4 mosche di velluto grigio

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Quattro mosche di velluto grigio esce nel 1971 ad un anno di distanza dal travolgente successo di L’uccello dalle piume di cristallo e poco dopo l’uscita di Il gatto a nove code; Dario Argento chiude così la cosi detta trilogia “animalesca” con un film che se non ha lo stesso impatto dei primi due mostra tuttavia alcuni segnali che indicano come il regista romano stia evolvendo verso una fase nuova della carriera, che culminerà nel suo capolavoro, Profondo rosso.
Quattro mosche di velluto grigio è un film con tanti pregi ma anche con difetti rilevanti; per la prima volta Argento usa l’elemento comico nel film, usa sapientemente il flash back e sopratutto usa un finale davvero indimenticabile ma utilizza una sceneggiatura con più di una lacuna e sbaglia la scelta dell’interprete principale, quel Michael Brandon che si rivelerà l’anello più debole della pellicola.

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Come location del film Argento sceglie Roma e Tivoli e Milano con Torino; a Roma c’è la baracca del simpaticissimo Diomede (Dio), che vive come un barbone in riva al Tevere in compagnia del suo linguacciuto pappagallo, mentre a Tivoli, nei giardini di Villa D’Este è realizzata la splendida sequenza dell’omicidio della colf di Roberto, Amelia. A Milano viene girata la sequenza della morte di Arrosio mentre lo studio dell’investigatore privato è a Torino nella Galleria Subalpina.
In questo film l’elemento predominante è la follia, così come per la prima volta Argento introduce la componente parapsicologica legata ai sogni premonitori di Roberto mentre come dicevo prima compare l’elemento umoristico, legato al personaggio di Diomede e sopratutto a quello dell’investigatore privato Gianni Arrosio, ingaggiato da Roberto (il protagonista), un investigatore che nel corso della sua carriera ha collezionato 84 casi falliti, come racconterà nel colloquio con il suo nuovo cliente.

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La trama:
-Roberto Tobias, che fa il batterista in un gruppo rock, si accorge che è seguito da un misterioso individuo. La cosa va avanti per alcuni giorni,fino a quando Roberto non segue il suo misterioso pedinatore in un teatro, dove in maniera banale finisce per ucciderlo con il pugnale che l’uomo ha con se.
All’incidente ha assistito qualcuno, che fotografa la scena del crimine e subito dopo invia copia di una foto a casa di Roberto, il quale si accorge anche che il misterioso individuo si è introdotto in casa sua.
Dopo essere stato aggredito, Roberto decide di raccontare a sua moglie Nina degli avvenimenti a cui è andato incontro; il passo successivo è incontrare l’amico Diomede, che vice in una baracca lungo il fiume.

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L’uomo gli consiglia di rivolgersi ad un investigatore privato, Arrosio ma nel frattempo accadono due fatti di sangue; la domestica di Roberto, che ha capito chi è il misterioso ricattatore, tenta a sua volta di usare l’arma del ricatto, ma viene assassinata in un parco pubblico.
Lo stesso accade a Carlo Marosi, l’uomo che in origine aveva pedinato Roberto;Marosi non era morto nel teatro,perchè aveva attirato in una trappola Roberto, usando per simulare il proprio omicidio un pugnale da spettacolo.
L’uomo tenta anche lui un ricatto, ma il misterioso persecutore di Roberto lo uccide.
Roberto rifiuta di allontanarsi dalla città con Nina e resta a casa sua con Dalia, sua cugina; tra i due nasce improvvisa la passione.

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Arrosio, l’investigatore, riesce dopo alcune indagini a capire l’identità del misterioso assassino, ma anche per lui la cosa sarà fatale; da quel momento gli eventi precipitano, con la prematura morta anche di Dalia.
Chi è il misterioso assassino, allora?
Quattro mosche di velluto grigio ha quindi una trama elaborata con un finale a sorpresa, in cui forse l’elemento destabilizzante non è tanto l’identità del misterioso assassino (si va per esclusione, ad un certo punto) quanto piuttosto l’espediente utilizzato che ne svelerà l’identità, un medaglione con incisa una mosca, l’ultima immagine che è rimasta impressa nella retina dell’occhio di Dalia, una mosca che muovendosi fa vedere l’immagine in movimento, quella di quattro mosche.

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Naturalmente ometto l’identità del misterioso omicida, per evitare il fastidio dello spoiler che toglie suspense ad un finale di pellicola che è forse la parte più interessante del film.
Un film largamente disomogeneo, che però ha tuttavia il pregio di essere affascinante, a dispetto di alcune illogicità del film e dei tentativi di inserire sketch comici poco efficaci al film stesso;bene il cast ad eccezione dello spento e insignificante Michael Brandon, che interpreta il personaggio principale, quello di Roberto Tobias mentre assolutamente strepitosa è Mimsy Farmer nel ruolo di Nina.Nel cast c’è spazio per un inedito Bud Spencer, nel ruolo del filosofo Dio, irresistibile Jean-Pierre Marielle nel ruolo dell’investigatore Arrosio.

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Detto della bella fotografia e delle discrete musiche di Morricone, va ricordato che solo da poco più di un anno è disponibile la versione digitale del film, rimasta per motivi assurdi priva di diffusione.
Oggi le copie che trovate in rete sono ridotte proprio da supporti digitali; il film è stato anche trasmesso  dalle tv private.
Quattro mosche di velluto grigio
Un film di Dario Argento. Con Mimsy Farmer, Michael Brandon, Aldo Bufi Landi, Jean-Pierre Marielle, Oreste Lionello,Renzo Marignano, Stefano Oppedisano, Calisto Calisti, Corrado Olmi, Sandro Dori, Marisa Fabbri, Fabrizio Moroni, Jacques Stany, Fulvio Mingozzi, Francine Racette, Guerrino Crivello Giallo, durata 105′ min. – Italia 1971.

