Virilità

Vito La Casella, maturo industriale siciliano ha sposato in seconde nozze la sua bella e giovane segretaria Cettina; dal suo primo matrimonio, finito con un divorzio, Don Vito ha avuto un figlio, Roberto, che per tre anni ha studiato a Londra.
Il giovane torna in paese con due amici, accolto con soddisfazione da suo padre, che però ben presto dovrà fare i conti con le voci che vogliono suo figlio gay.
A causare il tutto è proprio Don Vito, che tenta inutilmente di combinare un matrimonio tra Roberto e Lucia, figlia del farmacista del paese; al rifuto del ragazzo di convolare a nozze con la ragazza, la stessa si vendica mettendo in giro voci sulla virilità di Roberto.

Agostina Belli

Nel frattempo però è nato un tenero sentimento d’amore tra Cettina e Roberto; i due conducono la loro relazione in maniera clandestina ma alla fine Don Vito scopre i due.
Se da un lato l’uomo si sente tradito dalla moglie, dall’altro è felice di aver scoperto che Roberto non è gay; ed è questo sentimento a predominare.
Così la relazione dei due diventa pubblica con buona pace di Don Vito, che vede ristabilito l’onore del suo nome.
Da un soggetto di Gian Paolo Callegari il regista bolognese Paolo Cavara sfrutta la sceneggiatura dello stesso Callegari stesa a due mani con Giovanni Simonelli per dirigere un film ben strutturato e lontano dagli stereotipi della commedia sexy.


Virilità è infatti un film inquadrabile principalmente nella commedia all’italiana, con velleità ben riposte di satira di costume; Cavara evita l’effetto macchietta e sopratutto evita di caratterizzare i personaggi in maniera eccessiva, lasciando allo spettatore un prodotto ben calibrato, con un’ironia di fondo che quà e là affiora senza però mai essere sarcastica.
Se è vero che il soggetto del siciliano geloso del suo onore e della sua virilità è uno dei più usati nel cinema del passato, è anche vero che questa volta siamo di fronte ad un film che con leggerezza ma anche con convinzione, mostra come i sentimenti predominanti del protagonista assoluto, il dongiovanni Vito La Casella alla fine vengono messi in un angolo in nome dell’onore.

L’uomo infatti rinuncerà alla sua felicità non tanto per favorire i sentimenti del figlio quanto piuttosto per mostrare alla gente come suo figlio non sia un “Purpo”, il triste aggettivo che indica l’omosessualità maschile ma viceversa un uomo vero, che ama le donne e che insidia addirittura la matrigna.
Siamo a meta quasi degli anni settanta, poco prima del referendum sul divorzio che avrebbe di fatto portato l’Italia nella modernità; nelle parole finali di Vito La Casella c’è anche il rammarico per essersi risposato, non tanto perchè deluso dal comportamento di Cettina, quanto dall’essere diventato un cornuto, altro tabù della società siciliana.


Che viene mostrata in tutti i suoi aspetti grotteschi, attraverso alcune gustose scenette che intervallano il film; una delle più rivelatrici è quella iniziale, quando Roberto arriva con i suoi due amici e induce in inganno Don Vito che scambia i sessi dei due, perchè le ragazze hanno i capelli lunghi e i ragazzi corti mentre nella realtà i due sono esattamente al contrario del canone osservato da Don Vito.


Virilità è quindi un buon film, con momenti comici e spunti di riflessione, molto ben interpretato dal cast di attori chiamato da Cavara; ottimo il solito Turi Ferro, impersonificazione assolutamente perfetta del siciliano arcaico e tradizionalista, la solita bellissima Agostina Belli, moglie infedele del dongiovanni siculo e da Marc Porel, a suo agio nel ruolo del figliol prodigo Roberto, che ha vissuto all’estero e che quindi non ha alcuno dei tabù che invece hanno i suoi ex compaesani.
E’ proprio questo contrasto tra padre e figlio la cosa migliore del film; due generazioni con storie diverse si incontrano e ovviamente si scontrano. Roberto rifiuta il matrimonio combinato e alla fine sceglie come sua compagna proprio la seconda moglie del padre mentre costui, disperatamente prigioniero di secoli di tradizione alla fine sceglierà di salvare il suo onore scegliendo di essere cornuto piuttosto che avere la disgrazia di un figlio “gay”.
Quindi una commedia garbata, Virilità; che ha anche il pregio di mostrare incantevoli località siciliane come le Gole dell’Alcantara e Giardini Naxos.
Il film è stato recentemente rieditato in digitale, il che permette di apprezzare sia il film tout court sia le location in cui venne girato il film nel 1974.


Virilità
Un film di Paolo Cavara. Con Marc Porel, Agostina Belli, Turi Ferro, Tuccio Musumeci, Anna Bonaiuto, Geraldine Hooper Commedia, durata 92 min. – Italia 1974.

Turi Ferro: Vito La Casella
Agostina Belli: Cettina
Marc Porel: Roberto La Casella
Tuccio Musumeci: Avv. Fisichella
Anna Bonaiuto: Lucia
Geraldine Hooper: Pat
Maria Tolu: Illuminata


Regia: Paolo Cavara
Sceneggiatura: Gian Paolo Callegari,Giovanni Simonelli
Produzione: Carlo Ponti
Musiche: Daniele Patucchi
Fotografia: Claudio Cirillo
Montaggio: Mario Morra
Costumi: Danda Ortona

La notte dei diavoli

Un uomo attraversa in auto una zona sinistra e desolata della ex Jugoslavia; siamo nel 1972, l’uomo si chiama Nicola.
Mentre percorre una strada, Nicola si imbatte improvvisamente in una donna e per evitarla sbanda con il risultato di danneggiare l’auto.
Messosi alla ricerca di aiuto, Nicola incontra un’abitazione in cui vive la famiglia Ciuvelak, che accetta con molta titubanza di prestargli aiuto; è una ben strana famiglia, quella dei Ciuvelak, composta da Gorka, da sua moglie, da Jovan, un uomo con evidenti problemi psicologici, dalla bellissima Sdenka e dalla piccola Irina.
Jovan in qualche modo gli ripara l’auto, ma prima che Nicola possa ripartire assiste ad un omicidio efferato, quello di Gorka, il capofamiglia ad opera di Jovan; il giovane alla fine conficca un paletto acuminato nel petto dell’anziano morto, usando un rituale antico per uccidere i vampiri. E in realtà la famiglia Ciuvelak altro è che un gruppo di Wurdalak, una razza speciale di vampiri, che trasforma coloro che vogliono possedere in uno strano mix che ricorda un pò i vampiri e un pò gli zombie.


Nicola decide di scappare e rivolgersi alla polizia locale,ma questi ultimi rifiutano decisamente di intervenire in quanto a conoscenza del terribile segreto dei Wurdalak.
A Nicola non resta da fare altro che tentare di riprendersi l’auto ma la decisione si rivela fatale; assediato dalla famiglia e inseguito anche da Sdenka, che sembra innamorata di lui Nicola riesce in qualche modo a fuggire ma l’esperienza subita è stata talmente forte da farlo uscire di senno.
Internato in un manicomio italiano, Nicola tenta inutilmente di raccontare la sua tragica odissea ai medici; poi un giorno si vede arrivare in ospedale Sdenka, che sembra assolutamente normale.


Così è, in effetti: la ragazza era tenuta a distanza dalla famiglia Ciuvelak e poichè non era amata dalla stessa era stata messa in disparte dalla famiglia stessa.
Ma questo Nicola non lo sa e …….
Chiunque abbia visto il mitico I tre volti della paura di Mario Bava uscito nel 1963 ricorderà l’episodio I Wurdalak, che vedeva come protagonista Gorca, un anziano capofamiglia uscito di casa per andare a caccia di un vampiro (Gorca era interpretato da Boris Karloff); ebbene La notte dei diavoli, regia di Giorgio Ferroni ricalca in vari punti la storia di Bava, pur staccandosene in vari punti per ovvi motivi.
Non un remake, quindi, ma una storia a se stante, che Ferroni, regista specializzato in peplum e spaghetti western (suoi sono Per pochi dollari ancora,Un dollaro bucato, Il leone di Tebe) dirige con mano ferma e con un buon senso del ritmo e della tensione.
Del resto il regista si era già cimentato con l’horror in Il mulino delle donne di pietra, e con ottimi risultati; in La notte dei diavoli si cimenta con il genere gotico-vampiresco ma deve fare i conti con un budget estremamente limitato riuscendo però alla fine a consegnare un prodotto gradevole e di un certo fascino.
Certo, la narrazione ha tempi morti e qualche lungaggine di troppo; l’idea del flashback alla fine risulta vincente ma la storia rischia più volte di impantanrsi proprio per la mancanza di mezzi.


Non è facile diluire in un’ora e mezza di film una storia con pochi protagonisti e ambientata quasi totalmente in una casa nascosta nella foresta; Ferroni fa i salti mortali, affidando a Gianni Garko il ruolo dell’italiano Nicola che diverrà la vittima designata di una famiglia di Wurdalak, vampiri dalle caratteristiche speciali che vivono nascosti in una casa sinistra, tenuti a debita distanza dalla popolazione ( e dalle forze dell’ordine) locali, che conoscono il terribile segreto dei Ciuvelak.Il ruolo di Sdenka è affidato alla bellissima Agostina Belli, che aveva già interpretato un gotico, ovvero il film di Merino Il castello dalle porte di fuoco.


La Belli è sensuale e affascinante e il ruolo di Sdenka le ritaglia uno spazio di ambigua presenza all’interno della famiglia di vampiri, cosa che aggiunge l’elemento suspence al racconto prima del finale a sorpresa (se vogliamo anche crudele) che chiuderà il film.
Come Bava, Ferroni si basa sul racconto I Wurdalak, di Aleksej Tolstoi ottenendo un film godibile, forse uno dei migliori gotici italiani; è il suo penultimo film ed è un vero peccato, perchè il gotico-horror era sicuramente un genere nelle sue corde.


