Appassionata

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Emilio Rutelli, un dentista e sua moglie Elisa sono sposati da anni, ma il loro matrimonio regge su un equilibrio precario; la donna infatti è preda di terribili crisi nervose, originate dal fatto di aver dovuto lasciare la sua carriera di pianista per diventare moglie.
E anche mamma, visto che la coppia ha una figlia poco più che adolescente, Eugenia.
Che è anche uno dei problemi della coppia, visto che la ragazza è legata da un affetto non solo filiale a suo padre, oltre che essere morbosamente gelosa di sua madre.

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Valentina Cortese

Un giorno l’amica del cuore di Eugenia, Nicole, una rampolla di ottima famiglia (è figlia di un diplomatico) durante una seduta nello studio di Emilio fingendosi stordita dall’anestesia si concede al dentista.
Ovviamente lo scafato e maturo Emilio capisce che si tratta di una finzione, ma non resiste al fascino della giovane studentessa, iniziando con lei una tresca clandestina.
Ma Eugenia intuisce il rapporto tra la sua amica e il padre e decide di inserirsi nella storia.

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Approfittando della momentanea assenza di sua madre, ricoverata in una clinica in seguito all’ennesima crisi nervosa, una sera si intrufola nel letto del padre fingendosi Nicole.
Emilio intuisce, ma non ha il coraggio di rifiutare le avance della figlia, così il giorno dopo non può far altro che osservare la figlia e la giovane amante andare a scuola come se nulla fosse.
Film pieno di buone intenzione, questo Appassionata, diretto da Gianluigi Calderone nel 1974, quasi tutte naufragate sugli scogli che incontra durante il suo svolgimento; che è lento, abulico e mortalmente noioso sopratutto nei dialoghi quasi sempre banali e adeguati al clima soporifero che avvolge la pellicola.

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Forse le intenzioni del regista ligure, in seguito trasformatosi in un regista televisivo di valide qualità erano legate ad un discorso di denuncia del livello di degrado morale della borghesia, forse intendeva rappresentare un dramma borghese incentrato sul drammatico tema dell’incesto e del rapporto uomo maturo/ adolescente.
Fatto sta che alla fine non solo tutto appare sospeso in una nebbia fittissima di problemi irrisolti e cose non dette ma ci si accorge che il film ha narcotizzato i sensi dello spettatore, che fa qualche sobbalzo sulla poltrona solo quando la Gorgi si spoglia generosamente o quando si vedono le generose forme della Muti in penombra.

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Eleonora Giorgi

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Ornella Muti

Le due attrici, quasi coetanee, sono acerbe almeno fisicamente ma in grado di reggere la scena, così come Ferzetti, grande attore, che riesce a conferire spessore e dignità al personaggio tutto sommato abbastanza squallido del dottor Rutelli.
Ma il resto è da dimenticare, inclusa la solita, nevrotica interpretazione di Valentina Cortese che per l’ennesima volta va oltre le righe conferendo al suo personaggio più che le stigmate della donna esaurita quelle della pazza totale.
Appassionata è un film di difficile reperibilità; oltre qualche riduzione da vecchie VHS non si trovano in rete versioni digitali decenti.
Il che rende davvero indigesta la visione di un film poco interessante, noioso e decisamente datato.

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Appassionata, un film di Gianluigi Calderone. Con Gabriele Ferzetti, Valentina Cortese, Eleonora Giorgi, Ornella Muti, Ninetto Davoli, Carla Mancini, Renata Zamengo Drammatico, durata 95′ min. – Italia 1974.

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Gabriele Ferzetti … Dr. Emilio Rutelli
Ornella Muti … Eugenia Rutelli
Eleonora Giorgi … Nicole
Ninetto Davoli … Il ragazzo del macellaio
Valentina Cortese … Elisa Rutelli
Renata Zamengo … Assistente di Rutelli
Carla Mancini … Cliente dal dentista

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Regia Gianluigi Calderone
Soggetto Sandro Parenzo, Gianluigi Calderone
Sceneggiatura Sandro Parenzo, Mimmo Rafele, Gianluigi Calderone
Produttore Galliano Juso
Casa di produzione Cinemastar
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Armando Nannuzzi
Montaggio Nino Baragli
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Luciano Spadoni
Costumi Wayne A. Finkelman

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Dimenticare Venezia

Una comunità tutta al femminile vive in una fattoria veneta; ci sono due giovani donne , Claudia e Anna, zia Marta e la balia/servitrice della casa l’anziana Caterina.
Le quattro donne convivono senza grossi problemi.
Anna è in pratica colei che si occupa della fattoria, dei raccolti e della gestione vera e propria della casa che è di proprietà di Marta una ex cantante lirica a riposo dal bel passato e dal carattere gioviale.
Claudia invece è un’orfana accolta nella casa e che lavora come maestra insegnando ai bambini del vicinato e gestendo anch’essa la fattoria alla quale presta  la sua opera.

Marta ha un fratello, che ha vissuto con lei per molto tempo, prima di trasferirsi a Milano per impiantare un’attività di vendita di auto d’epoca.
L’uomo, Nicky, arriva nella fattoria con il compagno Picchio, che è un suo meccanico e che è legato a lui da un legame sentimentale.
L’arrivo dei due uomini porta una ventata di novità nella vita abitudinaria delle donne che abitano la fattoria e porta sopratutto a Nicky un malinconico “amarcord” della sua vita passata, quando da bambino scorazzava felice per i campi.
L’uomo ricorda quindi le sue prime pulsioni sessuali, l’amichetto assatanato che spiava le contadine che facevano il bagno nel fiume, tutta un’infanzia in fondo felice trascorsa in un posto ameno e vissuta con l’ingenuità tipica del bambino prima e adolescente poi.

Durante una festa matrimoniale a cui partecipano tutti gli abitanti della fattoria, Nicky incontra proprio il vecchio amico Rossino, quel bambino che gli aveva in qualche modo rivelato il mondo della sessualità, oggi sposato e padre di cinque figli.
Durante la festa, Rossino chiede a Marta di cantare arie del suo passato canoro, ma lo sforzo evidentemente (unito all’emozione) si rivela fatale per la donna; appena tornata alla fattoria la donna è colpita da un infarto e muore.
E’ come se l’incanto e la magia del passato venissero di colpo cancellati, lasciando il posto all’amara consapevolezza che il tempo è irrimediabilmente passato.
Privi del punto di riferimento di Marta, il vero collante che univa tutti, gli occupanti della casa decidono di trasferirsi.
Picchio, che è ormai in profonda crisi sentimentale con Nicky, porta con se Claudia e Anna (con la quale ha tentato di avere invano un rapporto sia sentimentale che sessuale), la vecchia balia Caterina decide di trasferirsi da un parente e l’ormai solo Nicky resta nella fattoria, indeciso sul da farsi, forse ancora legato a quel mondo ormai completamente dissolto che lo àncora al passato…

