cast è perlomeno discutibile. Negli anni 70 furono prodotte diverse schifezze, mentre questo, pur mostrando degli enormi limiti, riesce comunque a farsi apprezzare. Trama banale e già vista, ma film che se la cava.

E riecco il grande Klaus nei panni del mad doctor che si lancia in folli esperimenti sul corpo umano. Horror gotico poverissimo, ha comunque dei notevoli picchi nelle scene splatter e il cast femminile (su cui svetta una fantastica Katia Christine) è di quelli che da solo può giustificare una visione. Non male, dopo tutto, anche se la scena lesbo era francamente gratuita ed evitabile. Buone le musiche. Insomma si può vedere.

La mano che nutre la morte locandina 1

La mano che nutre la morte locandina 2

La mano che nutre la morte locandina sound

Prigione di donne

Ingresso alle celle di un carcere femminile.
Martine, una studentessa francese, guarda attonita la fila di celle che la circonda e rivive i momenti che hanno preceduto il suo arrivo e la sua detenzione nel carcere.
La giovane, una studentessa giunta a Roma per motivi di studio, gironzola con una sua amica tra le rovine della città eterna ed entra in una grotta dove ci sono dei giovani che stanno utilizzando droga.
L’arrivo della polizia fa si che uno di essi infili delle bustine di stupefacenti nella tasca del vestito di martine, che nel frattempo viene fermata, arrestata e tradotta in questura.

Martine Brochard interpreta Martine

Nonostante proclami la sua innocenza, la giovane viene portata in carcere, dove inizia la sua odissea.
Viene infatti sottoposta ad un’umilante ispezione corporale e spedita in una cella in compagnia di detenute per vari reati.
Qui Martine fa conoscenza con Susanna, una prostituta che è anche la più violenta della cella, leader del gruppo di detenute, con Gianna che è una “mammana” ovvero una persona che pratica aborti clandestini, con Grazia, una detenuta politicizzata.

La doccia delle detenute

Le condizioni di vita delle detenute sono disumane; angariate dalle superiori e da suore che hanno poca pena sia delle anime sia dei corpi delle stesse detenute, le donne diventano molto più ciniche e disumane proprio in virtù del trattamento che subiscono.
Le stesse alla fine attuano una serie di  vendette nei confronti delle secondine e delle superiori; adulterano il cibo, denudano una delle suore più giovani umiliandola e costringendola a girare completamente nuda e via dicendo.
Susanna promuove una rivolta per ottenere un miglioramento delle condizioni di vita, ma la rivolta tessa finisce nel sangue; sarà Grazia a pagare quando, inseguita dai poliziotti che nel frattempo hanno sedato a manganellate la rivolta, deciderà di suicidarsi pur di non tornare in cella.
Martine, ancora una volta innocente in quanto ha tentato in tutti i modi di frenare la rivolta, viene inviata con Susanna, Gianna ed altre in un carcere di massima sicurezza, dal quale però uscirà quasi subito essendo stata riconosciuta la sua estraneità alla vicenda originale che l’ha portata in carcere, ovvero la detenzione della droga.
E’ una donnamolto più matura quella che lascia il penitenziario e sale su un traghetto, guardando con pietà il carcere nel quale ci sono ancora le sue compagne di sventura.

La terribile madre superiora

Prigione di donne è un WIP, women in prison, un genere cinematografico che ebbe un certo successo ambientato sempre all’inetrno di carceri e penitenziari femminili; si distingue dagli altri numerosi cloni per una certa sobrietà sia nello stile del racconto sia per la quasi totale assenza di una delle componenti che caratterizzarono molti film del filone, ovvero le immancabili sequenze saffiche tra detenute.
La componente erotica è limitata ad un paio di scene peraltro molto caste, come la sfida lanciata da Susanna che inscena una finta masturbazione a tutto vantaggio di una guardia di custodia e a qualche immancabile scena di docce comuni.

L’ispezione corporale

Il film ha anche l’ambizione di denunciare il trattamento subito dalle detenute nelle carceri, e quà fallisce un pò l’obiettivo per eccesso di zelo.
Brunello Rondi, regista molto controverso, autore di film smaccatamente erotici come I prosseneti e Velluto nero, ma anche di film di discreta fattura come Ingrid sulla strada, è troppo smanioso di conferire alla sua pellicola una patente di credibilità e mette troppa carne al fuoco.

Lo strip improvvisato da una delle detenute

Il film così assume a tratti caoticità mescolata ad una denuncia forte ma anche esagerata delle condizioni di vita delle detenute; le secondine, le suore, il personale del carcere, il commissario, l’avvocato finiscono per essere caratterizzati in senso negativo e ciò nuoce alla credibilità del film stesso.
La scena del sicidio di Grazia, con tanto di tv pronta a sciacallare sull’evento con una diretta in cui il cronista altro non aspetta che la morte della ragazza per fare audience è molto forzata, così come esagerata è la recitazione della pur brava (e bellissima) Marilu Tolo che interpreta Susanna.

L’oltraggio alla giovane suora, l’attrice Cristine Galbò

L’attrice romana dà un tono di isterismo al suo personaggio francamente irritante; molto più posata Martine Brochard che interpreta la svagata Martine, colpevole solo di essersi trovata nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
Le altre attrici, fra le quali segnalo Cristine Galbò che interpreta la giovane suora, Erna Schurer che interpreta l’equivoca Gianna e Katia Christine, che da corpo al personaggio tragico di Grazia fanno il loro dovere con professionalità.