Il resto del cast si muove con disinvoltura, partendo dal solito Umberto Raho, qui nei panni del direttore del manicomio nel quale viene ricoverato Nicola, passando per la giovanissima Cinzia De Carolis (la piccola Irina) e con la presenza di altri caratteristi di sicuro affidamento comeTeresa Gimpera,Rosita Torosh,Roberto Maldera,Stefano Oppedisano e Maria Monti.


La notte dei diavoli è un film quasi dimenticato, non fosse per la sparuta schiera di amanti del gotico italiano; osteggiato alla sua uscita dalla critica, che ne vide un rifacimento in peggio del film di Bava, peraltro poco amato dalla stessa critica, in realtà è un prodotto molto valido.
Non è da tutti riuscire a ricreare un’atmosfera cupa e sinistra senza utilizzare gli stanchi stereotipi del genere, ovvero gli effetti splatter e il solito immancabile sesso.


Ferroni consegna al pubblico invece un prodotto armonico ed interessante, nei limiti angusti imposti dalla mancanza di soldi e quindi di mezzi; la dove manca la pecunia Ferroni supplisce con la tecnica e un uso sapiente del suo mestiere.
Alla fine il film soddisfa e ad avere torto è quella parte di critica ( e di pubblico) incapace di capire che un film lo si può apprezzare anche per l’atmosfera, per il senso di opprimente e latente paura che può generare. In questo Ferroni ottiene pienamente quanto cercato.
Un film da recuperare che è stato rieditato in digitale ma che purtroppo non ha circolazione sul piccolo schermo.

La notte dei diavoli
Un film di Giorgio Ferroni. Con Agostina Belli, Cinzia Carolis, Gianni Garko, Mark Roberts, Umberto Raho, Stefano Oppedisano, Teresa Gimpera, Maria Monti, Roberto Maldera Horror, durata 91 min. – Italia 1972.

Gianni Garko: Nicola
Agostina Belli: Sdenka
Roberto Maldera: Jovan
Bill Vanders: Gorka Ciuvelak
Cinzia De Carolis: Irina
Maria Monti: la strega
Teresa Gimpera: Elena
Umberto Raho: dr. Tosi
Sabrina Tamborra: Mira
Rosita Torosh: infermiera
Luis Suarez: Vlado
Tom Felleghi: sig. Robinson
Renato Turi: brigadiere Kovacic

Regia Giorgio Ferroni
Soggetto Aleksei Konstantinovich Tolstoi
Sceneggiatura Eduardo Manzanos Brochero, Romano Migliorini, Gianbattista Mussetto
Produttore Luigi Mariani
Casa di produzione Filmes, Due Erre Cin.ca (Roma)
Distribuzione (Italia) Produzioni Atlas Consorziate
Fotografia Manuel Berenguer
Montaggio Gianmaria Messeri
Effetti speciali Carlo Rambaldi
Musiche Giorgio Gaslini
Scenografia Eugenio Liverani, Jaime Perez Cubero, Josè Luis Galicia
Costumi Elio Micheli
Trucco Massimo Giustini

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Quando l’amore è sensualità

Figlia di una contessa e orfana di padre, Erminia Sanfelice è una giovane molto inibita e tormentata dalla madre che vuol darla in sposa per trovare qualcuno che rimetta in sesto le sostanze di famiglia.
Supinamente Erminia accetta di andare in sposa ad Antonio, un ricchissimo industriale della carne che ha fatto fortuna proprio con il commercio della stessa.
Ma per lei i problemi nascono da subito; Erminia è molto pudica, non ha alcuna esperienza in campo sentimentale e sopratutto non ama il rozzo e sanguigno marito.
Così tra i due si crea da subito un muro di incomunicabilità, che porta Erminia a non consumare nemmeno il matrimonio.
Inutilmente la contessa Giulia tenta di accomodare le cose e nemmeno l’intervento del parroco ottiene nulla; Erminia è sempre più riluttante ad accettare il dovere coniugale e il marito.
Così prende una decisione drastica.
Molla tutto e si trasferisce a Piacenza da sua sorella Angela.
Anche quà però Erminia incontra dei problemi; tanto è inibita e timida lei, tanto sua sorella è diametralmente differente come carattere.


Espansiva e vulcanica, Angela vive una vita sentimentale e sessuale decisamente promiscua, tanto che Erminia medita di andarsene.
Tuttavia poichè l’alternativa è quella di tornare a casa, Erminia in qualche modo si lascia coinvolgere dal ritmo frenetico della vita di sua sorella.
Nel frattempo Antonio, privo della moglie, riprende la sua vita di Don Giovanni che culmina in un rapporto semi incestuoso con sua suocera Giulia, che ne diviene l’amante.
La matura contessa,travolta dalla sensulità primitiva di Antonio, si lascia andare; ma è in agguato un colpo di mano del destino, perchè Erminia, che ha deciso di tornare a casa, sorprende i due amanti e….


A sorpresa, Quando l’amore è sensualità, film diretto da Vittorio De Sisti nel 1973 mostra di staccarsi dal novero delle commedie sexy sia per la trama drammatica sia per la sceneggiatura che privilegia il tono serioso della vicenda narrata piuttosto che la sua componente scabrosa.
Se la sceneggiatura sembra forzata e incline a privilegiare l’aspetto pecoreccio del triangolo mamma-figlia-marito di quest’ultima, De Sisti evita di spingere l’acceleratore sul morboso privilegiando la trattazione delle psicologie dei personaggi.
Intendiamoci, nulla di trascendentale ma per una volta la componente erotica e morbosa lascia il passo al dramma che i protagonisti vivono nella vicenda.


Le storie intrecciate di Giulia, donna tormentata dai problemi economici ma anche e sopratutto da una sessualità frenata e nascosta che si rivelerà solo nel rapporto semi incestuoso con suo genero e quella di Erminia, donna altrettanto inibita e frigida che scoprirà in parte un mondo alieno come la sua sessualità quando incanterà suo cognato, si mescolano a quelle di due figure in qualche modo all’opposto esatto della coppia madre e figlia.
Antonio infatti è un tombeur de femmes, un gallo ruspante che vive una sessualità sfrenata e insaziabile un pò come la cognata Angela, che all’opposto di Erminia è donna libera e dai costumi sessualmente aperti.
La solita casualtà vuole che proprio Antonio e Angela, che n qualche modo sarebbero fatti l’uno per l’altra non si incontrino, mentre l’uomo finirà per consolare la sua repressa suocera, scatenando però così un dramma famigliare che culminerà nel momento in cui Erminia soprenderà suo marito e sua madre a letto assieme.


Storia pruriginosa, qindi, ma narrata con un certo stile.
Vittorio De Sisti ha sempre diretto con garbo i film che ha avuto per le mani; non dimentichiamo per esempio uno dei migliori decamerotici, Fiorina la vacca oppure Lezioni privare o La supplente va in città.
Certo, siamo comunque in presenza di un dramma configurabile nell’ambito della commedia sexy, non fosse altro per la presenza di diverse scene di nudo che però una volta tanto sono funzionali alla storia raccontata.

Eva Aulin e Agostina Belli

Decisamente ben assortito il cast che vede la presenza di Francoise Prevost nel ruolo della contessa Giulia, interpretato con garbo e misura, di Agostina Bellisempre affascinante nel ruolo della inibita Erminia, di Eva Aulin in quello per lei quasi naturale di Angela, ragazza senza tabù che sa godersi la vita e infine di Gianni Macchia nel ruolo di Antonio, il lussurioso marito di Erminia ed amante di Giulia.
Grazie ad una fotografia molto curata e a dialoghi non banali, Quando l’amore è sensualità si presenta quindi come un film dignitoso, che si avvale anche di una morbida soundtrack firmata dal maestro Morricone.
Un film che andrebbe riscoperto e che dovrebbe aver avuto un edizione digitalizzata.

Femi Benussi

Quando l’amore è sensualità
Un film di Vittorio De Sisti. Con Françoise Prévost, Femi Benussi, Agostina Belli, Gianni Macchia,Umberto Raho, Rina Franchetti, Giovanni Petrucci, Vittorio Fanfoni, Ewa Aulin, Rossella Bergamonti, Giovanni Rosselli, Monica Monet Erotico, durata 93 min. – Italia 1973.

Agostina Belli: Erminia Sanfelice
Francoise Prevost: Giulia Sanfelice
Gianni Macchia: Antonio
Eva Aulin: Angela
Umberto Raho: il sacerdote

Regia: Vittorio De Sisti
Sceneggiatura:Vittorio De Sisti, Luigi Russo
Montaggio: Aldo De Robertis
Fotografia: Angelo Curi
Musiche: Ennio Morricone

Foto di scena del film con Eva Aulin

Profumo di donna

A Giovanni Bertazzi, una giovane recluta in permesso premio viene affidato un compito all’apparenza molto semplice: fare da attendente al capitano in pensione Fausto Consolo che è rimasto privo della vista e di un arto in seguito ad una esplosione.
Il compito di Giovanni è anche quello di accompagnare il Capitano a Napoli, dove dovrà incontrare il suo vecchio amico Vincenzo privo anch’esso della vista.
Partiti in treno da Torino, i due fanno tappa a Genova, ove il Capitano affida al giovane il compito di procurargli una prostituta, cosa che Giovanni fa con riluttanza mentre nella fermata successiva nella capitale, la scena è tutta riservata all’incontro tra Fausto e un suo cugino prete dal quale scaturirà un dialogo crudele in cui tutta l’amarezza del capitano sulla sua triste condizione fisica si scontrerà con la logica un pò farisea di Don Carlo.