L’infanzia e l’adolescenza sono periodi bellissimi, indimenticabili e purtroppo irripetibili; se il ricordare i bei tempi passati può significare tuffarsi in un mondo ingenuo e incantato e conseguentemente guardare ad essi con un vena di sottile rimpianto, vivere in funzione di essi, rifiutarsi di crescere o peggio, pensare che si possa vivere in una specie di limbo incantato è un qualcosa che rischia di trasformarsi in una prigione di ricordi dalla quale si può uscire solo a prezzo di scelte dolorose e dell’obbligatorio passaggio all’età adulta.
I quattro personaggi principali di Dimenticare Venezia sono omosessuali, quindi vivono una situazione che già di per se tende ad allontanarli da quella che è la comunità dei “normali”, anche se poi in fondo la loro omosessualità è colpevolizzata solo dai soggetti che la vivono come una condizione in cui predomina il disagio.
Claudia e Anna, Nicky e Picchio in qualche modo si assomigliano sopratutto perchè tendono a rifugiarsi nel mondo dell’infanzia a scapito di un’età anagrafica ben lontana da quella dell’adolescenza
Forse non accettano la loro condizione di gay e lesbiche, forse sentono su di loro il peso di un rapporto che la società considera contro natura.
Non dimentichiamo che siamo sul finire degli anna settanta e che se la società ha fatto passi da gigante nel campo delle conquiste sociali (divorzio e aborto, pari dignità fra uomo e donna), i pregiudizi sull’omosessualità sono ancora profondamente radicati.
Colpa di tabù atavici, colpa anche dell’educazione religiosa repressiva della sessualità intesa già nella sua forma “normale” come sporca e moralmente discutibile, colpa di una società che non accetta il diverso in nessuna forma, che sia una diversità fisica (handicap di tutti i generi) o che sia una diversità sessuale.
Franco Brusati racconta tutto questo in un film che si sposta impercettibilmente su vari fronti, portando in scena i ricordi e il disagio, l’infanzia e l’età adulta, l’amicizia e l’amore; lo fa adottando uno stile narrativo che sembra rifarsi al cinema di Visconti o a quello di Bergman, quanto meno nelle atmosfere, nella scelta della lentezza dei dialoghi introducendo anche il meccanismo della ripresa dei ricordi con il personaggio fisicamente presente sulla scena, in una specie di sdoppiamento tra l’io presente e quello del passato.
Emblematica è la sequenza dei ricordi di una festa di compleanno di Marta, in cui Nicky è seduto sulla scala e guarda passare sua sorella Marta a cui è stata preparata una bellissima e intensa festa a sorpresa.

Eleonora Giorgi

Mariangela Melato

Lo snodo principale del film è probabilmente questo, il momento cruciale in cui il peso dei ricordi deve fare i conti con il presente, con l’età adulta dei protagonisti che oscuramente sentono di dovere un pesante tributo proprio alla loro adolescenza.
Il tempo però non lo si ferma, i ricordi devono restare tali per poter vivere il presente.
Un presente che è la somma algebrica di ciò che abbiamo fatto e di ciò che eravamo a cui va obbligatoriamente aggiunto il carico delle esperienze presenti; e che deve tener conto che, per dirla alla Rossella O’Hara “dopotutto domani è un altro giorno”, ovvero il chiudere una porta e aprirne un’altra, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo se vogliamo.
Il film di Brusati è molto intenso, intriso di momenti di malinconia alternati a momenti di gioia prima del finale che riporta tutti i personaggi alla loro dimensione giornaliera.
Un quotidiano che tutti sentono di dover affrontare spogliati dal peso (anche se dolce) dei ricordi e simboleggiato dall’abbandono della vecchia casa fattoria in cui tutto si era fermato, incluso il tempo e in cui la presenza di Marta fungeva da cordone ombellicale con il passato.
Dimenticare Venezia è quindi un film nostalgico, un film malinconico, un film a tratti commovente a tratti leggero e sottilmente ironico.

Erland Josephson

E’ anche un film che ha subito un ipocrita e ingiustificato ostracismo, principalmente a causa dell’argomento trattato, quell’omosessualità che ha sempre spaventato registi e produttori (almeno nel passato).
Brusati, regista nato a Milano e morto nel 1993 all’eta di settanta anni ha diretto come regista solo 8 film, tra i quali l’ottimo Pane e cioccolata; per Dimenticare Venezia, uscito nel 1979 nelle sale cinematografiche sceglie un cast di notevole spessore e assolutamente consono alla storia raccontata.

Hella Petri

Mariangela Melato interpreta Anna, personaggio tormentato e spigoloso, che tenterà di uscire dalla sua personalissima condizione concedendosi a Picchio, con risultati nulli; la Melato, una delle attrici più brave e preparate del nostro cinema (oltre che del nostro teatro) disegna un personaggio pressochè perfetto, mentre Eleonora Giorgi che interpreta Claudia, pur essendo un filino sotto la Melato se la cava con bravura.
Bene anche il cast maschile con Erland Josephson che alterna momenti lirici a momenti di malinconia, caratterizzando con bravura il difficile personaggio di Nicky.

David Pontremoli e Mariangela Melato

Bravo anche David Pontremoli nel ruolo di Picchio, mentre Nerina Montagnani è la solita sicurezza.
In ultimo, elogio per la fotografia e per le belle musiche di Benedetto Ghiglia. Il film ha vinto il David di Donatello 1979 come miglior film e 2 Nastri d’Argento 1979 per la migliore attrice protagonista (Mariangela Melato) e per la migliore scenografia.
Un film programmato pochissimo e che purtroppo non risulta disponibile in versione Dvd.

Dimenticare Venezia
Un film di Franco Brusati. Con Mariangela Melato, Erland Josephson, Eleonora Giorgi, Hella Petri, Nerina Montagnani,Armando Brancia, Alessandro Doria, David Pontremoli, Fred Personne, Anne Caudry, Domenico Tittone, Patrizia Rubeo, Daniela Guzzi, Pia Hella Elliot, Peter Boom
Drammatico, durata 103 min. – Italia 1979.

Mariangela Melato: Anna
Eleonora Giorgi: Claudia
Erland Josephson: Nicky
Nerina Montagnani: Caterina
David Pontremoli: Picchio
Hella Petri: Marta

Regia     Franco Brusati
Soggetto     Franco Brusati
Sceneggiatura     Jaja Fiastri
Casa di produzione     Action Films
Distribuzione (Italia)     Rizzoli Film
Fotografia     Romano Albani
Montaggio     Ruggero Mastroianni
Musiche     Benedetto Ghiglia
Scenografia     Luigi Scaccianoce

Lobby card del film

I vivi con i vivi e i morti con i morti; non facciamo casino.
Mamma è a casa che piange perché papà è un porco e va con le altre anche se lei è ancora bella e piacente: guarda che petto.
Quando è morto suo papà, ha voluto il cane vicino! Mai una volta che vogliano il prete!

Soundtrack del film

Le recensioni qui sotto sono prese dal sito http://www.davinotti.com

Tutti i diritti riservati.

Opera di rara raffinatezza, ma anche di non comune tedio. Mi pare più che altro un esercizio di stile, di alto stile, ma dai contenuti non proprio ben articolati. Resta troppo spesso un senso di pesantezza, come nei flashback, e di sottolineature non necessarie (coma nella “vanitas” del pendolo, richiamata da altri oggetti oblugnhi e dondolanti). Notevoli le prestazioni degli attori, ma è troppo poco per cento interminabili minuti.

Quattro personaggi (due uomini e due donne) si riuniscono in una casa della campagna trevigiana per assistere la sorella di uno di loro, nei suoi ultimi giorni di vita. L’opera più celebrata di Franco Brusati ha un titolo che si riferisce al tentativo di dimenticare l’infanzia e la spensieratezza, accettando la fine delle cose e della vita. Il film presenta una grande raffinatezza formale che talvolta va a scapito della sostanza, a causa di una sceneggiatura dall’andamento vago e non sempre incisiva. Buona la prova degli attori.