La sequenza della morte di Grazia, l’attrice Katia Christine

Competano il cast Corrado Gaipa, il magistrato, Luciana Turina qui nelle vesti di una suora, Maria Pia Conte che interpreta l’amica di Martine che si guarda bene dall’intervenire al momento dell’arresto della stessa e Andrea Scotti, l’antipaticissimo poliziotto che interroga Martine facendo pistolotti abbastanza surreali sui francesi e sugli studenti che potrebbero stare a casa loro senza importunare la gente per bene.
Un film di buona fattura quindi, ben sceneggiato e ben diretto, con momenti abbastanza felici mescolati ad esagerazioni sceniche, che però non inficiano sulla buona riuscita del film, che in fondo è abbastanza interessante e coinvolgente.
Prigione di donne, un film di Brunello Rondi. Con Marilù Tolo, Martine Brochard, Erna Shurer, Andrea Scotti, Erna Schurer, Lorenzo Piani, Corrado Gaipa, Aliza Adar, Katia Christine, Luciana Turina, Christine Galbo
Drammatico, durata 90 min. – Italia 1974.

Aliza Adar

Marilu Tolo


Martine Brochard    Martine Fresienne
Marilù Tolo    …     Susanna
Erna Schürer    …     Gianna
Katia Christine    …     Grazia
Cristina Galbó    …     La giovane suora
Isabelle De Valvert    …     Isabelle
Aliza Adar    …     La detenuta di colore
Luciana Turina    …     Suora
Maria Cumani Quasimodo- Suor Ursula, la madre superiora
Maria Pia Conte    …     L’amica di Martine
Felicita Fanny    …     Una detenuta
Corrado Gaipa    …     Magistrato
Giovanna Mainardi…      Secondina
Anna Melita    …     Una hippie
Lorenzo Piani    …     L’hippy tossico
Jill Pratt    …     La madre di Martine


Regia: Brunello Rondi
Sceneggiatura: Brunello Rondi, Leila Buongiorno, Aldo Semeraro
Prodotto da: Pino De Martino
Musiche: Alberto Verrecchia
Film Editing : Giulio Berruti
Costumi: Oscar Capponi

 Prigione di donne locandina 1

Prigione di donne lc 2

Prigione di donne lc 1

Prigione di donne foto 2

Prigione di donne foto 1

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI


Uno dei primi e più riusciti (causa professionalità del regista e degli interpreti) Women in Prison di stampo italiano. Incentrato sulle vicende della nuova introdotta all’interno d’un carcere femminile, che devo sopportare ogni tipo di vessazione, a cominciare dalle ispezioni intime (decisamente forti nella versione integrale). Il tema predominante (ovvero il sesso) è esplorato in maniera distorta, come già era accaduto in un altro dramma, sempre siglato da Rondi (Valeria Dentro e Fuori, 1972). Sicuramente un titolo di punta nel genere…

Nobile assunto, ma film indeciso (fra denuncia civile e concessione all’erotismo, fra recitazione composta – la Brochard – e quella eccesivamente sguaiata – la Tolo, eccetera). Calcare troppo sugli aspetti di denuncia (penso alla figura della Cumani Quasimodo), rischia di cadere nel grottesco, nel non credibile, e quindi nel non far arrivare a bersaglio la denuncia. Gineceo favoloso: oltre alle citate, la Schurer, la Christine (sì! La vittima designata) e la Galbó (sì! Gli orrori del Liceo).

Avvalendosi della consulenza alla sceneggiatura del criminologo Semerari, Rondi getta un’occhiata polemica contro il sistema carcerario e mediatico, ma nello stesso tempo cede ai richiami del wip puro – nudi, ispezioni corporali, secondine sadiche, docce, masturbazioni, lesbismo, rivolte – per il quale dispone di una nutrita manovalanza femminile, ben caratterizzata nel fisico e nell’animo: innocente e sensibile la Brochard, burina romantica la Tolo, ribelle la Christine, vezzosa la Schurer; al di là delle sbarre, una ieratica Cumani e una fragile Galbò. Acconce musiche di Verrecchia.

Women in prison di quelli teoricamente a mezza strada tra le nobili intenzioni e le concessioni al pubblico. In realtà il lato sociale è piuttosto debole, con le solite accuse al sistema che opprime le donne eccetera; ed anche a livello exploitation il film non mi ha convinto più di tanto. Certo si tratta di un film vitale, forse persino troppo con queste donne che non fanno altro che fare caciara appena possono; ma nel complesso l’ho trovato deludente

Film su donne in prigione che per la prima volta anzichè puntare unicamente su sesso e violenza dà spazio anche a una – ridicola – denuncia sociale. Certe scene sono talmente esagerate da far ridere, vedi quando Christine chiama e chiede di parlare col presidente della repubblica (sic!) o la rivolta fatta da donne spogliate a forza. Mediocre, considerando anche il livello delle altre pellicole italiane (e estere) su questo (per fortuna oggi tramontato) sottogenere.

Di forte impatto emotivo, ma non travolgente come altri film dello stesso regista, forse anche perché la protagonista sembra un pesce fuor d’acqua e la si apprezza più che altro per la sua caparbietà a difendersi e a credere in una giustizia. Vincono la Tolo, con le sue espressioni sprezzanti e sarcastiche, i visi truccati della Schurer e la meraviglia strabiliante della Christine… Sembra che Rondi l’abbia fatto apposta a far torturare la più bella…

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 49 follower