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Michael Brandon: Roberto Tobias
Mimsy Farmer: Nina Tobias
Jean-Pierre Marielle: Gianni Arrosio
Bud Spencer: Diomede
Stefano Satta Flores: Andrea
Marisa Fabbri: Amelia, la domestica
Francine Racette: Dalia
Laura Troschel: Maria Pia (col nome di Costanza Spada)
Calisto Calisti: Carlo Marosi
Oreste Lionello: Il Professore
Fabrizio Moroni: Mirko
Aldo Bufi Landi: Medico
Tom Felleghy: Poliziotto
Guerrino Crivello: Rampanti, il vicino di casa zoppo
Corrado Olmi: Portinaio
Gildo Di Marco: Postino
Leopoldo Migliori: Musicista
Fulvio Mingozzi: Manager studio musicale
Dante Cleri: Commesso della bara
Pino Patti: Inserviente alla mostra funeraria
Ada Pometti: Donna sulla strada
Jacques Stany: Psichiatra
Stefano Oppedisano:
Renzo Marignano (non accreditato): addetto alle pompe funebri

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Regia Dario Argento
Soggetto Dario Argento, Luigi Cozzi, Mario Foglietti
Sceneggiatura Dario Argento
Produttore Salvatore Argento
Casa di produzione Seda Spettacoli, Universal Productions France
Distribuzione (Italia) 01 Distribution
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Françoise Bonnot
Effetti speciali Cataldo Galliano
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Enrico Sabbatini
Trucco Paolo Borselli, Giuliano Laurenti

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Massimo Turci: Roberto Tobias
Melina Martello: Nina Tobias
Pino Locchi: Gianni Arrosio
Sergio Graziani: Diomede
Vittoria Febbi: Dalia
Serena Verdirosi: Maria Pia
Luciano De Ambrosis: Carlo Marosi
Roberto Chevalier: Mirko
Pino Colizzi: Psichiatra
Giorgio Piazza: poliziotto
Gianfranco Bellini: postino
Mario Mastria: manager musicale
Arturo Dominici: inserviente
Cesare Barbetti: becchino

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Io sono curiosa

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Lena è una studentessa svedese che divide l’appartamento con il padre.
E’ una ragazza impegnata, socialmente e politicamente; del resto la sua stanza mostra i campi di interesse della ragazza, che spaziano da foto che ritraggono personaggi famosi per il loro impegno civile e sociale (come Martin Luther King) a foto che fanno da fortissimo contrasto con le prime.
Sono foto di campi di concentramento, che ritraggono personaggi controversi come il dittatore spagnolo Franco mescolate a montagne di ritagli di giornale.
Lena ama girare per le strade e intervistare la gente sugli argomenti che più le stanno a cuore, come le libertà civili o la religione, il sesso e la famiglia.

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Lo fa anche perchè il suo amante,Vilgot Sjoman,un regista cinematografico, la incarica di interpretare un film in cui lei è una specie di giornalista interessata ai più svariati problemi.
Su set del film Lena incontra l’attore Borje e se ne innamora; la relazione tra i due va avanti fino a quando Lena non scopre che l’uomo è già sposato ed ha un figlio.
Delusa, Lena va a vivere in campagna, dove si dedica alla meditazione e allo joga, ma viene raggiunta da Borje…
Io sono curiosa è un film del 1967, diretto dal regista svedese Vilgot Sjoman (che nel film interpreta se stesso) ed era originariamente diviso in due parti, Jag är nyfiken – gul e Jag är nyfiken-bla ovvero Io sono curiosa film giallo e Io sono curiosa film blu, dove chiaramente giallo e blu sono i colori della bandiera svedese.

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Mentre Io sono curiosa giallo venne distribuito in Italia, dove incontrò ovviamente una mole enorme di difficoltà nella distribuzione, sia per il carattere apertamente rivoluzionario del film sia per le numerose scene di nudo dello stesso, Io sono curiosa blu non venne distribuito per motivi poco chiari.
Siamo di fronte ad un film dissacratore e rivoluzionario, che parte da una nazione,la Svezia, che pure era all’avanguardia sia nei diritti civili e sociali sia nella sfera più intima delle persone, ovvero la sessualità e la religione.
Concepito come un film documentario, Io sono curiosa mostra parallelamente sia le vicende personali di Lena, la protagonista sia frammenti di interviste a personaggi come Martin Luther King, il Re di Svezia,il poeta russo Evgenij Evtushenko o l’allora ministro delle comunicazioni Olof Palme futuro leader del Partito Socialdemocratico e primo ministro di Svezia in carica al momento della sua morte per omicidio avvenuta nel 1986.

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Attraverso la serie di interviste che Lena effettua tra la gente comune svedese, Sjoman mostra una faccia poco nota della Svezia degli anni sessanta, mostra i contrasti fortissimi tra una società liberale e liberista al tempo stesso rigidamente arroccata in un moralismo assolutamente impensabile per il resto d’Europa.
Noi italiani ad esempio guardavamo alla Svezia come al paese di Bengodi, in cui le libertà individuali e la libertà sessuale erano espresse compiutamente,nel massimo delle possibilità.
Viceversa Sjoman porta sullo schermo una faccia sconosciuta della società svedese, disarmando l’aura di ipocrisia che la contaminava; attraverso Lena e le sue interviste impariamo a conoscere una società meno libera di quanto appariva realmente, tanto che il finale del film (reso abbastanza amaro dal regista svedese) ci mostra una Lena delusa dalle tante parole sulla non violenza non seguite da fatti apprezzabili.

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Va detto che in questo caso Sjoman internazionalizza i discorsi, imputando la scarsa volontà di agire sui veri problemi del mondo ad altri paesi piuttosto che alla Svezia, da sempre all’avanguardia nelle libertà personali.
Io sono curiosa è un film che contiene numerose scene di nudo e anche alcune di sesso, necessarie al regista per mostrare l’evoluzione della vita di Lena parallelamente al suo impegno nel sociale; serve anche in qualche modo a mostrare le enormi differenze tra la morale svedese e quella di popoli più fortemente involuti, come quello italiano o americano.
Del resto saranno proprio gli americani quelli che boicotteranno il film, con censure e blocchi che saranno tolti solo grazie all’intervento della corte suprema americana.
Controverse alcune scene di rapporti sessuali, anche se non esplicitamente mostrati; quella che fece infuriare i censori (sopratutto quelli italiani) è quella dell’accenno di sesso orale tra Lena e il suo amante, una scena che di erotico non ha assolutamente nulla.
Infatti è una scena tenera, in cui la ragazza accarezza e bacia il pene del suo amante subito dopo aver fatto l’amore, in un contesto che privilegia più la parte poetica che quella vojeuristica dell’atto.