Agostina Belli

A Napoli i due finalmente incontrano Vincenzo e qui trovano la bellissima Sara che ha conosciuto da piccola il Capitano e che da allora è invaghita di lui. La donna tenta di corteggiare Fausto, ma quest’ultimo è arrivato nella città partenopea con un solo scopo, quello di suicidarsi con l’amico Vincenzo. Il progetto dei due fallirà per imperizia e per un sussulto di autoconservazione; se prima Fausto aveva respinto fermamente la corte della ragazza, nelle ultime drammatiche sequenze, quando capisce di non poter vivere da solo, chiama a se disperatamente la donna. Giovanni può tornare a casa, sicuramente arricchito dall’esperienza di aver conosciuto quell’uomo che così tanto gli ha insegnato.
Questa in estrema sintesi la trama di Profumo di donna, film diretto dal grande Dino Risi nel 1974, che sceneggiò con Ruggero Maccari una riduzione cinematografica del romanzo Il buio e il miele di Giovanni Arpino.

Vittorio Gassman

Un film davvero molto bello, sia come ambientazione sia come storia tout court, che si dipana attorno al confronto generazionale tra Fausto e Giovanni, un rapporto che diverrà nei pochi giorni in cui i due viaggeranno assieme, quasi una sorta di apologo tra due ruoli opposti ma che alla fine potranno arrivare a toccarsi, un rapporto padre/figlio che tali non sono geneticamente ma che trova alcun punti di contatto che avvicinano i due personaggi principali.
In mezzo le lezioni di vita del capitano, reso cinico dalla sofferenza e dalla perdita della vista, che serviranno all’ingenuo Giovanni per capire che la vita offre tante sfaccettature quante lui non riesca ad immaginare per mancanza di esperienza e per l’inevitabile immaturità.
Giovanni imparerà alcuni dettagli che potranno servirgli nella vita, come distinguere una donna e il suo lavoro solamente attraverso l’olfatto oppure cosa più importante a non fidarsi mai delle apparenze.

La regina del circo, Moira Orfei, interpreta la parte della prostituta chiesta dal Capitano e cercata da Giovanni

Perchè dietro la mancanza della vista e il cinismo che Fausto mostra al suo giovane attendente c’è il dramma di un uomo che non è solo un semplice non vedente, ma un uomo profondamente solo che vede però molto meglio di tanti suoi simili normo dotati.
Lo dimostra quando riesce ad aprire gli occhi a Giovanni sull’infedeltà della sua fidanzatina, quando riesce a mettere in un angolo Don Carlo e i discorsi abbastanza banali e retorici che quest’ ultimo fa giustificando con la fede l’esistenza del male; un discorso puamente teorico che il sacerdote fa non avendo sperimentato sulla sua pelle il male e il dolore fisico.
Anche Vincenzo, che pure è un non vedente come Fausto, in realtà non possiede le caratteritiche del Capitano, la sua profonda perspicacia, quel cinismo latente e dolente che porta il capitano a vedere oltre l’apparenza e che in pratica lo costringe a isolarsi da tutti, come mostrerà nel corso del suo tormentato rapporto con Sara, che vorrebbe amare e che proprio per questo respinge.

Hai sentito? Odore di femmina!

La risata beffarda di Fausto all’offerta da parte di Sara del suo amore

Sara fugge in lacrime, rifiutata dal Capitano

Sara, che ama profondamente il Capitano, riuscirà a far breccia nel cuore di Fausto proprio nel momento in cui lo stesso mostra tutta la fragilità che si nasconde dietro la sua teoria; il fallito suicidio mostra a Fausto quanta importanza possa avere ancora per lui un ostegno morale ancorchè fisico, sopratutto se questo gli viene donato dall’unica persona che in fondo lo ama davvero.
Perchè Vincenzo è solo un amico peraltro non particolarmente acuto come lui e Giovanni è solo un personaggio che transita per qualche istante nella sua vita; cos’altro resta al Capitano a cui aggraparsi, quale speranza può nutrire ancora se non quella di prendere quell’amore disinteressato che Sara gli mostra?
Se Profumo di donna ha delle lacune, queste vengono letteralmente oscurate dalla gigantesca prova d’attore di Vittorio Gassman, che da corpo ad una delle più belle e intense rapresentazioni di un personaggio nella storia del cinema. Talmente convincente da sembrare quasi una proiezione di un alter ego nascosto,  una rappresentazione visiva del proprio intimo che probabilmente non era tanto lontano da quello del Capitano Fausto.
Gassman recita a tutto tondo, assecondato dal compianto, bravissimo Alessandro Momo che di li a poco sarebbe scomparso tragicamente (Roma, 20 novembre del 1974) in seguito ad un incidente motociclistico che procurò dei guai all’attrice Eleonora Giorgi, proprietaria del mezzo con cui Momo ebbe l’incidente fatale. L’attore infatti non aveva ancora compiuto 18 anni essendo nato a Roma il 25 novembre del 1956.

Lo sfortunato Alessandro Momo

Un destino tragico, quello di Momo, morire 5 giorni prima del suo compleanno proprio mentre si stava affermando come una giovane star in seguito ai successi travolgenti dei due film da lui interpretati sotto la regia di Salvatore Samperi, Malizia e Peccato veniale.
Anche Agostina Belli mostra tutto il suo talento nell’interpretazione della giovane Sara: curiosamente in alcune recensioni la Belli viene ridimensionata, mentre in realtà riesce a caratterizzare benissimo il personaggio della dolce Sara, ancora di salvezza e unico futuro possibile per il maturo Capitano.
Il film di Risi è armonico e ben calibrato e diventerà uno dei punti fermi della cinematografia italiana degli anni settanta.
A pensarla nello stesso modo infatti furono i giurati del premi David di Donatello, che premiarono Risi per la miglior regia dell’anno e Gassman per la migliore interpretazione; l’attore genovese bissò il risultato l’anno dopo a Cannes dove venne nuovamente insignito del premio per la migliore interpretazione maschile. Nel 1976 il film ottenne anche il Cesar come miglior film.

L’ultimo dialogo tra due amici

Profumo di donna,un film di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Agostina Belli, Moira Orfei, Alessandro Momo, Franco Ricci,Lorenzo Piani, Vernon Dobtcheff, Carla Mancini, Alvaro Vitali, Elena Veronese, Sergio Di Pinto, Stefania Spugnini, Torindo Bernardi, Al Pacino
Commedia, durata 100 min. – Italia 1974.

Vittorio Gassman: Capitano Fausto Consolo
Alessandro Momo: Giovanni Bertazzi
Agostina Belli: Sara
Moira Orfei: Mirka
Torindo Bernardi: Vincenzo
Alvaro Vitali: Vittorio, il barista
Franco Ricci: Tenente Giacomino
Elena Veronese: Michelina
Stefania Spugnini: Candida
Marisa Volonnino: Ines
Sergio Di Pinto: Raffaele
Vernon Dobtcheff: Don Carlo

Regia     Dino Risi
Soggetto     Giovanni Arpino
Sceneggiatura     Ruggero Maccari, Dino Risi
Fotografia     Claudio Cirillo
Montaggio     Alberto Gallitti
Musiche     Armando Trovajoli
Scenografia     Lorenzo Baraldi
Costumi     Benito Persico

Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Ottima regìa. Gassman immenso pur quando gigioneggia, il povero Momo bravino, la Belli (non credibile come napoletana) di una bellezza e di una freschezza tanto note quanto notevoli. Ci sono pure Alvaro Vitali e Di Pinto. Vernon Dobtcheff, non accreditato, è un ottimo Don Carlo. L’unica cosa che stona è il finale, diverso rispetto al libro, che in molti passi è seguito parola per parola. Commedia drammatica che sfocia nel lacrimoso, ma di alto livello. Ruffianamente bella la musica di Trovajoli.

Bel film di Dino Risi, decisamente superiore al remake americano, che tuttavia si avvale della presenza di Pacino. Il film, la cui buona sceneggiatura è tratta da un romanzo di Arpino, è dominato dalla figura del protagonista, interpretato da un Gassman che giganteggia sul resto del cast, dando vita a una figura che è nel contempo esplosiva, ma anche cinica e tragica, per un film dal retrogusto amaro.

Successone, e vetrina per un formidabile (e incontenibile) Gassman, che si mangia a merenda tutto il cast (però Momo è perfetto per la parte, poverino). Amaro, poco consolatorio, non un Risi capitale, ma comunque eccellente e superiore – nonostante la superlativa prova di Pacino – al pur valido remake. La Belli ha recentemente confessato pessimi ricordi del clima sul set, che a suo dire la videro spesso presa nel mezzo fra i due Grandi Cinici.

Timido militare di leva deve accompagnare in viaggio un ufficiale cieco. Un film bellissimo sulla storia potente di un vecchio allupato, esuberante e loquace, che umilia un ragazzo spalancandogli però le porte a un mondo diverso e conturbante. I toni da commedia all’italiana, che accompagnano tutto il lavoro riservando molte occasioni di riso o sorriso, sottolineano questo divario, ma soprattutto l’amaro baratro della solitudine in cui sta il protagonista (un grandissimo Gassman), rivelandoci la sua intima fragilità dietro la corazza di macho.

Grossa delusione. La partenza è in grande stile, all’insegna dell’istrionismo di un grandissimo Gassman, che nasconde la propria debolezza dietro una scorza di cinismo ed arroganza; poi, pian piano, tutto precipita verso un finale melenso e stucchevole, complice l’insopportabile personaggio della Belli, folle di un assurdo amore dettato da libidinosa pietà. C’è pure Alvaro Vitali, orribilmente (e imperdonabilmente) doppiato. Molto meglio il più vigoroso remake a stelle e strisce.

Discreto film di Risi dominato dalla grandissima prova di Gassman, l’assoluto protagonista di una bella storia che, grazie alla sua comicità spesso nera ed abbastanza cattiva (e nonostante qualche cedimento ad un po’ di patetismo), coinvolge e diverte non poco lo spettatore. Decisamente superiore allo scialbo rifacimento di Brest.