Fellini, Bergman, Visconti: del primo si richiamano l’amarcord (c’è Brancia) e gli squarci onirici e circensi; del secondo, la dimensione femminile, il pacato intimismo, la presenza di Josephson; del terzo, la ricerca del pregio estetico di provenienza artistico-letteraria. Nonostante questi nobili riferimenti, si ha da subito l’impressione di assistere più ad un vuoto e ridondante esercizio di stile che ad un saggio di reali doti d’autore: e l’impressione diventa presto certezza. Purtroppo.

Ho trovato il film estrememente interessante, indipendentemente dalle analogie con gli stili di altri registi. Una delle scene erotiche, che giudico molto forte e credibile rispetto al panorama italiano (se si esclude Tinto Brass) è stata ben messa in scena. All’epoca il film ebbe molti giudizi positivi e allo stesso tempo molti che cercarono di ridimensionarlo. Secondo me resta l’opera di Brusati. Splendida e raffinata la colonna sonora.

Difficile rintracciare una qualche originalità in questa ricerca del tempo perduto di Brusati: l’eterno ritorno alla casa paterna che è nido accogliente e tana del lupo, ove assistiamo a un lungo faccia a faccia dei protagonisti con i fantasmi del passato, al termine del quale Nicky e Anna si scoprono essi stessi fantasmi, ansiosi di tornare in vita. Lascia perplessi il modo in cui viene rappresentata l’omosessualità, quasi un retaggio di mala-adolescenza. Venezia, la lirica, la vecchia governante, le festicciole… già visto, debole e fioco come la luce di un crepuscolo, di una candelina…

L’estetismo c’è ma non è sterilmente compiaciuto di se stesso (alla Bolognini) e se sono indubbi i continui riferimenti cinematografici, Brusati li sublima con uno stile personale che evita vacuità citazionistiche, riuscendo a colpire il cuore dello spettatore. Certo, non tutto è perfetto (alcune lungaggini, soprattutto nei flashback, potevano essere evitate e certe figure macchiettistiche spezzano l’atmosfera incantata e atemporale) ma il film resta un’opera d’autore viva e pulsante. Splendidamente sensuale la Melato, bravi tutti gli altri.

Inferno

Rose Elliot, una graziosa scrittrice di poesie, acquista un libro da un antiquario ,Kazanian; il libro, scritto da un italiano, Emilio Varelli, parla delle Tre madri dell’inferno, Mater Suspiriorum, la madre dei sospiri, Mater Lacrimarum, la madre delle Lacrime e Mater Tenebrarum, la madre delle Tenebre, che l’uomo racconta di aver conosciuto personalmente.

Il libro sulle tre madri

Per loro Varelli ha costruito tre dimore, situate in tre punti geografici differenti: la prima casa è a Friburgo, la seconda a New York e la terza a Roma.
Rose leggendo il libro inizia a collegare alcuni oscuri presagi alla casa in cui abita, e alla fine si convince di abitare proprio nella casa della seconda madre, Mater Tenebrarum, casa costruita a New York, dove la ragazza vive.
Così la giovane donna inizia una pericolosa quanto movimentata esplorazione del sottosuolo; qui la donna scopre che le fondamenta dell’edificio sono completamente sommerse dall’acqua, oltre a rinvenire un cadavere ormai decomposto.

La bottega antiquaria di Kazanian

Rose nei sotterranei della casa

Sconvolta dall’esperienza, la ragazza scrive una lettera angosciata a suo fratello Mark, scongiurandolo di venire a trovarla; contemporaneamente chiede lumi a Kazanian, l’antiquario zoppo e ambiguo, che però la rassicura dicendole che ha costruito troppo con la fantasia.
Ma la ragazza sta per andare incontro a una terribile morte; dopo essere riuscita miracolosamente a scampare ad un agguato nel suo appartamento, la donna si rifugia nei sotterranei, entrando così in una stanza addobbata con strani oggetti. Mentre si guarda intorno, impaurita e stupefatta, viene afferrata da una mano con delle dita scheletriche e gettata sul pavimento, dove un istante dopo una pesante lastra la decapita orrendamente.

La misteriosa ragazza dell’università (l’attrice Ania Pieroni)

Mentre accadono questi tragici fatti, Mark riceve la lettera della sorella; durante una lezione di musica, il giovane prova a leggerla, ma non ci riesce, soggiogato dallo sguardo di una bellissima e inquietante ragazza che stringe tra le braccia un gatto.
Il giovane la insegue, dimenticando la lettera, che viene presa da Sara; la ragazza, incuriosita dalla storia raccontata nella  missiva, si reca in biblioteca per cercare una copia del libro di Varelli, ma quà viene aggredita da un misterioso individuo.

Morte dell’incolpevole Sara (Eleonora Giorgi)….

… e di Carlo (Gabriele Lavia)

Sara riesce a scappare e a tornare a casa; nell’ascensore incontra Carlo, un suo vicino, al quale la donna chiede di farle compagnia.
Sulla città si è scatenato un furibondo temporale, così l’uomo accetta di passare qualche ora in compagnia della ragazza.
Decisione fatale, perchè entrambi verranno orrendamente assassinati.
Quando Mark arriva è troppo tardi; c’è la polizia e i due giovani sono morti.
Della lettera giacciono per terra solo frammenti.

Così il giovane si reca a New York per indagare di persona, e giunge nell’ultimo domicilio di sua sorella Rose.
Nel palazzo abita gente molto ambigua, a cominciare dalla portiera Carol, passando per il professor George Arnold , un uomo che è costretto a vivere su una sedia a rotelle, che comunica con un piccolo amplificatore di suoni e che è portato in giro da un’infermiera assolutamente sinistra, la contessa Elise Stallone Van Adler, una donna dall’equilibrio fragile accompagnata da un maggiordomo equivoco.

La casa della Mater Tenebrarum di giorno

Elise è la prima a trovare la morte; assalita da un gruppo di gatti inferociti, viene pugnalata dalla solita figura nera.
Tocca poi all’antiquario Kazanian, straziato orrendamente dai topi a Central Park mentre tenta di liberarsi di un sacco contenente gatti da lui catturati all’interno della propria casa.
Le morti proseguono: muore il maggiordomo John, che vorrebbe impadronirsi dei gioielli della sua defunta padrona, muore la custode Carol, bruciata viva mentre scopre il cadavere del maggiordomo.
La donna, avvolta dalle fiamme, precipita da una delle finestre della casa maledetta.
Mentre avvengono questi fatti, Mark scopre casualmente una serie di cunicoli che portano all’appartamento del professor Arnold.
Qui il giovane apprende la vera identità dell’uomo: si tratta di Varelli, l’uomo schiavo delle tre madri che ha costruito per loro le tre case, inclusa ovviamente quella in cui si svolge l’azione.
Varelli tenta di uccidere Mark iniettandogli del veleno, ma muore strangolato dal filo del microfono che gli serve per parlare.

Mark incontra il professor Arnold

Mark fugge, per ritrovarsi nella famosa stanza in cui sua sorella ha perso la vita.
Qui trova la sinistra infermiera di Varelli e scopre la sua vera identità: si tratta di Mater Tenebrarum, la madre delle tenebre.
Ma è destino che il giovane debba salvarsi: il palazzo prende fuoco, e Mark riesce ad allontanarsi miracolosamente.
Mater Tenebrarum resta intrappolata nel sottosuolo della casa, che crolla seppellendola.