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Poichè si era nel 1967, in un’epoca in cui nel nostro paese le libertà individuali erano ancora una chimera e in un momento storico di transizione lenta verso la modernizzazione anche dei costumi sessuali,appare chiaro del perchè il film fosse visto dai censori di casa nostra come fumo negli occhi.
Io sono curiosa è davvero un film manifesto.
Una pellicola in cui si respirano i primi vagiti del sessantotto, aria di libertà e di cambiamento, girata in uno splendido bianco e nero che restituisce appieno i colori e i sapori dell’epoca in cui venne girato.
Per quanto riguarda il cast,da segnalare la performance dell’attrice Lena Nyman, espressiva e bravissima nel ruolo dell’omonima attrice/giornalista che interpreta.

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L’attrice svedese avrà in seguito visibilità prevalentemente nazionale e interpreterà una cinquantina di pellicole, la più nota delle quali è per noi Sinfonia d’autunno di Bergmann.
Io sono curiosa non è un film facilmente reperibile in rete; personalmente ho visto questo film negli anni ottanta durante un passaggio su una rete privata, sorprendentemente in versione quasi integrale,con sottotitoli in italiano.

Io sono curiosa
Un film di Vilgot Sjöman. Con Lena Nyman, Borje Ahlstedt, Peter Lindgren, Chris Wahlstrom Titolo originale Jag är nyfiken-gul. Commedia, b/n durata 98′ min. – Svezia 1967

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Vilgot Sjöman: se stesso
Lena Nyman: Lena
Börje Ahlstedt: Börje
Peter Lindgren: padre di Lena
Marie Göranzon: Marie
Magnus Nilsson: Magnus
Ulla Lyttkens: Ulla

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Regia Vilgot Sjöman
Soggetto Vilgot Sjöman
Sceneggiatura Vilgot Sjöman
Produttore Göran Lindgren, Lena Malmsjö
Produttore esecutivo Lena Malmsjö
Casa di produzione Janus Films
Fotografia Peter Wester
Montaggio Wic Kjellin
Musiche Bengt Ernryd

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Un sussurro nel buio

Martino è un bambino tranquillo, che vive in una splendida villa veneta con i genitori Alex e Camilla e con le due sorelline Matilde e Milena, sotto lo sguardo severo e protettivo della governante Francoise.
Un quadro idilliaco, tuttavia turbato da quella che sembra essere un’innoqua mania del ragazzino, ovvero il sostenere che accanto a lui, invisibile presenza, ci sia un altro bambino, Luca.
Nonostante tutto Alex e Camilla evitano di dar peso a quelle che considerano fantasie del bambino; tuttavia ben presto dovranno ricredersi, alla luce di strani fenomeni che avvengono nella villa.

John Philipp Law

Alessandro Poggi con Nathalie Delon

Decisi a risolvere il problema, i due coniugi si recano a Venezia per consultare un famoso psichiatra, ma durante il viaggio è proprio Alex a rischiare di morire allorchè, in un diverbio con Martino, nega decisamente l’esistenza dell’amico considerato immaginario del figlio. Spinto da una forza sconosciuta, Alex cade in acqua e miracolosamente evita di finire tra le pale del vaporetto che li doveva trasportare.
Scosso dall’episodio, Alex non rinuncia a contattare il luminare, che accetta l’incarico e si trasferisce nella villa di Alex e Camilla.
Scettico, il professore mostra però pericolose tendenze pedofile verso il piccolo Martino e il risultato è la sua morte nella vasca da bagno della dimora.
Grazie alla complicità di Francoise e nonostante l’opposizione della nonna, che accusa Martino di essere un omicida, l’accaduto viene presentato come una semplice disgrazia agli inquirenti accorsi nella villa, che mostrano di credere alla versione dell’incidente.

Alessandro Poggi

Olga Bisera

Intanto Camilla si convince sempre più che accanto a suo figlio ci sia davvero un’entità invisibile; lei, in passato, aveva perso a sei mesi un bambino, che avrebbe dovuto chiamarsi Luca. Ma c’è davvero una presenza invisibile accanto a Martino, esiste davvero il misterioso Luca? O tutto è semplicemente un’allucinazione collettiva?
Film metafisico definito oltraggiosamente horror da critici della domenica, Un sussurro nel buio (A whisper in the dark) diretto da Marcello Aliprandi nel 1976 è un ottimo prodotto snobbato vergognosamente dalla critica e purtroppo anche da parte del pubblico, evidentemente abituato a film in cui l’elemento slasher è quello predominante.
Invece in questo film di Aliprandi non accade praticamente nulla; il film è psicologico e d’atmosfera, privilegiando la tensione e i dialoghi inespressi, le mezze frasi, la paura dei protagonisti per tutto quello che accade intorno a loro.
Stretti fra la fredda razionalità e l’indiscutibile presenza di fenomeni paranormali legati all’invisibile figura di Luca, che sembra agire come un angelo protettivo nei confronti di Martino, tutti i componenti della famiglia iniziano lentamente a prendere coscienza di quello che in realtà la loro mente non può spiegare.

Lucretia Love

Ci vorrebbe un atto di fede per credere davvero che Martino giochi con l’invisibile Luca, ma Alex e Camilla sono genitori razionali; tuttavia arriverà anche per loro il momento di ricredersi, perchè quello che accade nella villa non può essere solo effetto di pure combinazioni.
Aliprandi crea un film molto equilibrato, un film di rara tensione, involuto psicologicamente e dalla trama lineare. Non ci sono colpi di scena, l’unica morte è quella del professore che avviene lontano dalla macchina da presa, tant’è che ci viene mostrata solo la sua figura esanime nella vasca da bagno.
L’uscita di questo film di Aliprandi, reduce dal buon risultato di Corruzione al palazzo di giustizia girato nel 1975, venne accolta con indifferenza sia dalla critica che dal pubblico. Il che lascia davvero esterrefatti, alla luce della presenza, nelle sale, di centinaia di prodotti di bassa lega, spesso mal recitati e girati in un’economia francescana.
Il regista romano crea un prodotto equilibrato e armonico, riuscendo a realizzare un’ atmosfera cupa e claustrofobica senza mai ricorrere a scene violente e senza usare sangue; tutto è lasciato all’immaginazione dello spettatore, mentre scorrono le immagini idilliache della splendida villa sospesa in un paesaggio sognante che fa da netto contrasto con il cupo senso di oppressione che l’invisibile presenza di Luca crea.