Commedia amara diretta da Dino Risi e ottimamente interpretata da Vittorio Gassman; non riuscita al 100%, comunque molto interessante e ben più valida del remake americano (interpretato da Al Pacino). Anche Alessandro Momo è ben addentro alla parte e Agostina Belli, sempre bellissima, se la cava, anche se improponibile come napoletana. Un buon esempio di drammatico che sfiora il melenso, ma che sa rimanere su buoni livelli. Da vedere.

Fino all’arrivo a Napoli un mezzo capolavoro, imperniato sia sul vivace road-movie intrapreso dall’austero comandante che tiene sotto schiaffo il timido cadetto sia, soprattutto, sulla figura di Gassman, che con una prova sontuosa si rilancia in grande stile dopo qualche anno di stanca. La tappa partenopea rallenta tutto il film, che si sposta troppo sul sentimentale, focalizzandosi sull’infelice personaggio incarnato dall’insipida Belli. Momo invece è molto credibile. Eccedono nel melò le belle note di Trovajoli. Diverso, ma non migliore del suo remake.

Sarebbe stato da 3 pallini, ma rovina tutto l’entrata in scena di Agostina Belli qui in una delle sue parti peggiori (non che reciti male.. ma il personaggio è veramente una lagna fuoriposto). Ottimi Momo e Gassman (uno dei nostri migliori attori di sempre), da dimenticare la Belli. Passabile nonostante le musiche tristi e la parentesi sentimentale.

Bellissimo film in cui il protagonista emerge con il suo cinismo che cela la disperazione per una realtà non accettata; Momo fa da contraltare come Trintignant nel Sorpasso (ma è ancor più giovane ed inesperto). Dolce la Belli, anche se non si comprende fino in fondo perché si innamori di una canaglia simile. Da ricordare il cameo di Moira Orfei. Il remake è proprio un altro film.

Un Gassman memorabile tratteggia ed interpreta un altezzoso ufficiale dell’Esercito non vedente a causa di un incidente sul campo. Dopo una valida prima parte, incentrata su un lungo viaggio in treno, la narrazione approda a Napoli, dove tra feste e riflessioni si rischia il tragico epilogo. Una splendida Belli ed un promettente ma sfortunato Momo, accompagnano il Mattatore in questa digressione sulla vita e sulla morte.

Sopra ogni cosa un film dei ricordi. Come si facciano film così carichi di sentimenti, è difficile da sapere, a noi comuni mortali il compito di saperli leggere. Il Gassman di questo film è inarrivabile: recitazione, contemplazione del proprio ego, sublimazione dei movimenti. Nei paraggi il resto del cast, ammira. Tutto funziona a meraviglia grande Risi. La Napoli piena di sole e incorniciata va bene così.

Melanconico a partire dal tema musicale che apre e chiude, ma con quella risata cinica che tra Risi e Gassman trova la sua naturale collocazione. Si perde talora in eccessi ma la sua bellezza sta di gran lunga nell’interpretazione del mattatore, qualcosa che spazza via il resto del cast: beffardo, drammatico, istrionico, cinico (appunto), fornisce una fotografia più che umana dell’uomo (non dimenticandosi di farlo notare tra i dialoghi finali). Da vedere.

Gassmann in una forma a dir poco strepitosa. Location tutte azzeccate. Paragonata all’interpretazione di Al Pacino che con questo film ha vinto l’Oscar, Gassman lo meriterebbe a maggior ragione postumo. Agostina Belli in questo film appare bella e affascinante come non mai.

Dino Risi è un grandissimo regista. L’ho scritto spesso e convintamente lo ribadisco oggi parlando di questo film, girato più di vent’anni fa. Era una storia bellissima, estratta da un romanzo di quel genio dimenticato che era Giovanni Arpino. Il libro si chiamava Il buio e il miele ed è una storia di un militare diventato cieco, della sua disperata vivacità, della poesia tragica della voglia di vivere, comunque, a ogni costo. Vittorio Gassman è il protagonista, in linea con i grandi personaggi con i quali aveva, negli anni precedenti, attraversato la miglior commedia italiana. » (Gian Luigi Rondi)

È una fortuna essere ciechi perché i ciechi non vedono le cose come sono ma come immaginano che siano. (Fausto)
 Sai cos’è l’amico? Un uomo che ti conosce a fondo e nonostante ciò ti vuole bene. (Fausto)
Hai sentito? Odore di femmina! (Fausto)
Paura di che? Il peggio che ci poteva capitare ci è già capitato. (Fausto )
È una fortuna essere ciechi: perché i ciechi non vedono le cose come sono, ma come immaginano che siano.(Fausto)

La governante

La famiglia Platania è un nucleo famigliare che ruota attorno alla figura del patriarca Leopoldo, rimasto vedovo e che vive con suo figlio Enrico, sua nuora Elena, i due nipotini e una domestica che asseconda le bizzarrie e le volontà di tutta la famiglia, una bella e ingenua ragazza siciliana di nome Jana.
Il gruppo vive una vita rispettabile, con Leopoldo che fa la vita del pensionato, dedicandosi principalmente a se stesso, mentre suo figlio Enrico dedica gran parte del suo tempo alle donne; Elena, una donna scioccherella con pretese di essere una intellettuale, accetta la corte di uno scrittore, peraltro molto discreta, ma in maniera platonica.
Il collante della famiglia è la religiosità, che viene ostentata in primis da Leopoldo; una religiosità di facciata, che prende dal cattolicesimo solo alcuni dettami, trascurando quelli che sono viceversa i fondamenti della religione stessa, la carità, l’altruismo ecc.

Martine Brochard e Agostina Belli

Tutto verrà messo indiscussione, incluso le vite dei singoli famigliari il giorno in cui arriva dalla Francia l’affascinante Catherine, con il compito di fare da governante e istitutrice; la donna ben presto entra in conflitto con Leopoldo proprio i materia di religione.
In una lunga discussione con lo stesso, Catherine rimprovera all’uomo proprio la religiosità esteriore, ostentata ma non praticata.
La donna dal canto suo ha un segreto che non rivela alla famiglia che la ospita; è scappata dalla Francia dopo il suicidio della sua amante.

Paola Quattrini e Pino Caruso

La sessualità di Catherine, repressa per ovvi motivi, non ultimo il particolare concetto di peccato che Leopoldo ha verso tutto ciò che esula dalla “normalità” della sua fede esplode però a contatto con Jana.
La ragazza, bella e ingenua, turba Catherine, che scopre di essere attratta morbosamente da essa.
Così la donna mette in moto un meccanismo che avrà tragiche conseguenze; accusa Jana di avere tendenze lesbiche, provocando così l’allontanamento della stessa dalla famiglia.
Jana in lacrime e assolutamente innocente lascia la casa.

Martine Brochard

Ma il destino ha in serbo per lei una sorte peggiore; durante il viaggio di ritorno verso casa Jana rimarrà vittima di un incidente ferroviario nel corso del quale perderà la vita.
Nella famiglia Platania tutto sembra tornare alla normalità.
Arriva una nuova cameriera, Francesca.

Martine Brochard e Christa Linder

Leopoldo però scopre Catherine in atteggiamenti saffici con Francesca e si rende conto della realtà.
Durante un drammatico colloquio con la stessa Catherine, scopre il perchè della messa in scena e delle bugie dette dalla stessa ai danni di Jara.
Per evitare di “contaminarla” e di rovinare la sua purezza e ingenuità, Catherine ha fatto in modo di allontanarla da se, anche per non perdere il lavoro ma sopratutto per non peredere la stima di Leopoldo, che la tratta a volte da figlia a volte come una donna dalla quale è attratto.
Subito dopo la confessione Catherine scappa in camera sua e dopo aver appeso un lenzuolo ad un lampadario, si impicca.
Ma è destino che questa volta le cose vadano per il verso giusto.

Vittorio Caprioli e Paola Quattrini

Allarmato da una frase che Catherine ha pronunciato, l’uomo corre in camera della donna e riesce a salvarla appena in tempo.
Dopo averla rianimata, la prende tra le braccia e cullandola la chiama figlia mia.
Diretto da Giovanni Grimaldi, poliedrico regista attivo sopratutto negli anni 50 e 60, La governante, uscito nelle sale nel 1974 è un film di buona fattura, al contrario di quanto sostenuto dal solito ineffabile Morandini che boccia il film come becero e triviale ed è tratto da un’omonima piece di Vitaliano Brancati.
Al contrario, la pellicola non presenta assolutamente nè linguaggio da caserma nè situazioni erotiche tali da far gridare allo scandalo.
Il film si distingue per una sua specifica eleganza e sobrietà e per la capacità di affrontare un tema così complesso come il rapporto tra la religione e la morale, attraverso il conflitto tra Leopoldo, uomo tradizionalista ed ancorato ad una visione della religione molto arcaica e la giovane Catherine, afflitta dai complessi di colpa e sicuramente disposta ben diversamente nei confronti della religione.
Se è vero che messo così il discorso sembrerebbe portare ad una visione di un film profondo e problematico, và detto che il tutto è affrontato in superficie, senza alcuna intenzione, da parte dello sceneggiatore, di impelagarsi in un’opera strutturalmente troppo complessa e che non poteva essere affrontata usando l’ironia e la leggerezza, cosa che invece nel film è predominante.

Tutto viene affrontato e discusso quasi si fosse di fronte ad una giornata normale nella vita della classica famiglia media italiana, nello specifico siciliana, quindi vista con i difetti che generalmente venivano attribuiti alla stessa.
Quindi tendenza al conservatorismo, ipocrisia e sopratutto i soliti stereotipi del figlio macho e ruspante che tenta di sedurre tutto ciò che è di sesso femminile, incluse le cameriere e la governante, con tanto di agginta dell’immancabile amante.
Tuttavia il regista fa la sua parte, imbastendo una storia con una sua credibilità, anche se manca quasi completamente uno spessore dei eprsonaggi che giustifichi la parte drammatica che si materializza dopo la prima metà del film stesso.
Il discorso dei sensi di colpa di Catherine è appena abbozzato, così come sono privi di qualsiasi spessore i personaggi di Elena, la scioccherella figlia di Leopoldo e della stessa Catherine, che sembra oscillare tra la sua incerta sessualità e la mortificazione che le arriva da un senso di estraneamento da quella famiglia che invece segue regole molto rigide, anche se viste con una morale molto elastica.
La recitazione dei vari attori è però molto convincente, a partire da Turi Ferro, perfettamente a suo agio nel ruolo di Leopoldo per proseguire con una affascinante Agostina Belli, la giovane e ingenua cameriera che finirà per essere l’unica a pagare per giunta per una colpa nemmeno immaginata e tanto meno accaduta.