Inferno arriva dopo il buon successo di Suspiria, film decisamente innovatore del regista del brivido Dario Argento, che era passato dal giallo/thriller tradizionale ad una cinematografia in cui l’elemento thriller si amalgama indissolubilmente all’horror gotico.
Riprendendo gli elementi che avevano caratterizzato Suspiria, ovvero una trama in cui il sopranaturale è predominante rispetto al resto, Argento passa a raccontare la storia della seconda delle tre madri degli inferi, dopo che la prima ,Mater Suspiriorum, ha trovato la sua fine a Friburgo nell’incendio della prima delle tre case costruite da Varelli.

Daria Nicolodi, la contessa Elise Stallone Van Adler

Inferno quindi riprende la tematica del primo film, che Dario Argento amplifica e spiega meglio in questa seconda parte.
Lo fa con un linguaggio visivo molto forte, in cui predominano i colori accesi, quasi tutti saturati sul rosso, sul porpora e sul viola, tanto che le parti diurne, davvero poche, appaiono come delle isole remote in un linguaggio visivo forte e frastornante.
L’azione non è predominante, nel senso che il ritmo non incalza, quasi che Argento voglia seguire più un nesso descrittivo per tensione che affidato alla potenza del colpo di scena o allo splatter.
All’atto pratico il film regge, anche se con fatica.
Per lo spettatore che non ha visto Suspiria, i riferimenti alle vicende delle tre madri, di Varelli ecc. appaiono decisamente ostici.
Ma Inferno può reggere una trama a se stante, sopratutto dopo che il finale ha rivelato i retroscena del film stesso e del precedente.

Mark incontra l’antiquario Kazanian

Tant’è vero che tra Inferno, girato nel 1980 e La Terza madre, opera conclusiva della trilogia, passeranno ben 27 anni, a simboleggiare la difficoltà del regista di riproporre  un thriller gotico fuori tempo massimo, ovvero dopo che il cinema si è evoluto su binari ben distinti.
Inferno lascia parecchi dubbi, legati in primis alla scellerata decisione di Argento di affidare la parte di Mark all’incredibile Leigh McCloskey, che massacra il personaggio di Mark Elliot, con un’interpretazione degna delle Pernacchie d’oro americane, riservate al peggior attore dell’anno.
Legnoso, inespressivo, monocorde, McCloskey rovina gran parte del film arrancando penosamente tra una scena e l’altra, togliendo tensione e forza al suo personaggio.
Viceversa Irene Miracle ovvero Rose Elliot nel film, mantiene alta la tensione mostrando espressività, come del resto fa la bella e brava Eleonora Giorgi (Sara), l’ottimo Sacha Pitoeff (Kazanian) e il resto del cast.
Due camei vanno segnalati su tutto: quello della bella e misteriosa Ania Pieroni, la ragazza dell’università, inquadtrata solo per poche sequenze, ma capace di bucare lo schermo con la sua bellezza e quello di Gabriele Lavia, che interpreta lo sventurato Carlo (una reminescienza di Profondo rosso, in cui l’attore aveva interpretato un personaggio con lo stesso nome).
Come in Suspiria, c’è la brava Alida Valli, mentre va segnalato Leopoldo Mastelloni nel ruolo dell’ambiguo maggiordomo John.

L’orribile morte di Kazanian

Sempre brava la Nicolodi, musa di Argento, questa volta destinata ad una orribile fine.
Per la colonna sonora Argento, orfano questa volta dei suoi Goblin, ci si affida a Keith Emerson, che compie un prodigio con il tema centrale del film, Mater Tenebrarum, assolutamente perfetto nella più bella sequenza del film.
Spazio anche a Verdi e al suo Nabucco, che ascoltiamo dalle cuffie del giovane Mark impegnato nelle lezioni all’università.
Se Inferno non può essere definita opera completamente riuscita, va tuttavia riabilitata rispetto alle critiche feroci di parte della critica.
Argento ha il coraggio di uscire dal clichè del “regista del brivido” capace di far sobbalzare lo spettatore sulla sedia con gli effettacci splatter o con il classico colpo a sorpresa.
Lo fa con un film diverso, coraggioso come era stato coraggioso Suspiria, con uso del colore innovativo anche se rischioso.
Una scommessa vinta con sufficienza, a mio giudizio.
Quando quasi 30 anni dopo il regista metterà mano al capitolo conclusivo della saga, lo farà realizzando davvero un’opera discutibile, in cui ritornerà a piene mani l’effetto splatter, senza più le cupe e livide atmosfere dei primi due capitoli.
Inferno è una buona opera, come Suspiria, del resto.
Sopratutto tenendo conto che siamo nel primo dei famigerati anni ottanta, anni in cui la crisi del cinema italiano appare davvero di portata colossale.

L’enigma svelato….

Inferno, un film di Dario Argento. Con Eleonora Giorgi, Alida Valli, Leopoldo Mastelloni, Gabriele Lavia, Feodor Chaliapin jr, Daria Nicolodi, Fulvio Mingozzi, Paolo Paoloni, Veronica Lazar, Irene Miracle, Sacha Pitoëff, Ania Pieroni
Horror, durata 107 min. – Italia 1980.

Leigh McCloskey: Mark Elliot
Eleonora Giorgi: Sara
Daria Nicolodi: Elise
Irene Miracle: Rose Elliot
Sacha Pitoeff: Kazanian
Alida Valli: Carol, la portinaia
Veronica Lazar: Infermiera/Mater Tenebrarum
Gabriele Lavia: Carlo
Feodor Chaliapin Jr.: Professor George Arnold /Dr. Varelli
Leopoldo Mastelloni: John, il Maggiordomo
Ania Pieroni: Studentessa di musica/Mater Lacrimarum
James Fleetwood: Cuoco
Rosario Rigutini: Uomo
Ryan Hilliard: Ombra
Paolo Paoloni: Insegnante di musica
Fulvio Mingozzi: Tassista
Luigi Lodoli: Rilegatore
Rodolfo Lodi: Uomo anziano
Dario Argento: Narratore


Regia     Dario Argento
Soggetto     Dario Argento
Sceneggiatura     Dario Argento
Produttore     Claudio Argento
Produttore esecutivo     Salvatore Argento, William Garroni
Casa di produzione     Produzioni Intersound
Fotografia     Romano Albani
Montaggio     Franco Fraticelli
Effetti speciali     Germano Natali, Mario Bava (effetti visivi)
Musiche     Keith Emerson, Giuseppe Verdi
Scenografia     Giuseppe Bassan
Costumi     Massimo Lentini
Trucco     Pierantonio Mecacci

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“Noto, celebrato, imperfetto, con un protagonista che riesce nell’impresa di essere presto scordato. Lo si può adorare “in toto”, ma mi pare logico ritenerlo un film dotato di momenti vigorosissimi (fantastico, pure in senso etimologico, il finale) alternati a momenti un po’ così, con il pur minimo barlume di logica che ricopre il ruolo del grande assente. Grande l’uso di note e di voci verdiane, ottime pure nella creazione di Keith Emerson, che qualcuno ha paragonato ai tonanti “Carmina Burana”.

Tra i vertici della filmografia di Dario Argento, Inferno va visto come un magnifico esercizio di stile. Il regista tralascia ogni pretesa di verosimiglianza e la sceneggiatura risulta in realtà piuttosto ingarbugliata (e a tratti francamente incoerente). Colpisce invece il sapiente gioco di luci e colori e l’efficacia di sequenze iperviolente che si sposano bene con le belle musiche di Emerson.