Questo equilibrio è la cosa fondamentale del film, tanto che Aliprandi rinuncia ad approfondire i legami interni alla famiglia stessa, come quello fra Alex e Francoise o quello saffico suggerito fra Camilla e la cameriera di casa. Tutto resta indefinito, quasi i personaggi debbano muoversi e vivere le loro esistenze in funzione di quella di Martino e di Luca, alla quale esistenza nessuno crede.
Tutti dovranno alla fine fare i conti proprio con l’amico immaginario, sopratutto dopo la morte del professore; tutti diverranno complici a quel punto della mano misteriosa che ha dato la morte al pervertito professore.
Aliprandi mette su un cast che fa dignitosamente il suo lavoro; Law e Nathalie Delon sono impeccabili, mentre la vera sorpresa del film è il piccolo Alessandro Poggi, che rivedremo sugli schermi nel 1982 in Morte in Vaticano che sarà il suo quarto ed ultimo film.
Un vero peccato, perchè Poggi interpreta alla perfezione il piccolo Martino.

Bene anche i personaggi che ruotano attorno alla famiglia, ovvero la governante Francoise, interpretata da una severa e sempre affascinante Olga Bisera e dalla solita sicurezza rappresentata da Lucretia Love.
Un film ingiustamente dimenticato e osteggiato; se andate a leggere la recensione del solito Morandini, troverete ancora una volta la conferma della malafede dei critici che stendevano le critiche per quella che è considerata la Bibbia dei cinefili e che, alla luce dei fatti, ha la stessa attendibilità di un rotocalco di pettegolezzi.
Se riuscite a reperire il film e non è cosa difficile, passerete due ore piacevoli in compagnia di un prodotto che quanto meno ha una grande eleganza formale; chi ha visto The others di Alejandro Amenábar troverà le stesse atmosfere del film di Aliprandi.

Un sussurro nel buio
Un film di Marcello Aliprandi. Con Nathalie Delon,John Philipp LawJoseph Cotten, Olga Bisera, Lucretia Love, Alessandro Poggi,Adriana Russo, Margherita Sala, Susanna Melandri Fantastico, durata 100 min. – Italia 1976.

John Phillip Law … Alex
Nathalie Delon … Camilla
Olga Bisera … Françoise
Alessandro Poggi … Martino
Joseph Cotten … Il professore
Lucretia Love … Susan
Adriana Russo … Clara

Regia: Marcello Aliprandi
Sceneggiatura: Maria Teresa Rienzi, Nicolò Rienzi
Produzione: Enzo Gallo
Musiche: Pino Donaggio
Montaggio: Gianmaria Messeri
Fotografia: Claudio Cirillo

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Grazie

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Ancora grazie

Paul Templar

E la notte si tinse di sangue

Belfast, metà degli anni settanta. Nel porto cittadino attracca una nave dalla quale sbarca un cittadino americano. E’ Cain Adamson, un reduce dalla guerra del Vietnam, senza soldi e alla ricerca di un rifugio sicuro. Cain è un uomo ferito nel fisico ma sopratutto con grossi problemi di equilibrio mentale; le esperienze passate nell’inferno di Hanoi hanno lasciato evidenti strascichi di natura psicologica e tare ormai irrecuperabili.

Che sia ormai fuori di testa lo si intuisce subito; abbordata una prostituta di mezz’età, si fa da questa accompagnare nel suo appartamento e la costringe sotto la minaccia di un lungo coltello a ballare nuda mentre lui suona l’armonica.

 

La prostituta che verrà picchiata

Del resto l’accoglienza di Belfast non è stata delle migliori, è in corso la lunga guerra fratricida tra cattolici e protestanti e lui ne fa le spese quando si reca in una chiesa e si ritrova nel bel mezzo di un attentato esplosivo dal quale esce indenne.

Per qualche giorno Cain sopravvive tra dormitori e stazioni, ma ben presto i pochi soldi che possiede finiscono. A quel punto per il reduce la strada sembra segnata; quello che per lui sembra un colpo di fortuna è rappresentato da un convitto di infermiere che l’uomo segue nella speranza di riuscire a rimediare con una rapina un pò di soldi. Così una notte si introduce nella pensione in cui le otto infermiere alloggiano; le ragazze sono là per concludere i loro studi e nel momento in cui Cain si introduce nella pensione sono intente a discorrere fra loro e a prepararsi per le feste.

Esplode la follia sadica di Cain

Con il suo inseparabile coltello, Cain sottopone le impaurite donne ad una serie di efferate violenze; dallo stupro alle sevizie vere e proprie, dai rapporti saffici a cui costringe due giovani infermiere fino al suicidio di una di esse che si ammazza con un coltello da cucina passando per una serie atroce di violenze, Cain semina la morte nel pensionato. Ma Cain non ha previsto una cosa……

E la notte si tinse di sangue (Born to hell o anche Naked massacre) diretto nel 1976 da Denis Héroux è un film nettamente spaccato in due; nella prima parte, che dura per almeno un’ora di film in cui assistiamo ad un timido tentativo da parte del regista di mostrarci l’inferno della guerra civile irlandese parallelamente alla vita miserabile di Cain, reduce dal Vietnam dal quale è tornato con la mente in pappa e carico di una violenza latente in attesa di esplodere.

L’irruzione nella pensione

Le due amiche si confidano

Cain all’inizio non sembra voler far del male a nessuno; ma le difficoltà di ambientamento, la mancanza di soldi, la violenza che si respira palpabile in città culminata con l’attentato alla chiesa nella quale si è momentaneamente rifugiato finiscono per far esplodere i suoi problemi psicologici.

Così, quando vediamo Cain penetrare di notte nella pensione immaginiamo già il passo successivo che introduce alla parte successiva del film, quella caratterizzata da un’assoluta mancanza di profondità della storia pareggiata da un’inaudita carica di violenza. Per le otto pensionanti, le giovani infermiere che fino a poco prima discorrevano di cose futili o di programmi sulle feste inizia un incubo senza fine; Heroux introduce l’elemento slasher e l’elemento erotico, bilanciando quindi la prima parte più attendista e descrittiva.