Bene Martine Brochard, anche se leggermente rigida e monocorde nel tratteggiare la figura ambigua di Catherine mentre appaiono decisamente di contorno i ruoli di Pino Caruso, peraltro impeccabile nell’interpretazione del galletto Enrico, di Paola Quattrini, splendida e brava nel ruolo della svampita Elena.
Chiude il cast Christa Linder, che ha una piccola parte, quella della nuova cameriera che sostituisce Jara.
Per concludere, lasciate da parte i balzani consigli di Morandini e C. e guardatevi questo film che vale sicuramente il tempo speso davanti al televisore.

La governante, un film di Gianni Grimaldi. Con Vittorio Caprioli, Paola Quattrini, Agostina Belli, Martine Brochard, Turi Ferro, Umberto Spadaro, Lorenzo Piani, Christa Linder, Pino Caruso
Commedia, durata 109 min. – Italia 1974.

Turi Ferro – Leopoldo Platania
Agostina Belli – Jana
Martine Brochard – Catherine
Paola Quattrini – Elena
Vittorio Caprioli – Alessandro Bonivaglia
Pino Caruso – Enrico Platania
Christa Linder – Francesca

Regia: Gianni Grimaldi
Sceneggiatura: Gianni Grimaldi
Soggetto: Vitaliano Brancati
Musiche: Piero Umiliani
Editing: Daniele Alabiso
Fotografia : Gastone Di Giovanni

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Interessante trasposizione cinematografica di un celebre dramma di Brancati, il quale ebbe problemi di censura. L’opera risente della struttura teatrale, ma Gianni Grimaldi (che stavolta vola in temi alti) tiene bene il bàndolo e conduce in porto una pellicola interessante, con interpreti bravi. Il finale del testo originale viene, ahimé, profondamente cambiato. Da rivedere.

Piuttosto fedele al testo di origine (ispirato da una pièces teatrale di Vitaliano Brancati) ha la particolarità d’esser più vicino (per effetto contrario) al film di Samperi di quanto non ci si aspetti. Più della presenza di Turi Ferro, quello che ne fa un Malizia-speculare è la diversità sessuale della protagonista: una governante lesbica (giovane e di nazionalià francese) destinata (poiché spregiudicata e decisa) a scatenare pulsioni “carnali” di vario tipo in ogni abitante della casa presso la quale viene ingaggiata. Il dramma si sovrappone, gradualmente, al sotteso (ma presente) erotismo…

Riuscita notevole di Grimaldi, anche di una certa aderenza al grande Brancati, salvo nel finale e pur concedendo qualcosa alla commediola. Merito anche di un cast quasi perfetto (il quasi riguarda la Belli, tanto carina ma inadatta alla parte), con menzione d’onore per il superbo Caprioli nei panni dello scrittore di successo (Brancati vi parodiò Moravia, che se ne ebbe un po’ a male). Da vedere: si astenga però chi, fuorviato dal titolo e da Turi Ferro, si aspetti un sotto-Malizia.

Adattando l’opera di Brancati, Grimaldi dosa attentamente commedia alla siciliana e dramma, mantenendo spesso – specie durante le discussioni tra i personaggi – una struttura tipicamente teatrale. Le scene considerate più scabrose (lesbismo e masturbazione) sono più accennate che mostrate. Molto validi gli interpreti: primeggiano Ferro, Caprioli e la Brochard, ma anche le loro spalle sono azzeccate.

Il film l’ho visto tardivamente e debbo dire che ero piuttosto prevenuto, poiché il genere sexy-familiare in genere ha risultati piuttosto soporiferi; invece il film ha del ritmo e si segue con un certo entusiasmo: merito dell’ottimo cast e delle bellezze imprescindibili delle “donzelle”, tra le quali spicca (a mio avviso) una poco sfruttata dal cinema quale è Paola Quattrini. Un film di vecchio stampo e terribilmente “settantiano” nelle ambientazioni, ma azzeccato.

Film interessante dalla trama non banale, che parte e si sviluppa come classica commedia con stereotipi vari, ben sceneggiati e benissimo recitati (il siciliano tradizionalista e patriarca, il figlo inetto, la nuora milanese “moderna” e insoddisfatta, la governante francese, l’ossessione per le corna) per poi prendere una piega morbosa e concludersi in modo drammatico e inaspettato. Esilarante Vittorio Caprioli che scimmiotta Moravia, ottimi tutti gli interpreti, a cominciare dall’insondabile Martine Brochard.

Il piatto piange

Un gruppo di amici, oziosi e annoiati, si riunisce a Luino nell’albergo di uno della compagnia.
Siamo agli inizi degli anni Trenta, il fascismo è da poco al potere, ma al gruppo dei gaudenti poco importa, anzi.
A loro della politica interessa poco; le loro serate passano in interminabili partite a carte, fra sberleffi e boccaceschi racconti sulle prodezze amatorie dei componenti del gruppo.

Il gruppo riunito

Sbruffonate, certo, ma non quelle di Mario Tonino detto il Camola; lui con le donne ha davvero fortuna, forse perchè affronta la vita e le cose come un gioco.

Andrea Ferreol, la cantante moglie del capostazione

Camola è il segretario del locale avvocato, i suoi amici sono un barbiere, un capostazione, un professore…in pratica, gli uomini del paese che hanno una funzione sociale. Tutti insieme oziano, in una città che sembra oziosa allo stesso modo, incurante degli avvenimenti tragici che sembrano avvicinarsi come nubi nere; quando il gruppetto non è impegnato a giocare a carte, o a prendersi beffe dello Spreafico, il locale dirigente del partito fascista, frequentano la casa d’appuntamenti di Mamma Rosa, da poco trasferitasi con le sue ragazze nel paese.

Il Camola ben presto seduce dapprima la moglie di un casellante delle ferrovie, poi la bella Ines, la ragazza più bella del paese e infine una giovane fascista.
Quest’ultima dopo che un mediconzolo gli ha diagnosticato una malattia venerea e dopo che un suo amico gli ha fatto bere la balla che per guarire deve andare con una ragazza ancora vergine.
Così, tra una beffa e un litigio, tra giochi e indolenza, si consumano le giornate del gruppo, mentre attorno a loro scorre pigramente la vita della cittadina, scossa solo dalla morte di Mamma Rosa e dalle spedizioni punitive dello Spreafico avvenute in concomitanza con i festeggiamenti del 21 aprile.

Una delle ragazze di mamma Rosa

Il piatto piange, diretto da Paolo Nuzzi nel 1974 e tratto dall’omonimo romanzo di Pietro Chiara, è una trasposizione abbastanza fedele del romanzo stesso, del quale cerca di ricostruire l’atmosfera indolente, pigra che lo caratterizza.
E lo fà in maniera abbastanza originale, perchè il film scivola via senza grosse sbandate, riuscendo a catturare l’attenzione dello spettatore con i fatterelli, tutto sommato abbastanza banali, che avvengono nel paese.

Due fotogrammi con la splendida Agostina Belli, Ines

Merito non solo della sceneggiatura a cui lavorarono in tre, lo stesso scrittore, il regista e Maria Pia Sollima, ma anche grazie al bel cast che il film riunisce attorno alla figura principale del Camola, interpretato molto bene da Aldo Maccione.
L’attore torinese da respiro al suo personaggio, un uomo dai robusti appetiti sessuali, poco disposto a prendere sul serio la vita o quello che gli accade intorno.

La bella del paese

Accanto a lui, il grande Erminio Macario, che interpreta il Brovelli, un reduce un pochino tocco della prima guerra mondiale che si prende lo sfizio di mollare una pedata nel didietro ad un fascista.
Molto bene anche la bella e brava Agostina Belli, la Ines bramata dal Camola (che riuscirà a goderne le grazie) e dal viscido Spreafico, che inutilmente le farà la corte.

Come disturbare involontariamente un’adunata fascista

Ci sono poi Andrea Ferreol, l’unica ad andare sopra le righe con il  personaggio (un tantino isterico) della cantante lirica moglie del capostazione che fà becco il marito, c’è Guido Leontini che al solito interpreta il personaggio più antipatico del film, lo Spreafico.
E infine attori come Claudio Gora (il dottore), Daniele Vargas (l’Avvocato) e nientemeno che Bernard Blier nel ruolo del parroco.
Piccola parte per Maria Antonietta Beluzzi che interpreta Mamma Rosa; l’attrice, che aveva 44 anni all’epoca in cui fu girato il film, compare in una scena di nudo piuttosto ardito, anche s enon partcolarmente apprezzabile dal punto di vista estetico.

” Ma io non sono mica vergine… “Nooo?… Eh no!”

Un film di buon livello, gradevole, che ha il merito di ricrerare le atmosfere ovattate tipiche del romanzi di Chiara; un film in cui l’ironia è palpabile, che qualche vota esprime la stessa con guizzi beceri. Ma sono difetti davvero veniali, perchè il tutto non sfugge mai dalle mani del regista, che riesce a portare a termine un prodotto con dignità senza mai scivolare nella farsa.
Il piatto piange,un film di Paolo Nuzzi. Con Erminio Macario, Agostina Belli, Andréa Ferréol, Aldo Maccione, Claudio Gora, Bernard Blier, Daniele Vargas, Elisa Mainardi, Renato Pinciroli, Lorenzo Piani, Vittorio Fanfoni, Loredana Martinez, Nazzareno Natale, Guido Leontini, Armando Brancia, Renato Paracchi, Franco Diogene, Angelo Pellegrino, Piero Chiara
Commedia, durata 110 min. – Italia 1974.