In questo grande horror gli attori passano quasi in secondo piano, rispetto alle scenografie, alle fantastiche riprese e all’utilizzo delle luci. Sono queste le tre forze dirompenti del film. Visivamente, è tutto da gustare (colori pazzeschi: predominano il rosso e il blu). Dà l’idea di un esercizio di stile (c’è un certo compiacimento nel colpire lo spettattore con bellezza e efferata violenza: la coltellata al collo). Unici nei: una sceneggiatura un po’ incasinata e un finale, piuttosto grossolano, non all’altezza di una simile pellicola.

Personalmente, dopo lo stupendo Suspiria, giudico questo film l’inizio della fine di Dario Argento. Di positivo rimane una fotografia splendida con colori superbi e la buona orchestrazione delle singole scene, manca però la coesione del tutto e la trama è praticamente inesistente. Alla fine rimane un po’ di amaro in bocca per quella che sembrava un’occasione sprecata ma che poi si rivelerà come il primo passo verso prodotti sempre meno pregiati

Un buon horror (secondo capitolo della trilogia cominciata con Suspiria), che però non raggiunge la bellezza del primo capitolo. Certo, nel cast vi sono bravi attori (anche se quasi tutti fanno brevi partecipazioni): Alida Valli, Daria Nicolodi, la Giorgi, Michele Soavi (!) e un discreto McCloskey. Belli i giochi di luce e le scenografie; inquadratura finale evitabile. Buono, ma non un capolavoro.

Capolavoro visionario, più radicale e irrazionale del precedente Suspiria. Lontano dagli stereotipi dell’horror, un’insieme di sensazioni visive e sonore, potente e fascinoso, dove trama e recitazione passano volutamente in secondo piano. Regia, fotografia e musiche spesso al limite del sublime. Peccato per qualche evitabile difetttuccio (l’effetto speciale del teschio ad esempio) ma il livello rimane altissimo. Imprescindibile.”

Conviene far bene l’amore

Il primo decennio degli anni ottanta vede il nostro paese ( e tutti quelli del pianeta) alle prese con una crisi energetica senza soluzione.

Sull’intero pianeta, infatti, le risorse sono definitivamente esaurite.

Il mondo quindi è ripiombato indietro di secoli.

Ferme le attività produttive, le auto, non si vola più, non ci sono più i treni e tutti gli orpelli della civiltà; le auto sono utilizzate come carrozze, trainate dai cavalli, e la gente deve inventarsi e industriarsi su come illuminare le case, sul come riscaldarsi ecc.

L’esperimento sulla cavia volontaria, l’infermiera Piera, Eleonora Giorgi

Gigi Proietti è il Professor Enrico Nobili

Ma c’è un giovane testardo, il  professor Enrico Nobili, che è convinto che si possa ancora fare qualcosa. Studiando le teorie del professor Reich, Enrico decide di sfruttarle per ottenere energia elettrica.

Il professor Reich era convinto che l’attività sessuale producesse enrgia, così il furbo Enrico decide di dimostrare la tesi del predecessore; convince alcuni suoi collaboratori a partecipare all’esperimento, in primis una sin troppo disponibile infermiera, alla quale applica degli elettrodi.

Un altro esperimento…..

…miseramente fallito

La ragazza quindi ha un amplesso con un assistente, ma l’energia prodotta è davvero minima.

Enrico decide di trovare due che abbiano più resistenza, e li trova in una coppia molto eterogenea; lui, Daniele Venturoli, direttore d’albergo, è un’insaziabile erotomane, sempre pronto a soddisfare le voglie di clienti e amiche, mentre lei, Francesca De Renzi, è un’insaziabile moglie con una caterva di figli.

Con uno stratagemma Enrico li fa ricoverare in clinica e tra i due scoppia la passione.

L’esperimento funziona alla perfezione,e Enrico riesce a far funzionare luci e anche ascensori della clinica.

Enrico riesce a ottenere l’interessamento dei potenti, e dopo aver vinto anche la resistenza della chiesa, finisce per imporre la nuova fonte energetica.

Adriana Asti è Irene Nobili

Ma da quel momento in poi l’atto sessuale diverrà consono solo alla produzione di energia e verrà bandito dai rapporti ogni genere di affettuosità e di complicità amorosa, svuotando così di fatto il rapporto sessuale.

Conviene far bene l’amore, film del 1975 diretto da Pasquale Festa Campanile, che adattò per lo schermo un suo romanzo, uscì nel periodo più critico per il pianeta, alle prese con una crisi energetica senza precedenti, che vide in poco tempo aumentare a dismisura il costo del petrolio, con conseguenza catastrofiche per le economie mondiali.

Festa Campanile la gettò sul ridere, ottenendo un film quanto meno non usuale, pieno di nudi femminili ma mai volgare e assolutamente lontano dalla commedia erotica.

Agostina Belli è Francesca, Christian De Sica interpreta Daniele

Scatta la fatal scintilla

Grazie alle superbe bellezze di Eleonora Giorgi e di Agostina Belli, la moglie ninfomane, grazie anche al buon esordio di un irriconoscibile Christian De Sica, non ancora caratterizzato dal pesante accento romanesco, Festa Campanile ottiene un buon prodotto, che si regge bene grazie anche alla superba prova di Gigi Proietti, uno stralunato, stravagante professor Enrico Nobili, e al cast di buoni attori che compaiono in parti esilaranti, come Adriana Asti, moglie del professor Enrico, Mario Scaccia nella parte di un cardinale, Mario Pisu in quella di un onorevole ecc.

Un film privo di volgarità, come del resto nelle corde del regista, che usa il suo linguaggio visivo fatto di sottile ironia accompagnandosi con una sceneggiatura di buon livello.

Il film resta in bilico tra la commedia leggera e quella impegnata, propendendo però decisamente per la prima; se le battute non sono esilaranti, si ride amaro davanti alla descrizione di una città ridotta a vivere di ricordi.

Bella la scena del rigattiere che vende un lampadario e delle lampadine, alcune fulminate e altre no all’incredibile prof. Nobili, assolutamente certo delle teorie di Reich, tanto da giocarsi il residuo prestigio di cui gode.

Da segnalare la bellissima Agostina Belli, a suo agio anche senza vestiti, nel ruolo più “nudo” che abbia interpretato sullo schermo; la sua innocente malizia è tra le cose migliori del film.

Un film da riscoprire, alla luce della crisi energetica attuale, per riflettere su come 35 anni addietro avessero duvuto fare i conti con gli stessi problemi attuali, risolti da Campanile con una risata ironica e leggera.

Conviene far bene l’amore,un film di Pasquale Festa Campanile. Con Mario Scaccia, Christian De Sica, Adriana Asti, Mario Pisu, Agostina Belli, Eleonora Giorgi, Luigi Proietti, Franco Agostini, Quinto Parmeggiani, Pietro Tordi, Oreste Lionello, Gino Pernice, John Karlsen, Armando Bandini, Monica Strebel, Mario Maranzana, Roberto Antonelli, Enzo Robutti, Loredana Martinez, Franco Angrisano, Aldo Reggiani, Franco Mazzieri, Salvatore Puntillo, Pupo De Luca, Leo Frasso, Ettore Carloni, Vincenzo Maggio, Tom Felleghy

Commedia, durata 106 min. – Italia 1975.