Essenzialmente questo è un film horror/slasher, quindi se vogliamo in perfetta linea con le intenzioni del regista e da questo punto di vista il film può dirsi riuscito pur con qualche riserva; quello che manca è l’amalgama, ovvero un bilanciamento migliore in cui l’odissea personale di Cain che finisce per diventare fonte di tragedia per le otto infermiere, prima della sorpresa finale che in qualche modo tiene a galla il film e fa propendere per un giudizio di sufficienza.

La prima vittima della follia di Cain

La bravissima Leonora Fani

Le perplessità riguardano principalmente la scelta di Mathieu Carrière come protagonista; se da un lato l’attore tedesco ha dalla sua una buona mimica che gli permette di interpretare il lato sociopatico di Cain al meglio, dall’altra è assolutamente poco credibile come reduce dal Vietnam.

Carriere, una lunga e prestigiosa carriera di comprimario in almeno un centinaio di produzioni cinematografiche e una ottantina televisive è incisivo come killer, molto meno come ex militare americano. Il problema è essenzialmente psicologico, per lo spettatore; il volto di Carriere mal si presta allo stereotipo del reduce. Per fare un esempio lato, Stallone (attore davvero da minimi sindacali) è molto più incisivo nel suo Rambo perchè è americano.

E’ tutto muscoli e ha il fisico del ruolo, l’espressione priva di intelligenza di colui che è passato nell’inferno e ne è uscito ed è sopratutto uno yankee a tutti gli effetti. Carriere no. Discorso diverso per il nutrito cast femminile, che vede la partecipazione delle nostrane Ely Galleani e Leonora Fani con in aggiunta le belle e brave Carole Laure e Christine Boisson; tra tutte la più convincente è la Fani, ancora una volta.

La minaccia a Jenny e Christine

Christine Boisson

L’attrice veneta sembra sperduta, un volto ingenuo e senza malizia in un fisico esile, sottile; il ruolo dell’infermiera Jenny le appartiene naturalmente e lei lo disegna splendidamente. Assolutamente memorabile la scena in cui Cain costringe lei e la sua amica/collega Christine (la Boisson) ad un rapporto saffico sotto la minaccia dell’immancabile coltello. Le due ragazze sorprese mentre colloquiano da un Cain che stringe tra le mani un carillon è una delle sequenze meglio riuscite del film, carica di tensione e di morbosità com’è.

Un’altra infermiera vittima del folle Cain

Ely Galleani

Mentre seguiamo queste scene, assistiamo anche alla perversione aggiuntiva di Cain che frusta con la cinghia la sventurata Jenny; subito dopo il folle Cain mostra alle due ragazze il corpo senza vita di una loro collega nascosto sotto il letto. Se vogliamo è la parte migliore del film, quella più autenticamente thriller e quella meglio riuscita dal punto di vista della tensione.

Cain costringe Jenny e Christine ad un rapporto saffico

Il corpo senza vita di Christine

Questo film ha avuto qualche problema sia con la censura che con la distribuzione; ancora oggi non esiste una sua versione digitale per il mercato italiano e quindi l’unica fonte visiva resta la VHS che la casa cinematografica Vidcrest diffuse nelle videoteche negli anni 80. Non mi risulta nessun passaggio televisivo del film stesso, e i motivi potrebbero essere da ricercare proprio nella difficoltà di reperimento del master originale.

Per questo motivo i fotogrammi che vedete inseriti nell’articolo appaiono di bassa qualità; per quanto riguarda la ricerca del film in altri formati appare difficilissima.

Se riuscite a recuperarne una copia vi consiglio di vederlo, se naturalmente siete appassionati del genere.

 …E la notte si tinse di sangue

Un film di Denis Héroux. Con Ely Galleani, Mathieu Carrière, Christine Boisson, Carole Laure, Leonora Fani Titolo originale Born for Hell. Drammatico, durata 93 min. – Italia, Francia, Germania, Canada 1976.

Mathieu Carrière … Cain Adamson

Debra Berger … Bridget

Christine Boisson … Christine

Myriam Boyer … Leila

Leonora Fani … Jenny

Ely Galleani … Pam (come Ely de Galleani)

Carole Laure … Amy

Eva Mattes … Catherine

Andrée Pelletier … Eileen

Regia di Denis Héroux

Scritto da Fred Denger,Denis Héroux

Sceneggiatura di Géza von Radványi

Prodotto da Peter Fink e Georg M. Reuther

Musiche originali di Voggenreiter Verlag

Fotografia di Heinz Hölscher

Montaggio di Yves Langlois

 

Elena si, ma… di Troia

Nel periodo che precede la guerra di Troia, Savio e Ottone sbarcano sulle coste della Grecia, provenienti dall’Etruria e in cerca di pane e divertimenti oltre che di avventure;  i due vagabondi ne avranno abbastanza di avventure, a cominciare dall’incontro con la bella e infedele Elena che si trattiene sulla spiaggia con il suo amante Paride.
I due vengono così invitati a soggiornare presso la dimora di re Menelao, marito cornuto di Elena; quà i due compari  approfittano abbondanemente sia della cucina del re sia delle grazie di tutte le donzelle della corte fino all’arrivo di Ulisse, il quale avendo avuto a che fare già con loro, memore della brutta esperienza li fa cacciare dalla reggia.

Elena pratica la respirazione bocca a bocca al finto svenuto Ottone

I due compari, dopo aver girovagato e campato alla giornata a spese dei polli che si fanno abbindolare da loro, finiscono per arrivare alla corte di re Priamo, nella quale ritrovano la bella Elena che è fuggita con Paride.
Dopo che Ottone ha addirittura insidiato la molto disponibile moglie di Menelao, i due compari corrono il rischio di essere giustiziati; l’arrivo della flotta achea salva loro la vita, perchè riescono a fuggire dalla città in fiamme.
Elena si ma di Troia è un film commedia, variante della serie decamerotici dalla quale riprende le gesta in qualche modo boccacesche dei protagonisti trasportando però gli avvenimenti indietro nel tempo, lontano da quel medioevo che caratterizzava l’ambientazione degli stessi.