Bernard Blier, il parroco

Maria Antonietta Beluzzi, Mamma Rosa

Claudio Gora, il dottore

 

Aldo Maccione: Mario  Tonini detto il Camola
Erminio Macario: Brovelli
Agostina Belli: Ines
Maria Antonietta Beluzzi: mamma Rosa
Andréa Ferréol: Cantante lirica
Aldo Maccione: Mario “Camola” Tonini
Claudio Gora: Il dottor Ferri
Bernard Blier: Il parroco
Daniele Vargas: L’Avvocato
Elisa Mainardi: Wilma Sperzi
Renato Pinciroli: Rimediotti
Loredana Martinez: Flora
Nazzareno Natale: Bertinelli, lo stalliere
Guido Leontini: Spreafico
Armando Brancia: Mazzaturconi, il federale
Renato Paracchi: Il “cliente” di Bellinzona
Franco Diogene: Peppino, il barbiere
Angelo Pellegrino: Giuseppe Migliavacca, il sarto
Piero Chiara: Un cliente del caffè con giornale
Maria Antonietta Beluzzi: mamma Rosa

 


Regia     Paolo Nuzzi
Soggetto     Piero Chiara,
Sceneggiatura     Piero Chiara, Paolo Nuzzi, Maria Pia Sollima
Fotografia     Arturo Zavattini
Montaggio     Antonio Siciliano
Musiche     Franco Micalizzi, Rudy Knabl, Sandro Blonksteiner
Scenografia     Mario Ambrosino
Costumi     Mario Ambrosino, Angela Parravicini

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“Non ho mai capito perché anche i cinefili dalla mente più aperta, più anticonformisti, sempre pronti a rivalutare ignobili filmacci, non abbiano mai riscoperto questa gradevole pellicola d’ambientazione provinciale (e d’epoca fascista), ispirata all’omonimo romanzo (1962) di Piero Chiara. Certo, non è perfetta, i tempi morti purtroppo non mancano, ma tutti gli interpreti sono affiatati e il risultato è comunque gradevolissimo da visionare.

Vezzosa pellicola di ambientazione luinese (in realtà girato ad Orta San Giulio: si vede anche l’isoletta in mezzo al Cùsio), con gradevolissimi caratteristi. Accanto ad un ottimo Maccione, ruotano l’Agostina , Gora, Diogene, Leontini, Maffioli, Vargas, Pellegrino… In più ci sono due assi come Bernard Blier (che ha la faccia di uno che è nato per fare l’attore) e Macario (non proprio eccelso, ma lo si guarda sempre con affetto). Film non grande, ma legittimamente di piccolo culto.

Distribuito nelle edicole (ormai in anni lontani, tipo 1996-1997) nella serie Commedia Sexy all’Italiana (Shendene & Moizzi) il film non brilla per ritmo, essendo statico (fissato attorno ad un tavolo) e costringendo a piangere, non solo il piatto, ma pure lo spettatore. Il pianto poi si dilunga, di fronte allo sperpero d’un cast di spessore (risalta il simpatico Macario) ed alla perfetta ricostruzione degli ambienti d’epoca (anni ’30). L’obiettivo del film è mancato in pieno, ma merita una visione.

Gustoso e salace, in tono con la poetica di Chiara (che co-sceneggia e fa una fugace apparizione su una panchina ad ammirare la Belli). Maccione straordinario, ricostruzione accurata. Un film riuscito.”


Conviene far bene l’amore

Il primo decennio degli anni ottanta vede il nostro paese ( e tutti quelli del pianeta) alle prese con una crisi energetica senza soluzione.

Sull’intero pianeta, infatti, le risorse sono definitivamente esaurite.

Il mondo quindi è ripiombato indietro di secoli.

Ferme le attività produttive, le auto, non si vola più, non ci sono più i treni e tutti gli orpelli della civiltà; le auto sono utilizzate come carrozze, trainate dai cavalli, e la gente deve inventarsi e industriarsi su come illuminare le case, sul come riscaldarsi ecc.

L’esperimento sulla cavia volontaria, l’infermiera Piera, Eleonora Giorgi

Gigi Proietti è il Professor Enrico Nobili

Ma c’è un giovane testardo, il  professor Enrico Nobili, che è convinto che si possa ancora fare qualcosa. Studiando le teorie del professor Reich, Enrico decide di sfruttarle per ottenere energia elettrica.

Il professor Reich era convinto che l’attività sessuale producesse enrgia, così il furbo Enrico decide di dimostrare la tesi del predecessore; convince alcuni suoi collaboratori a partecipare all’esperimento, in primis una sin troppo disponibile infermiera, alla quale applica degli elettrodi.

Un altro esperimento…..

…miseramente fallito

La ragazza quindi ha un amplesso con un assistente, ma l’energia prodotta è davvero minima.

Enrico decide di trovare due che abbiano più resistenza, e li trova in una coppia molto eterogenea; lui, Daniele Venturoli, direttore d’albergo, è un’insaziabile erotomane, sempre pronto a soddisfare le voglie di clienti e amiche, mentre lei, Francesca De Renzi, è un’insaziabile moglie con una caterva di figli.

Con uno stratagemma Enrico li fa ricoverare in clinica e tra i due scoppia la passione.

L’esperimento funziona alla perfezione,e Enrico riesce a far funzionare luci e anche ascensori della clinica.

Enrico riesce a ottenere l’interessamento dei potenti, e dopo aver vinto anche la resistenza della chiesa, finisce per imporre la nuova fonte energetica.

Adriana Asti è Irene Nobili

Ma da quel momento in poi l’atto sessuale diverrà consono solo alla produzione di energia e verrà bandito dai rapporti ogni genere di affettuosità e di complicità amorosa, svuotando così di fatto il rapporto sessuale.

Conviene far bene l’amore, film del 1975 diretto da Pasquale Festa Campanile, che adattò per lo schermo un suo romanzo, uscì nel periodo più critico per il pianeta, alle prese con una crisi energetica senza precedenti, che vide in poco tempo aumentare a dismisura il costo del petrolio, con conseguenza catastrofiche per le economie mondiali.

Festa Campanile la gettò sul ridere, ottenendo un film quanto meno non usuale, pieno di nudi femminili ma mai volgare e assolutamente lontano dalla commedia erotica.

Agostina Belli è Francesca, Christian De Sica interpreta Daniele

Scatta la fatal scintilla

Grazie alle superbe bellezze di Eleonora Giorgi e di Agostina Belli, la moglie ninfomane, grazie anche al buon esordio di un irriconoscibile Christian De Sica, non ancora caratterizzato dal pesante accento romanesco, Festa Campanile ottiene un buon prodotto, che si regge bene grazie anche alla superba prova di Gigi Proietti, uno stralunato, stravagante professor Enrico Nobili, e al cast di buoni attori che compaiono in parti esilaranti, come Adriana Asti, moglie del professor Enrico, Mario Scaccia nella parte di un cardinale, Mario Pisu in quella di un onorevole ecc.

Un film privo di volgarità, come del resto nelle corde del regista, che usa il suo linguaggio visivo fatto di sottile ironia accompagnandosi con una sceneggiatura di buon livello.

Il film resta in bilico tra la commedia leggera e quella impegnata, propendendo però decisamente per la prima; se le battute non sono esilaranti, si ride amaro davanti alla descrizione di una città ridotta a vivere di ricordi.

Bella la scena del rigattiere che vende un lampadario e delle lampadine, alcune fulminate e altre no all’incredibile prof. Nobili, assolutamente certo delle teorie di Reich, tanto da giocarsi il residuo prestigio di cui gode.

Da segnalare la bellissima Agostina Belli, a suo agio anche senza vestiti, nel ruolo più “nudo” che abbia interpretato sullo schermo; la sua innocente malizia è tra le cose migliori del film.

Un film da riscoprire, alla luce della crisi energetica attuale, per riflettere su come 35 anni addietro avessero duvuto fare i conti con gli stessi problemi attuali, risolti da Campanile con una risata ironica e leggera.

Conviene far bene l’amore,un film di Pasquale Festa Campanile. Con Mario Scaccia, Christian De Sica, Adriana Asti, Mario Pisu, Agostina Belli, Eleonora Giorgi, Luigi Proietti, Franco Agostini, Quinto Parmeggiani, Pietro Tordi, Oreste Lionello, Gino Pernice, John Karlsen, Armando Bandini, Monica Strebel, Mario Maranzana, Roberto Antonelli, Enzo Robutti, Loredana Martinez, Franco Angrisano, Aldo Reggiani, Franco Mazzieri, Salvatore Puntillo, Pupo De Luca, Leo Frasso, Ettore Carloni, Vincenzo Maggio, Tom Felleghy

Commedia, durata 106 min. – Italia 1975.

 

La reazione all’esperimento

 

 

 

 

Il secondo incontro non casuale


 

Gigi Proietti     …     Prof. Enrico Nobili

Agostina Belli    …     Francesca De Renzi

Eleonora Giorgi    …     Piera

Christian De Sica    …     Daniele Venturoli

Mario Scaccia    …     Mons. Alberoni

Adriana Asti    …     Irene Nobili

Franco Agostini    …     Dr. Spina

Quinto Parmeggiani    …     De Renzi

Gino Pernice    …     Assistente

Mario Pisu    …     Ministro

Monica Strebel    …     Angela

Franco Angrisano    …     Landlord

 

Regia:     Pasquale Festa Campanile

Soggetto:     Pasquale Festa Campanile (dal romanzo omonimo)

Sceneggiatura:     Pasquale Festa Campanile, Ottavio Jemma

Fotografia:     Franco Di Giacomo

Montaggio:     Sergio Montanari

Musiche:     Fred Bongusto

 

Si ride e s’irride, nel film di Festa Campanile (autore anche dell’omonimo romanzo), con giovanile inventiva e ironico moralismo. La fantascienza erotica ha sempre una piega goliardica, e infatti anche qui molti spassi hanno radice in recite studentesche e numeri da avanspettacolo, benché l’idea risalga alle zampette della rana di Galvani; ma le argute e accorate riflessioni che Festa Campanile ne trae partecipano più della polemica con gli scienziati, i tecnologi e i sociologi del progresso che non dell’elogio dei sessuomaniaci. Il nostro autore furbetto, avvertendo con prensile fiuto che cresce la domanda di sentimento e il cipiglio ecologico, si allinea con prontezza, tuttavia senza perdere il suo gusto del piccante.