 

La reazione all’esperimento

 

 

 

 

Il secondo incontro non casuale


 

Gigi Proietti     …     Prof. Enrico Nobili

Agostina Belli    …     Francesca De Renzi

Eleonora Giorgi    …     Piera

Christian De Sica    …     Daniele Venturoli

Mario Scaccia    …     Mons. Alberoni

Adriana Asti    …     Irene Nobili

Franco Agostini    …     Dr. Spina

Quinto Parmeggiani    …     De Renzi

Gino Pernice    …     Assistente

Mario Pisu    …     Ministro

Monica Strebel    …     Angela

Franco Angrisano    …     Landlord

 

Regia:     Pasquale Festa Campanile

Soggetto:     Pasquale Festa Campanile (dal romanzo omonimo)

Sceneggiatura:     Pasquale Festa Campanile, Ottavio Jemma

Fotografia:     Franco Di Giacomo

Montaggio:     Sergio Montanari

Musiche:     Fred Bongusto

 

Si ride e s’irride, nel film di Festa Campanile (autore anche dell’omonimo romanzo), con giovanile inventiva e ironico moralismo. La fantascienza erotica ha sempre una piega goliardica, e infatti anche qui molti spassi hanno radice in recite studentesche e numeri da avanspettacolo, benché l’idea risalga alle zampette della rana di Galvani; ma le argute e accorate riflessioni che Festa Campanile ne trae partecipano più della polemica con gli scienziati, i tecnologi e i sociologi del progresso che non dell’elogio dei sessuomaniaci. Il nostro autore furbetto, avvertendo con prensile fiuto che cresce la domanda di sentimento e il cipiglio ecologico, si allinea con prontezza, tuttavia senza perdere il suo gusto del piccante.

Il film, così, marcia allegramente in una ghirlanda di gag che coinvolgono satira della scienza e dei potenti, pochade e paradosso, cinema avveniristico e amabili spogliarelli. Vi sono squilibri e ovvietà, e la materia poteva offrire scavi più crudeli, ma l’ambizione non era poi altissima. Giustamente convinto che far ridere non costituisca una colpa, Festa Campanile è un autore per grandi platee. Se talvolta, diciamo anche spesso, è andato troppo sul facile, qui taglia per primo il traguardo, con armi scherzose ma oneste, d’un cinema per liete brigate, infastidite dalle porcheriole e dalle melensaggini. Il film, nonostante l’abbondanza di copule, è una novella pulita, che senza dirvi sul sesso più di quanto sappiate, vi persuade a non sciuparlo col farne un obbligo sociale.

Gli attori s’amano e si divertono. Christian De Sica è ben avviato sul cammino brillante apertogli da papà (colpisce ritrovarvi gesti e inflessioni, emersi dal cinema degli anni Quaranta). Agostina Belli ormai va tranquilla, dolce e graziosa, Eleonora Giorgi si spoglia con vezzi spiritosi, Adriana Asti fa macchia con gran classe, e Mario Scaccia è un esilarante monsignore, scandalizzato ma non troppo. Il peso maggiore è sulle spalle di Gigi Proietti, bravo e svelto nel dare colori assurdi e giocondi al premio Nobel dell’orgasmo. Musiche di Fred, di buon gusto.

Giovanni Grazzini,da Il Corriere della Sera, 13 aprile 1975

Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno

Nonostante abbia un’età ormai matura, il Conte Federico è afflitto da più problemi, il principale dei quali è l’affetto smoderato che la madre, l’anziana contessa Mafalda nutre nei suoi confronti. La donna, rimasta vedova, vive nella grande tenuta di famiglia con Didino (il soprannome del povero Federico), accudita da due anziani servitori, Driade e Anchise, sorella e fratello che devono sottostare alle bizzarrie della donna.

Orchidea de Santis , Jolanda, l’amica d’infanzia

Paolo Villaggio ,Conte Fernando , Didino

Nella villa arriva ogni tanto anche lo zio di Fernando, Alberto, che aumenta la confusione dell’uomo sentenziando che è omosessuale. Didino è complessato anche nei rapporti con le donne; vive circondato da immagini porno, acquista delle bambole gonfiabili e sopratutto scatta foto sexy ogni qual volta se ne presenti l’occasione, come nel caso del matrimonio della ua amica di infanzia Jolanda, che da tempo gli fa il filo. E’ proprio al matrimonio di Jolanda che Fernando scatta, nascosto sotto una grata, foto alle donne che passano sopra di lui. I suoi tentativi di approccio con l’altro sesso sono disastrosi, come quello con una prostituta che alla fine si convince che Federico altro non sia che un depravato.

Lila Kedrova, la Contessa Mafalda

Le cose cambiano quando muore accidentalmente Driade; a servizio della contessa arriva una giovane bella ma claudicante, Angela: Fernando inizia a corteggiarla, facendole piccoli regali, e la ragazza mostra ben presto di gradire le attenzioni. Nonostante tutto Fernando continua ad avere un rapporto problematico con l’altro sesso: un giorno, appartatosi con Jolanda, viene visto da Angela in intimità con la neo sposa, e fugge disperato, finendo nelle mani di una coppia di gay che tenta di fargli la festa.

Eleonora Giorgi, Angela

L’affetto per Angela cresce, tanto che l’uomo arriva a regalarle un prezioso smeraldo che appartiene alla madre: la donna, resasi conto della relazione che sta iniziando tra i due, caccia la domestica di casa. Ma Fernando è davvero innamorato di Angela, e per una volta decide di agire di testa sua. Nel giorno del compleanno della Contessa, subito dopo aver soffiato sulle candeline della torta, la stessa Matilde rovescia addosso al figlio la torta. Con la scusa di fargli l’ultimo bagno, la Contessa lo affoga. Angela, che è giù ad attendere in cortile l’arrivo di Fernando, vede uscire dalla finestra un nugolo di bolle di sapone.

Fernando spia Angela

Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno è una commedia agro-dolce, forse più agra, come nello stile del regista, Luciano Salce. Che inizia con questo film la collaborazione con Paolo Villaggio, il Fernando del film; una collaborazione ben riuscita, che continuerà l’anno successivo con lo straordinario successo di Fantozzi. Il ruolo di Angela è coperto dalla bella Eleonora Giorgi, costretta a claudicare per tutto il film; un ruolo anche scabroso il suo, con numerosi nudi. Bravissima   Lila Kedrova, la Contessa Mafalda, tiranna del suo figliolo Fernando, che tratta come un bambino delle elementari, rimproverandolo continuamente arrivando a vestirlo da marinaretto.

Angela e suo zio Anchise

Piccola parte per Orchidea De Santis, che svolge con la consueta bravura; l’attrice interpreta il ruolo di Yolanda, amica d’infanzia di Fernando, che qualche voce maligna giudica, durante la festa del matrimonio, una ninfomane. Splendida l’interpretazione di Antonino Faà di Bruno nei panni dello zio Alberto, affetto da un tic terrificante, responsabile anche lui dei molti problemi che Federico evidenzia
Una commedia amara, nel consueto stile di Salce, in cui le negatività dei personaggi hanno sempre la meglio sulle doti positive.

Jolanda tenta di sedurre Fernando

Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno, un film di Luciano Salce. Con Paolo Villaggio, Lila Kedrova, Eleonora Giorgi, Antonino Faa Di Bruno, Orchidea De Santis, Renato Chiantoni, Vittorio Fanfoni, Carla Mancini, Enzo Spitaleri
Commedia, durata 105 min. – Italia 1974.

Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno 1

Paolo Villaggio …     Conte Fernando , Didino
Lila Kedrova …     Contessa Mafalda
Eleonora Giorgi …     Angela
Antonino Faa Di Bruno …     Zio Alberto
Renato Chiantoni …     Anchise, domestico
Orchidea de Santis …     Jolanda, la Sposa
Guido Cerniglia …     Gianluca , amico di Federico
Carmine Ferrara …     Andrea
Enzo Spitaleri …     Fernando, lo Sposo
Jimmy il Fenomeno …     Peppe
Vera Drudi …     Driade, domestica

Regia:     Luciano Salce
Soggetto:     Luciano Salce, Massimo Franciosa, Sergio Corbucci
Sceneggiatura:    Luciano Salce, Massimo Franciosa, Sergio Corbucci
Casa di produzione:     Rusconi
Distribuzione (Italia):     CIC
Fotografia:     Erico Menczer
Montaggio:     Amedeo Salfa
Musiche:     Franco Micalizzi

Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno flano

Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno locandina 1

Liberi, armati, pericolosi

La giovane Lea si reca in commissariato per denunciare la probabile rapina di tre suoi amici, il biondo, Giò e Luis (quest’ultimo è il suo ragazzo) ai danni di un distributore di benzina nel centro di Milano. Il commissario decide di ascoltare la ragazza, che ha assicurato che i tre non sono pericolosi, e che hanno intenzione di fare la rapina con un’arma giocattolo; così si apposta con i suoi uomini davanti alla stazione di servizio.

Eleonora Giorgi è Lea

Thomas Milian

Ma le cose vanno diversamente; il biondo spara sul benzinaio, e nel conflitto a fuoco che segue vengono uccise altre tr persone. I tre riesconoa  fuggire, e da quel momento ha inizio una drammatica corsa contro il tempo per fermare i tre giovani delinquenti, che si lasciano alle spalle una lunga scia di sangue. Giò e il biondo rapinano una banca, uccidendo una guardia, e subito dopo si recano da un loro amico, a capo di una gang di giovinastri e assieme progettano un colpo ad un supermercato.

Max Delys è Luis

Stefano Patrizi è Il biondo

Benjamin Lev è Giò

La sanguinosa rapina in banca

Qui, subito dopo la rapina, Giò e il biondo massacrano i loro compagni di malefatte, e fuggono verso la campagna, dopo aver prelevato da casa la giovane Lea. Ma la loro fuga termina in un boschetto, dove, dopo aver ucciso una coppia di turisti e un guardiacaccia, vengono circondati dalla polizia, con prevedibile dramma finale.

Liberi,armati, pericolosi non è un film poliziesco, quanto piuttosto un noir con evidenti intenti moralistici. Ed è quest’ultima prerogativa quella che urta di più nell’economia di un film che già di per se è infarcito di luoghi comuni da vendere. A parte l’assoluta improponibilità della trama, con i tre teppistelli che seminano sangue senza che la polizia possa in qualche modo fermarli, che rapinano una banca gettando poi i soldi della rapina dai finestrini dell’auto in mezzo ad un mercato, quello che urta ancor più sono alcuni dialoghi da far accapponare la pelle.

Gloria Piedimonte

Diego Abatantuono

Come quello tra il commissario (un Thomas Milian a disagio) e i tre genitori dei ragazzi, ai quali ammanisce una ramanzina degna di miglior causa; altra ridicolaggini del film sono evidenti anche in presa diretta, come la sequenza dell’elicottero che intercetta i giovani in un cam; Luis e Giò sono visibilissimi nella ripresa dall’alto, visto che sono all’interno di una capanna senza pareti. Ebbene, l’elicottero si lascia sviare dal biondo che simula un amplesso con Lea…mentre i due rimangono tranquillamente in bella vista nella capanna.

“Dove sono andati? (chiede il commissario)- A dar via il culo (la risposta…) “

Dialoghi surreali a parte, e improbabilità della trama anche, quanto meno ci si consola con le sparatorie a gogo, con gli inseguimenti, ben girati, e con il ritmo della pellicola. Perchè, per il resto, tutto è davvero poca cosa. I tre attori, Max Delys (il solito divetto dei fotoromanzi diventato attore), Stefano Patrizi e Benjamin Lev sono davvero espressivi come cariatidi del Partenone. si salva Eleonora Giorgi, sicuramente di ben altro livello rispetto ai tre, e in qualche modo un imbarazzatissimo Thomas Milian, che recita la famosa paternale in modo tanto irruento da renderla ancora più surreale.

Un ridicolo stratagemma per ingannare l’elicottero della polizia

Diretto da Romolo Guerrieri, Liberi armati pericolosi è un prodotto tipico del B movie italiano degli anni settanta, pieno di predicozzi, situazioni accennanti alla realtà violenta di quegli anni, sparatorie a volontà, polizia inefficiente, violenza gratuita e tutto il corollario di denunce sulla società degli anni di piombo, viste però con intenti moraleggianti, poco concreti e sopratutto con un linguaggio a tratti becero, a tratti improbabile e sguaiato.

L’ennesimo omicidio, quello dei campeggiatori tedeschi

Luis e il biondo precipitano dal viadotto

I cattivi pagano sempre

Liberi, armati, pericolosi un film di Romolo Guerrieri. Con Eleonora Giorgi, Benjamin Lev, Thomas Milian, Stefano Patrizi, Max Delys, Venantino Venantini, Salvatore Billa, Gloria Piedimonte, Diego Abatantuono, Giorgio Locuratolo
Poliziesco, durata 91 min. – Italia 1976

Nudo di donna

Sandro, un romano, meccanico, è sposato con la bella Laura,veneziana; i due si trasferiscono a Venezia, dove la donna ha ereditato una libreria di testi antichi dal padre,gestita da un anziano e burbero commesso.

La realtà della città veneta, così distante da quella romana, la difficoltà di ambientazione, l’essere stato trapiantato in un mondo che non gli appartiene, distante anni luce dalla sua cultura popolare crea immediatamente dei grossi problemi all’uomo, e la prima cosa a risentirne è proprio il legame sentimentale con la moglie, simboleggiato dalla scena in cui di due sono a letto e nel momento topico in cui Sandro si addormenta russando tra le braccia della moglie.

Eleonora Giorgi

Un giorno, mentre è nello studio di un fotografo amico della moglie, Sandro vede una foto di una donna nuda, ripresa di spalle; lui crede di riconoscere, nella donna, la moglie. Casualmente, Sandro si imbatte in una prostituta, Riri ,perfettamente identica alla moglie, ma dalle caratteristiche diverse, spigliata, allegra, dai costumi liberi; Riri sembra il completamento di Laura, troppo formale e poco propensa a lasciarsi andare.

Eleonora Giorgi e Nino Mnafredi

Inizia con lei, quindi,una relazione appagante, che mette in evidente contraddizione il suo rapporto con la moglie. Con Riri sembra riacquistare giovinezza e voglia di fare, allegria, mentre la Laura che ha sposato gli appare sempre più distante. Ben presto la storia prende sviluppi imprevedibili; quando è con Riri, Sandro crede di intravedere caratteristiche della moglie, quasi che le due donne coesistessero in due universi paralleli, ma confluenti.

Il dubbio: è Laura la donna del misterioso ritratto?