La personale filosofia di Ottone sul come trattare le mogli

A dirigere il film troviamo Alfonso Brescia, che aveva già girato qualcosa del genere nel 1971, Le calde notti di Don Giovanni , bissato l’anno successivo da Poppea… una prostituta al servizio dell’impero; poichè siamo nel periodo di massimo fulgore del genere decamerotico, il regista non fa altro che raccattare quello che trova, mettere su una sceneggiatura appena decente e dirigere il tutto senza gran dispendio di mezzi.
Quello che vien fuori è un filmetto senza capo ne coda, con dialoghi al limite del surreale corredati dalle solite gag viste mille volte; ad abbellire e ingentilire il tutto vengono chiamate due attrici di B-movies, specializzate in commediole erotiche o in decamerotici, ovvero  Margaret Rose Keil, che interpreta Clitennestra e Christa Linder che presta il volto ( e principalmente il corpo) alla splendida e infedele Elena.

Christa Linder è Elena di Troia

A parte le due bellezze nordiche, il cast è assolutamente deprimente; si passa da un Don Backy a tratti indisponente ad un Peter Landers goffo e inespressivo, passando per il solito Pupo De Luca (il cornuto Menelao) a Howard Ross, sicuramente poco adatto al ruolo del playboy ( a sua volta cornuto) Paride.
Inevitabilmente diventa inutile parlare anche di scenografia o location; girato al massimo risparmio, Elena si ma di Troia è davvero al minimo sindacale in tutto e per tutto.
A dover obbligatoriamente scegliere qualcosa da salvare, si può optare per il siparietto in cui Ottone insegna ad Agamennone, fratello di Menelao, come trattare la propria insoddisfatta moglie Clitennestra, ovvero attraverso l’uso di sane sculacciate.

Ottone consola ancora una volta Elena

Naturalmente ben poco.
Cito, come un epitaffio, il giudizio lapidario del Morandini, di solito poco affidabile ma questa volta degno di menzione: “Filmaccio che prende a pretesto la guerra di Troia per contrabbandare amplessi e parolacce.”
Difficile trovare qualcos’altro degno di rilievo, se non le solite chiappe esposte o i generosi nudi della Linder, attrice sicuramente non molto espressiva ma dalle grazie assolutamente notevoli.

Dopo Elena, arriva il turno di Clitennestra

Elena sì, ma… di Troia,un film di Alfonso Brescia. Con Don Backy, Pupo De Luca, Howard Ross, Peter Landers,Margareth Rose Keil,Andrea Scotti, Christa Linder, Piero Leri, Carla Mancini, Michael Forest
Comico, durata 92 min. – Italia 1973.

Don Backy     …     Ottone
Peter Landers         …     Savio
Pupo De Luca          …     Menelao
Margaret Rose Keil     …     Clitennestra
Andrea Scotti          …     Enea
Carla Mancini         … Una cameriera troiana
Michael Forest          … Agamennone
Christa Linder         … Elena di Troia

Regia: Alfonso Brescia
Sceneggiatura: Mario Amendola, Alfonso Brescia,Renzo Genta,Piero Regnoli, Vittorio Vighi
Musiche: Alessandro Alessandroni
Editing : Vincenzo Vanni
Produzione: Franco Calabrese

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Un anno dopo Poppea, Brescia ci riprova col duo don Backy-Landers: prende il decamerotico imperante, lo trasporta nell’antichità e ci mette un po’ di scazzottate (Caponi per Hill, mentre Landers è lo Spencer di turno). Il film però non vale il precedente: bella la Linder, ma non vale la Benussi, livello attoriale generalmente più basso e sceneggiatura tirata via. Poppea si lasciava guardare: questo, invece…

Parallelamente ai decameroni, in Italia fiorirono una serie di pellicole – in chiave di “commedia erotica” – sulla linea di rivisitazioni storiche molto vaghe. Non poteva, data la potenzialità del titolo stesso, mancare quella in oggetto. La sceneggiatura non è molto interessante (opera, oltre al solito Regnoli, di Mario Amendola, zio del più noto Ferruccio), mentre la ricostruzione storica della guerra di Troia è solo un pretesto per dare corso alle esibizioni extraconiugali della bella (e chiaccherata) Elena, interpretata con certa disinvoltura dalla “gradevole” Christa Linder.

Il formidabile titolo è, naturalmente, il “qualcosa da salvare”. Ma ci si misero in cinque, se i credits sono veritieri, per scrivere entusiasmanti calembour sul genere “mercede/Mercedes”, “Fenicia/fiducia”, “Iberia/Siberia” eccetera: un po’ troppi. Noia sovrana, recitazione esecrabile, Alessandroni che addirittura rispolvera i suoi vocalizzi per Mah nà mah nà: in breve, una troiata. Oops, ci siamo cascati…

Variante decamerotica spostata indietro di qualche millenno e a sua volta in anticipo rispetto ai cloni del futuro Caligola brassiano. Cambiando l’ordine degli addendi però il risultato non cambia: sceneggiatura cialtronesca, pretese di comicità pateticamente velleitarie, recitazione no comment. Restano ovviamente le abbondanti e non certo spiacevoli razioni di nudo e di scene erotiche, abbastanza ardite per un film italiano del ’73 e affidate alle solite Christa Linder, Margaret Rose Keil, Lea Lander. Terribile il campionario maschile

Cane di paglia

Il professor David Summer, neo vincitore di una borsa di studio per i suoi studi matematici si reca con la giovane moglie Amy in un piccolo paese di una contea inglese in Cornovaglia del quale la moglie è originaria.
Il giovane professore di indole mite, stenta da subito ad entrare in confidenza con gli abitanti del luogo, anche perchè distratto dai suoi studi mentre sua moglie, che non è tornata volentieri nel paese che l’ha vista nascere ben presto si annoia.
Durante i lavori di ristrutturazione della casa, Amy si mostra in topless ai lavoranti che tra l’altro sono le persone meno affidabili del paese.

Dustin Hoffman interpreta il professor David Summer

Ben presto gli uomini, complice anche la distrazione di David, arrogantemente iniziano a mostrare pericolose mire sulla moglie di David arrivando  a minacciare la pricacy della coppia.
Il gruppo infatti penetra nella casa di David e Amy e dopo aver ammazzato la gatta di casa, la appendono per il collo nell’armadio della donna.
Nonostante la moglie protesti per la mancanza di reazione di David davanti ai soprusi, quest’ultimo non reagisce limitandosi ad andare a caccia con loro, attirandosi così il profondo disprezzo della moglie.
Durante la battuta di caccia, i teppisti lasciano solo David e si recano a casa sua, dove violentano la troppo disponibile Amy.