Il film, così, marcia allegramente in una ghirlanda di gag che coinvolgono satira della scienza e dei potenti, pochade e paradosso, cinema avveniristico e amabili spogliarelli. Vi sono squilibri e ovvietà, e la materia poteva offrire scavi più crudeli, ma l’ambizione non era poi altissima. Giustamente convinto che far ridere non costituisca una colpa, Festa Campanile è un autore per grandi platee. Se talvolta, diciamo anche spesso, è andato troppo sul facile, qui taglia per primo il traguardo, con armi scherzose ma oneste, d’un cinema per liete brigate, infastidite dalle porcheriole e dalle melensaggini. Il film, nonostante l’abbondanza di copule, è una novella pulita, che senza dirvi sul sesso più di quanto sappiate, vi persuade a non sciuparlo col farne un obbligo sociale.

Gli attori s’amano e si divertono. Christian De Sica è ben avviato sul cammino brillante apertogli da papà (colpisce ritrovarvi gesti e inflessioni, emersi dal cinema degli anni Quaranta). Agostina Belli ormai va tranquilla, dolce e graziosa, Eleonora Giorgi si spoglia con vezzi spiritosi, Adriana Asti fa macchia con gran classe, e Mario Scaccia è un esilarante monsignore, scandalizzato ma non troppo. Il peso maggiore è sulle spalle di Gigi Proietti, bravo e svelto nel dare colori assurdi e giocondi al premio Nobel dell’orgasmo. Musiche di Fred, di buon gusto.

Giovanni Grazzini,da Il Corriere della Sera, 13 aprile 1975

Giochi di fuoco

Di Alain Robbe-Grillet , regista francese scomparso recentemente, ho visto solo due film, Spostamenti progressivi del piacere e questo Giochi di fuoco, datato 1974; dico subito che i due film che ho visto sono un’autentica sfida visiva, giocati come sono su incastri degni delle famose scatole cinesi. Grillet si divertiva a montare, rismontare e poi montare ancora i film, trasformandoli a piacimento in corso d’opera, con il risultato di lasciare lo spettatore sconcertato di fronte agli improvvisi capovolgimenti di trama, di situazioni, con finali che mettevano a dura prova lo stesso spettatore.

Va da se che a questo punto parlare di una trama lineare diventa impossibile,visto che il film in oggetto, Giochi di fuoco, assomiglia più ad un sogno ( o ad un incubo) , con continui capovolgimenti di logica, temporali e in ultimo anche di location.
Provo a descriverne sommariamente il plot, avvisando comunque che è ampiamente contestabile, a seconda di come uno abbia interpretato le scene.
Una ragazza, Carolina, viene apparentemente rapita mentre è in stazione; la ragazza è figlia di un banchiere, e tutto sembra avere immediatamente una logica. Ma Caroline non è stata rapita e rientra regolarmente a casa. Il padre riceve richieste di riscatto da una misteriosa organizzazione, e decide quindi di nascondere la ragazza in un posto particolare, una specie di pensionato molto lussuoso.

Nella foto, a destra: Jean Louis Trintignant

A consigliarlo, in tal senso, è il commissario Laurent; ma il posto si rivela ben presto, agli occhi della ragazza, come un bordello di lusso, dove avvengono strani rituali e dove arrivano ragazze che vengono rapite per essere date in pasto ai frequentatori del posto.
Laurent convince Georges De Saxe, il padre della ragazza, a pagare l’ingente riscatto richiesto dai rapitori della stessa, ma il capo dei rapitori, Franz, con uno stratagemma si impossessa della somma, beffa i poliziotti facendo arrestare un suo complice e fugge.

Philippe Noiret

Nel frattempo Caroline riesce a liberarsi dei suoi carcerieri e scappa, ma viene riacciuffata poco dopo e ricondotta nel suo luogo di prigionia, dove però non arriverà mai; l’auto che la trasporta incrocia Franz in fuga e nasce un conflitto a fuoco tra gli ex compagni di Franz e lo stesso. L’auto sulla quale è Caroline si ribalta e la ragazza muore. Sembra tutto finito, ma ecco ancora un cambio di rotta del film. La ragazza riappare misteriosamente, raggiunge Franz e si invola con lo steso e il bottino.
Una trama che sembrerebbe quasi comprensibile se si esclude il finale; ma garantisco che raccontarla nel modo in cui ho riassunto il tutto richiede uno sforzo notevole di fantasia oltre che un adattamento ad un percorso logico che nel film è assolutamente da interpretare.

Già dall’inizio bisogna districarsi tra il rapimento vero o presunto della ragazza, seguito subito dopo dalla presenza del doppio personaggio interpretato da Jean Louis Trintignant, ovvero il commissario Laurent e il rapitore Franz. Da questo momento in poi si naviga davvero a vista,perchè quello che si vede sembra essere capovolto nei fotogrammi successivi, con l’aggiunta di un ulteriore elemento di confusione, ovvero i dialoghi dei vari protagonisti, che sembrano parlare della trama stessa, delle sue evoluzioni, di fatti a loro accaduti (forse), portando il tutto, e di conseguenza lo spettatore, in una dimensione in cui l’onirico, il reale, sembrano confondersi senza soluzione di continuità. Così le figure dei protagonisti assumono ambivalenze completamente ambigue; Georges De Saxe è il padre della ragazza, ma è anche in contemporanea uno dei soci del famoso pensionato.

Anicee Alvina

Un gioco complesso, che finisce per portare lo spettatore in un labirinto di specchi, in cui l’uscita dallo stesso non è una sola, ma molteplice.
Un cinema fatto di divertimento, quello di Robbe Grillet, di stravolgimento dei canoni del cinema stesso, che diventa surrealista o anche iperrealista; lo spettatore deve capire il ero ruolo dei personaggi, o semplicemente adattarsi ad uno di essi, senza però attendersi una qualche rivelazione o uno sviluppo che indichi qual’è, ammesso che esista, la strada indicata dal regista.

Film complicato e strambo, se vogliamo; per due ore si è chiamati a giocare, a fare gli investigatori, o semplicemente chiamati a districarsi tra le immagini. A confondere di più le idee, ecco una sovra esposizione di corpi nudi, a partire da quello generosamente esposto della compianta Anicee Alvina, protagonista anche di Spostamenti progressivi del piacere, attrice scomparsa improvvisamente nel 2006 a soli 53 anni, bravissima anche nel giocare il ruolo fondamentale di Caroline con una serie di espressioni facciali spiazzanti.Nel cast ci sono anche Philippe Noiret, figura ambigua e inclassificabile (immagino la faccia di un ipotetico spettatore che entri a metà film e che veda il banchiere fare il bagno alla figlia con occhi poco paterni), che tratteggia da par suo il personaggio rendendolo indecifrabile ltre ogni immaginazione.

C’è Jean Louis Trintignant, anch’egli reduce da Spostamenti progressivi del piacere, dopplerganger in due ruoli antitetici, polizotto/bandito, enigmatico fino alle battute finali; c’è Agostina Belli, in un ruolo sacrificato, quello della cameriera di casa De Saxe, c’è Sylvia Kristel, reduce dal successo di Emmanuelle.

Agostina Belli

Il tutto è condito da un’infinità di sequenze di nudo, che hanno portato alcuni recensori a catalogalo come film erotico; il che è un errore marchiano, perchè l’ertismo presunto del film non ha nulla di morboso o accativante.
Sembra infatti figlio di un esperimento scientifico; il sesso è asettico e serve come una cornice serve ad un pittore per arricchire la tela sulla quale ha dipinto.
In ultimo, un consiglio; se vedete Gicohi di fuoco, Le jeu avec le feu come recita il titolo orginale, fatelo senza aspettarvi il cinema tradizionale.

Guardatelo come guardereste un quadro di Picasso del periodo cubista o come leggereste l’Ulisse di Joyce: senza questi accorgimenti restereste spiazzati in maniera totale da quello che è un cinema che assomiglia ad una serie di sogni notturni, quei sogni che si rincorrono senza una logica, sfalsati su più piani temporali.

Giochi di fuoco, un film di Alain Robbe-Grillet. Con Jean-Louis Trintignant, Sylvia Kristel, Philippe Noiret, Agostina Belli, Anicée Alvina,Serge Marquand, Vernon Dobtcheff
Titolo originale Le jeu avec le feu. Commedia, durata 109 min. – Francia 1974.