Così,in una serata stupenda, mentre per le strade impazza il carnevale veneziano, Sandro incontra la moglie, vestita a maschera; la donna sembra far coesistere le due entità distinte. E’ un pò Riri, donna fatale e libertina, un pò Laura, donna seria e distante. Ma è Laura oppure no? La donna sembra sparire e lui la rincorre per tutta la notte.

Riri, l’alter ego di Laura

All’alba, dopo una ricerca disperata per le strade di una Venezia incantata, che sembra risvegliarsi da un sonno magico, Sandro incontra la donna mascherata, che lo guarda e gli dice “:Sandro,è il momento di decidere,o scegli me oppure l’altra

Sandro esita per un attimo, la prende per mano e si allontana nell’alba veneziana.

Commedia degli equivoci? Ricerca della perfezione che non esiste? Il finale,decisamente ambiguo, non spiega chi sia realmente la donna; può essere Laura, che ha inscenato quella strana commedia per riconquistare il marito, oppure può essere qualcosa simile ad un sogno, la ricerca spasmodica della parte nascosta che è nelle persone che amiamo.

E’ lo spettatore, quindi, a dare la risposta che più prferisce. Il film,girato da Manfredi in una Venezia sognante e magica, a tratti convince, a tratti no. Più pochade che dramma, lascia incompiute tutte le premesse iniziali, pur catturando l’attenzione grazie a quel sapore magico che si respira per tutta la durata del film. Resta però opera importante, pur molto bistrattata dalla critica proprio per le imperfezioni che mostra; ma ha dalla sua una ricerca curata dell’ambientazione,una Venezia che sembra meno crepuscolare di quella di Nicholas Roeg nel film A venezia un dicembre rosso shocking.

Il maggior pregio della pellicola è proprio questo,l’aver mostrato una Venezia non turistica, intrigante e misteriosa, sospesa in un sogno. Da segnalare la bravura di Eleonora Giorgi, capace di evidenziare le differenze tra le due donne, Riri e Laura, e di dare loro due personalità complementari ma profondamente diverse. Bravo,al solito Manfredi.

Giudizio:ValutazioneValutazioneValutazione

Nudo di donna, un film di Nino Manfredi. Con Nino Manfredi, Jean-Pierre Cassel, Eleonora Giorgi, Carlo Bagno, Donato Castellaneta, Georges Wilson, Giuseppe Maffioli. Genere Drammatico, colore 106 minuti. – Produzione Italia 1981.

Nino Manfredi     …     Sandro
Eleonora Giorgi    …     Laura / Riri
Jean-Pierre Cassel    …     Pireddu
Georges Wilson    …     Arch. Zanetto
Carlo Bagno    …     Giovanni
Beatrice Ring    …     Beatrice
Donato Castellaneta    …     Ciccio
Toni Barpi    …     Il barcaiolo
Giuseppe Maffioli    …     Ubriacone
West Buchanan    …     Conte Bardolin
Gino Cavalieri    …     Il Professore

Regia di : Nino Manfredi
subentrato a Alberto Lattuada (non accreditato)
Collaborazioni alla stesura del film:
Silvana Buzzo
Agenore Incrocci
Paolo Levi
Ruggero Maccari
Nino Manfredi
Nino Manfredi
Giuseppe Moccia
Furio Scarpelli
Prodotto da: Franco Committeri
Musiche: Roberto Gatto, Maurizio Giammarco
Editing: Sergio Montanari
Costumi: Luca Sabatelli

 

Recensioni:

Nudo di donna è un film riuscito: una variazione gustosa sui vecchi temi del doppio (anche Sandro ha dentro di sé la voce d’un altro che lo deride), della duplice natura femminile, del conflitto fra vero e apparente, del sogno maschile d’avere una moglie-puttana, compiuta da Nino Manfredi, interprete e regista, con un’intelligente emulsione di comico e patetico. L’idea portante del film, che lo premia su tutte, è di avere ambientato l’azione nella Venezia del carnevale, in modo da farne la protagonista e di suggerire un continuo rapporto fra l’irrealtà d’un mondo mascherato, che di continuo intralcia le ricerche ansiose di Sandro, e il mistero d’un universo di fantasmi in cui si confondono candore e malizia.
Anche per merito della fotografia di Danilo Desideri, che cattura con grande perizia i colori più segreti di Venezia, della scenografia di Lorenzo Baraldi e dei costumi di Luca Sabatelli, Nudo di donna ci ripaga di molte amarezze ultimamente impartite dal cinema italiano. È fatto con amore, curato nei minimi particolari, attento alla definizione dei caratteri (quasi un duello fra Roma e Venezia), fornito insieme di suspense e svolte farsesche, narrativamente ben congegnato. Con qualche peccato veniale (la pubblicità alle sigarette…), ma ben calibrato nel ritmo, col saliscendi dell’ossessione e le parentesi
tenere, e una vivacità pittoresca nelle scene d’insieme che si trasmette anche a ghiotte figurine di scorcio, caratterizzanti la stramberia di certi veneziani. Punti di forza sono a loro volta gli interpreti: non soltanto lo stesso Manfredi, molto espressivo nel ritratto d’un Sandro che trascorre dal risibile al penoso, ma anche Eleonora Giorgi, la quale copre il doppio ruolo con verosimiglianza fisica e psicologica, rovesciando abilmente le personalità e rivelando qua- e là (oltre un morbido corpo) simpatici chiaroscuri nella recitazione. All’impagabile Carlo Bagno, semplicemente delizioso nella macchietta del vecchio commesso di libreria, si affianca un ben azzeccato George Wilson. Sicché, caso raro, si esce tutti contenti.

Giovanni Grazzini, Il Corriere della Sera, 7 novembre 1981

In una notte di pioggia, dopo aver litigato con la moglie Eleonora Giorgi, Nino Manfredi è andato in giro per Venezia e ha scoperto in un vecchio palazzo una grande fotografia con un nudo di donna. Quella figura, che cela il proprio volto, ha qualcosa di familiare: perciò il protagonista si ostina a scovar fuori la modella. Si tratta di una prostituta tanto somigliante alla Giorgi, che Manfredi non riesce a dissipare il sospetto: la moglie, novella Messalina, ha una doppia vita? Eppure se nel talamo domestico l’uomo era ormai condannato all’impotenza, con la ragazza di strada riesce a imbastire un perfetto dialogo erotico. Che cosa significa? Che era tempo per lui di andarsene da casa e trovare un’altra donna; o semplicemente che doveva imparare a vedere la moglie sotto una luce diversa? Il film non lo dice: preferisce lasciarci nel dubbio dopo averci coinvolti nella giostra del carnevale di Venezia, fra maschere e apparizioni varie. Subentrato ad Alberto Lattuada dopo qualche settimana di riprese (motivo ufficiale: divergenze sullo stile del film), Manfredi si e assunto l’intera responsabilità della realizzazione di un soggetto scritto con Paolo Levi. Come aveva già rivelato nelle sue rare prove precedenti, l’attore possiede buoni estri di cineasta, sa dirigere i compagni (qui ricava il meglio dalla Giorgi, ma fa cesellare -stupendamente da Carlo Bagno un personaggio di libraio), ambienta e narra con proprietà. Nell’insieme, però, Nudo di donna non va oltre il mosaico di reminiscenze cinematografiche, da Buñuel alla Garbo di Non tradirmi con me.
Tullio Kezich, Il nuovissimo Mille film. Cinque anni al cinema 1977-1982, Oscar Mondadori

 

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