Susan George è Amy, la moglie di David

La donna però decide di non raccontare l’accaduto al marito; le cose cambiano drammaticamente quando, durante una festa, Henry Niles abitante del posto con alcune turbe psichiche uccide involontariamente la giovanissima Sally.
Henry fugge sconvolto e finisce per essere quasi investito da David, che lo carica in macchina e lo porta a casa, deciso a soccorrerlo.

David Warner è Henry, l’assassino

Nel frattempo, scoperto l’accaduto, il gruppo di prepotenti raggiunge casa di David decisi a farsi giustizia da soli.
Qui però incontrano il netto rifiuto dell’uomo, che da quel momento difende strenuamente l’ospite, battendosi come una furia per garantirne il diritto ad essere giudicato dalla legge….
Cane di paglia, diretto da Sam Peckinpah nel 1971 su riduzione del romanzo The Siege of Trencher’s Farm di Gordon Williams è uno dei più controversi film del regista californiano e dell’intero decennio settanta.
Un film in cui la forte tematica di fondo, i rapporti tra gli individui cosidetti normali e la violenza, il sopruso e la prevaricazione, la trasformazione da cane di paglia in vendicatore dei torti subiti e in difensore dei valori venne vista in un’ottica di estrema misoginia da parte del regista.
Se vogliamo un fondo di verità in tutto ciò c’è; Peckinpah utilizza la violenza per mostrare come nell’individuo esista una forma di auto difesa estrema che lo porta, in condizioni particolari, a ribellarsi a tutto ciò che metta in pericolo il suo piccolo universo.

Ultimi momenti di tranquillità

E a fare quindi uso della violenza per combatterne una forma subdola, che vuole e può annichilirne i diritti inalienabili.
Cane di paglia, aldilà del suo messaggio più o meno condivisibile sul teorema individuo/violenza “genetica”, è un film molto cupo, girato con mano assolutamente ferma e con uno sguardo cinico e misogino da parte di un regista abituato a portare sullo schermo una violenza che sembra l’espressione di un rituale tribale del quale l’umanità non ha ancora imparato a fare a meno.
Se nel 1969 il mondo aveva imparato a conoscere la parte estrema della violenza attraverso il capolavoro del regista, Il mucchio selvaggio, nel 1971 impara a conoscere una nuova forma di violenza, più subdola e più individuale.
Quella sull’individuo mite, tranquillo, impersonato da David; un uomo che in fondo sarebbe invisibile e che altro non chiede che di poter vivere la sua vita da studioso, immerso nella matematica, in quel mondo di numeri retto da regole precise e ordinate.

Una violenza che costringe David a trasformarsi completamente, a diventare l’esatto opposto del cane di paglia a cui tutto si può fare.
Il bisogno trasforma David in un essere primordiale, in cui l’istinto oscura quasi completamente la ragione, anche se proprio la ragione verrà in aiuto del timido professore, ispirandogli le forme migliori di difesa.
Non esistono quindi i cani di paglia, esistono solo dei cani dormienti, pronti a svegliarsi quando le cose precipitano e vengono messi in discussione i loro valori.
Peckinpah va oltre, caratterizzando in negativo i personaggi del film, tra i quali spicca Amy, moglie del professore, una donna mal assortita in coppia con il tranquillo David, civettuola e in fondo anche un tantino sciocca e vanesia.
Il film è diviso nettamente in due parti; una prima parte descrittiva, introduttiva, nel quale vediamo l’avvicinarsi della tempesta segnalato dai numerosi atti vigliacchi del gruppo di teppisti e assistiamo contemporaneamente al comportamento ignavo di David, che sacrifica orgoglio e dignità al suo desiderio di vivere tranquillo.

Lo stupro di Amy

La seconda è un crescendo rossiniano; l’uomo impara a difendere i suoi valori, la sua casa e perchè no, quella donna che lo disprezza e che non vorrebbe farsi coinvolgere, anzi, che chiede esplicitamente a David di consegnare Henry al gruppo di teppisti e ubriachi che li assediano.
Il finale è una drammatica esclation che mostra la metamorfosi di David fino alle estreme conseguenze.
La parte di David è affidata ad un Dustin Hofman che veniva dalle spettacolose performance di Un uomo da marciapiede di John Schlesinger e da  Piccolo Grande Uomo  di Arthur Penn; l’attore americano si conferma come uno dei più grandi attori tra le nuove leve e consegna alla storia del cinema una recitazione asciutta, rigorosa e impeccabile del professor David.

Battaglia finale…

L’attore cura il personaggio nei minimi particolari, fornendo una prova maiuscola attraverso l’interpretazione di David  caratterizzata dalla debolezza del carattere dello stesso fino alla resurrezione ( o involuzione?) finale.
Bene anche Susan George e bene Peter Vaughan.
Cane di paglia, come Arancia meccanica, uscito più o meno nello stesso periodo, sono due facce di una stessa medaglia:

David ha appena sparato ad un piede di un assalitore

la società violenta, nichlista di Kubrick è formata anche da tanti individui come il David di Peckinpah. Il discorso sociale della violenza come affermazione dell’individuo non è altro che la punta dell’iceberg, alla base del quale c’è David e tutti quelli come lui, i cani di paglia con i quali però, è meglio non scherzare troppo.

Cane di paglia, un film di Sam Peckinpah. Con Dustin Hoffman, Peter Vaughan, David Warner, Susan George Titolo originale Straw Dogs. Drammatico, durata 118 (113) min. – USA 1971.