Jean-Louis Trintignant     …     Franz / Francis Laurent
Philippe Noiret    …     Georges de Saxe / Il suo doppio
Anicée Alvina    …     Carolina de Saxe
Sylvia Kristel    …     Diana Van Den Berg
Agostina Belli    …     Maria, cameriera di de Saxe
Serge Marquand    …     Mathias
Charles Millot    …     Rapitore
Vernon Dobtcheff    Messaggero
Jacques Seiler    …     Conducente del taxi / Domestico di d’Erica / Il prete
Michel Berto    …     Il Vice Commissario
Christine Boisson    …     Christina la ragazza nel bagagliaio / Desdémone
Marc Mazza    …     Un messagero
Nathalie Zeiger    …     Tania, la ragazza con i cani
Joëlle Coeur    …     La sposa
Jacques Poirson    Maître d’hôtel
Gérard Melki    …     Maître d’hôtel
Mario Santini    …     Un rapitore
Elisabeth Strauss    …     La cantante / Léonore
Maurice Vallier    …     Bonaud, il capo della banda
Jean-Louis Tristan    …     Un rapitore

Regia: Alain Robbe-Grillet
Scritto da : Alain Robbe-Grillet
Prodotto da: Alain Coiffier per  La Société du Film
Editing: Bob Wade
Costumi: Georges Bril, Hilton McConnico
Trucco: Jacky Bouban


Un taxi color malva

Due uomini in fuga dal passato, Philippe e Jerry, si incontrano in un villaggio irlandese dove entrambi si sono rifugiati. Philippe, giornalista cinquantenne, scappa dal dolore provocatogli dalla morte del figlio, mentre Jerry, erede di una ricchissima famiglia irlandese trapiantata in America, fugge dal ricordo della morte della sua ragazza, avvenuta mentre entrambi erano in preda ai fumi dell’oppio. Nonostante la differenza d’età, stringono un’amicizia tacita, in cui ognuno dei due rispetta i silenzi dell’altro.

Edward Albert è Jerry, Philippe Noiret è Philippe Marcal

Peter Ustinov  è Taubleman

I due, anche se in maniera diversa, legano con il Dottor Seamus Scully , uno stravagante dottore che gira in un taxi color malva, e che sembra essere più che un dottore un filosofo, o come dice lui “ il destino” Le vite dei due amici proseguono in una sorta di limbo sospeso, fino al giorno in cui, nelle loro vite, irrompono due donne. La prima è Sharon, sorella di Jerry, ricca, viziata ma vitalissima moglie di un nobile tedesco; l’altra è Anna Taubelman, forse figlia, forse amante di Mr. Taubleman, uno strano tipo mezzo ebreo e mezzo tedesco, squattrinato ma possessore di un castello con 40 stanze e di una scuderia di cavalli.

Fred Astaire è il  Dr. Seamus Scully

Mentre Philippe inizia una relazione sessualmente appagante con Sharon, Jerry sembra innamorarsi della misteriosa Anna, una ragazza che da tre anni non parla con nessuno, e che i due amici hanno conosciuto quando la ragazza subisce un incidente cadendo da cavallo, e viene soccorsa proprio da Jerry e Philippe.

La ragazza, molto bella, sembra avere simpatia per Philippe, tanto da ricominciare a parlare dopo tre anni; ma l’uomo, che è sempre più confuso tra l’attrazione per Sharon e la misteriosa Anna, resosi conto che Jerry si è ormai innamorato della ragazza, decide di farsi da parte.

Charlotte Rampling  è Sharon Frederick


Nel frattempo anche Sharon lascia il villaggio, per passare il Natale con suo marito e con la cerchia dei suoi amici, dei quale non riesce a fare a meno: simile ad una farfalla, la donna ha bisogno fisicamente della sua vita fatua e dorata. Accade però qualcosa che finalmente farà uscire Philippe dal suo torpore emotivo: Anna, che in realtà non ama Jerry, tenta il suicidio. Phlippe la raggiunge in ospedale e apprende così la vera storia della ragazza. Anna è stata zitta tre anni quando ha saputo che il suo vero padre potrebbe non essere Taubelman, con il quale ha avuto una relazione intima.

Agostina Belli è Anne Taubelman

Philippe consiglia alla ragazza di abbandonare con Jerry l’Irlanda, cosa che i due fanno. La decisione porta sull’orlo della pazzia Taubelmann, che una sera da fuoco al suo castello. Tra le fiamme di quella che era la sua magnifica dimora però ritrova la sua Anna, legata a lui da un affetto morboso. Durante un colloquio con il dottor Scully, che lo rimprovera per essere venuto nel “cimitero degli elefanti”, il posto dove gli elefanti vanno a morire quando sentono vicina la loro fine, Philipp capisce che ormai è guarito dal suo male esistenziale,e decide di lasciare per sempre l’Irlanda. Viceversa Jerry, che ormai ha le sue radici in quel posto dolce e selvaggio, decide di rimanre, confortato dal simpatico dottor Scully.

Un taxi color malva, film del 1977 diretto da Yves Boisset e tratto da un romanzo di Michel Déon, è un gradevole film che mette in scena i sentimenti, le storie private di un gruppo di persone mescolandole come fa il destino quando decide di intrecciare i fili delle vite umane. Il risultato è apprezzabile per due motivi fondamentali; il primo riguarda l’eccellente cast, con una galleria di attori bravissimi impegnati in una personale gara di bravura, come Philippe Noiret, l’omonimo giornalista che interpreta, la bellissima Charlotte Rampling,

abilissima nel tratteggiare la figura della frivola Sharon, la donna che vorrebbe ma che non può, schiava com’è della sua vita dorata, di Agostina Belli, asolutamente credibile nei panni della ambigua Anna, di Peter Ustinov, interprete eccellente di un personaggio antipatico ma allo stesso tempo dotato di fascino, Taubelmann. E infine Edward Albert, discreto nei panni di Jerry e un eccezionale Fred Astaire, simpatico e divertente nei panni dell’eccentrico ma filosofo dottor Scully.

L’altro motivo sono i meravigliosi paesaggi irlandesi, le brughiere e i boschi, i canneti e i laghi, incantevoli come cartoline.

Un film molto interessante, ben diretto, ben interpretato; un tantino scontato nella trama, ma in fin dei conti, non è che si possa chiedere sempre la perfezione.

Un taxi color malva, un film di Yves Boisset, con Philippe Noiret, Charlotte Rampling, Fred Astaire, Agostina Belli, Peter Ustinov, Edward Albert, Una produzione Francia-Irlanda, 1977

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Charlotte Rampling Sharon Frederick
Philippe Noiret … Philippe Marcal
Peter Ustinov … Taubleman
Fred Astaire … Dr. Seamus Scully
Edward Albert … Jerry
Agostina Belli … Anne Taubelman
Jack Watson … Sean
Mairin D. O’Sullivan Colleen
David Kelly …

Niall Buggy …
May Cluskey
Loan Do Huu … Madame Li

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Regia: Yves Boisset
Sceneggiatura:Yves Boisset,Anne Dutter ,Georges Dutter,Michel Déon
Produzione:Hugo Lodrini ,Roy Parkinson,Peter Rawley,Catherine Winter
Musiche:Philippe Sarde
Fotografia:Tonino Delli Colli
Montaggio:Albert Jurgenson

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Il caso Venere privata

Il caso Venere privata locandina 3

Il giovane rampollo di una famiglia bene, David, incontra una ragazza; lei, Alberta, dopo la fugace avventura, chiede la giovane di portarla con se, perchè sente di essere in pericolo. Ma David, appagato da quella che per lui è una semplice avventura, la scarica.

Raffaella Carrà è Alberta

Il giorno dopo il cadavere della ragazza viene ritrovato in un campo, e da quel momento il giovane si lascia andare, preda dei rimorsi, convinto anche di essere in qualche modo responsabile della morte di Alberta. Diventa così dipendente dall’alcool, tanto che un medico, Lamberti, decide di aiutarlo ad uscire dal tunnel nel quale David si è infilato.

Contemporaneamente Lamberti svolge delle indagini per suo conto, scoprendo che la giovane morta aveva accettato di farsi fotografare nuda d un misterioso personaggio. Aiutato da Livia, una delle amiche di Alberta, Lamberti riesce ad identificare il misterioso maniaco, salvando grazie anche a David, la giovane Livia dalla stessa sorte capitata ad Alberta.

Il maniaco morirà per mano di Davide. Tratto da un romanzo di Giorgio Scerbanenco Venere privata, scritto nel 1966, Il caso Venere privata diretto dal regista francese Yves Boisset è un giallo abbastanza tradizionale, girato con mestiere e indubbia abilità, anche se difetta di profondità e pathos. Prodotto in Francia nel 1970, presenta una deliziosa Raffaella Carrà, non ancora diventata soubrette di fama in un ruolo abbastanza scabroso, una giovanissima Agostina Belli in una particina e la splendida futura conduttrice di Discoring, Vanna Brosio, in una piccola parte ambientata in discoteca.

Bravo Bruno Cremer, futuro Maigret, circondato però da attori mediocri, per un film che non lascia tracce profonde, perchè si limita ad essere un noir d’ambiente, senza spessore psicologico nei personaggi. Da sottolineare la bella prestazione del solito Adorf, anche se limitata a pochi minuti d’apparizione.

C’è grossa discrepanza tra il romanzo di Scerbanenco e il film, e non poteva essere altrimenti; tutta la carica feroce, la scabrosità del romanzo risultano nel film ammorbidite , colpa probabilmente della sceneggiatura, mirata ad aveitare possibili problemi con la censura. Curiosa la parte con la Carrà, in evidente imbarazzo nel posare nuda davanti al fotografo maniaco, incatenata.

Il libro di Scerbanenco

Il caso Venere privata,un film di Yves Boisset. Con Renaud Verley, Bruno Cremer, Marianne Comtell, Raffaella Carrà, Claudio Gora,Marina Berti, Agostina Belli, Vanna Brosio
Titolo originale Cran d’arrêt. Giallo, durata 90 min. – Francia 1970.

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Bruno Cremer: Duca Lamberti
Renaud Verley: Davide Auseri
Marianne Comtell: Livia Ussaro
Mario Adorf: il fotografo
Raffaella Carrà: Alberta Radelli
Marina Berti: sorella di Alberta
Claudio Gora: questore Luigi Càrrua
Jean Martin: il maggiordomo
Rufus: l’assistente del fotografo
Vanna Brosio: Marilina
Agostina Belli: Mara

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Regia Yves Boisset
Soggetto Giorgio Scerbanenco (romanzo)
Sceneggiatura Antoine Blondin, Francis Cosne, Yves Boisset
Produttore Francis Cosne
Fotografia Jean-Marc Ripert
Montaggio Paul Cayatte
Musiche Michel Magne
Costumi John De Vernant
Trucco Vergottini

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