Dustin Hoffman David Summer
Susan George Amy Sumner
Peter Vaughan Tom Hedden
T.P. McKenna Major John Scott
David Warner Henry Niles
Del Henney Venner
Jim Norton: Chris Cawsey
Donald Webster: Riddaway
Ken Hutchison Scott
Sally Thomsett: Janice Hedden
Peter Arne: John Niles
Len Jones Bobby Hedden
Michael Mundell Bertie Hedden (scene eliminate)
Colin Welland: Rev. Barney Hood


Regia     Sam Peckinpah
Soggetto     Gordon Williams (romanzo The Siege of Trencher’s Farm)
Sceneggiatura     Sam Peckinpah, David Zelag Goldman
Produttore     Daniel Melnick
Fotografia     John Coquillon
Effetti speciali     John Richardson
Musiche     Jerry Fielding
Scenografia     Ray Simm
Costumi     Tiny Nicholls
Trucco     Harry Frampton

Ferruccio Amendola: David Summer
Vittoria Febbi: Amy Sumner
Gualtiero De Angelis: Tom Hedden
Glauco Onorato: Venner
Bruno Persa: Major John Scott
Vittorio Stagni: Chris Cawsey
Luciano De Ambrosis: Riddaway
Cesare Barbetti: Scott
Flaminia Jandolo: Janice Hedden
Manlio De Angelis: John Niles
Romano Ghini: Rev. Barney Hood

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Misogino, visto che le uniche due donne veramente presenti fanno entrambe una pessima figura. Rappresentazione di come i buoni sopportino, sopportino e sopportino, ma quando esplodono… Buon film (giudicato di destra da miopi e cisposi dell’epoca: al di là dell’ovvio fatto che si può fare un buon film di destra, questo è tutt’altra cosa), ma resta lontano dal capolavoro per un’eccessiva lentezza iniziale (per preparare bastava meno tempo: così tedia) e per la troppo calcata caratterizzazione del personaggio principale, che scade troppo da imbelle a imbecille. ***

Basato sul discutibile concetto morale dell’”occhio per occhio” e della difesa (a tutti i costi) del proprio territorio, il film di Sam Peckinpah vale sopratutto per la caratterizzazione (abilmente effettuata dalla sceneggiatura) del protagonista, classico uomo qualunque, anzi un tantino banale, che subisce una profonda trasformazione che culmina in un’escalation di violenza. Ottima la regia che riesce a creare un crescendo di tensione anche grazie all’ottima interpretazione di Dustin Hoffman.

Notevolissima incursione di Sam Peckinpah nel dramma a forti tinte (la chiusa, con furiosa ed inattesa vendetta, ha del memorabile) supportata dalla più che convincente immedesimazione nel ruolo da parte del grande Dustin Hoffman. A suo modo può essere considerato -previa eccezione de La fontana della Vergine (1960) – un precursore (d’alto rango) del “rape & revenge”, che raggiungerà picchi di cinismo estremi in L’ultima casa a sinistra (Wes Craven, 1975) e Non violentate Jennifer (Meir Zarchi, 1978). Finale ferocissimo, per l’epoca del girato.

Studioso si trasferisce in un villaggio dove la moglie è violentata dagli abitanti del luogo. Due ore ben realizzate di tensione psicologica in crescendo, farcita di violenza. Ma l’esaltazione della violenza (sia pure come legittima difesa), la contrapposizione tra il civilizzato colto e i rozzi e vigliacchi contadini, l’idea del territorio da difendere: tutto questo rischia di trascendere la cornice filmica per diventare discutibile paradigma etico di un comportamento naturale. Ottimo Hoffman. Ambiguo e spietato.

Straordinario e controverso film in cui Peckinpah tratta il tema a lui più caro: la violenza come sintesi di tutti i rapporti umani. Qui, infatti, essa esplode in un uomo normale e pacifico e lo fa in tutta la sua potenza e follia raggiungendo livelli di efferatezza notevoli ma comunque mai gratuiti. Incredibile il “filosofico” e caotico montaggio che si “riferisce al caos morale e materiale che domina le persone”. Assolutamente da vedere.

Discusso e discutibile nell’assunto, misogino, inevitabilmente datato nella rappresentazione della violenza (ne è passato di sangue sotto i ponti), possiede tuttavia uno spessore raro in gran parte degli epigoni, dovuto sia all’abilità del regista di costituire lentamente la tensione, sia all’interpretazione sfumata di Hoffman, mite intellettuale che si trasforma in belva per la difesa del suo territorio, a dimostrazione dell’immutabilità dell’animo umano sotto la vernice della civilizzazione. Importante più che bello.

Non certo tra le migliori opere del grande regista americano, ma pur sempre un Peckinpah movie. Ottima la prova di Dustin Hoffman, timido professorino che subisce tutto in totale silenzio ma che alla fine si trasforma letteralmente e farà valere le sue regole. Il film, che all’epoca fu molto osteggiato dalla critica ufficiale perché considerato di “destra”, ha un crescendo di tensione e di violenza che tiene ben desta l’attenzione dello spettatore. Sicuramente la sufficienza se la porta a casa.

Grande film. Incredibilmente pessimista e disperato, parte molto lentamente per poi diventare teso a appassionante come pochi altri lungometraggi. La regia è sapiente e crea un’ottima atmosfera (ricreata grazie all’eccellente fotografia e alle belle ambientazioni) e un clima di rabbia e follia che non lascia indifferenti. La violenza è presente ma non è compiaciuta. Ottimo anche il montaggio. Grande Hoffman, bellissima la George, bravo Warner. Da non perdere.


La compagna di banco

Nel solito liceo della Puglia, ancora una volta quello di Trani, arriva Simona figlia di un industrialotto settentrionale che produce salumi.
L’arrivo della ragazza mette naturalmente in subbuglio la classe, che si divide al solito tra chi le mette subito gli occhi addosso, ovvero l’immancabile playboy Mario e le compagne di classe che invece vedono in lei una pericolosa rivale nella conquista del cuore di Mario.
Le ragazze mettono subito in guardia, in maniera interessata la giovane Simona, descrivendo Mario come un seduttore incallito.

Lilli Carati è Simona

Inizia così il solito gioco della parti, con i due ragazzi impegnati nelle schermaglie dell’amore, mentre altri personaggi si muovono sullo sfondo, come Ilario Cacioppo, professore ambito dalla gigantesca e manesca prof.Marimonti.
Tra un equivoco e l’altro, alla fine si arriverà al tradizionale happy end.

Scialba commedia sexy diretta da Mariano Laurenti, uno specialista del genere autore di La Liceale Nella Classe Dei Ripetenti (1978), L’Insegnante Va In Collegio (1978),La Liceale Seduce i Professori (1979) ecc. La compagna di banco, girato nel 1977 è forse la cosa peggiore diretta dal regista romano, questa volta alle prese con un copione rabberciato e sopratutto con attrici che non hanno il fascino della Fenech, abituale protagonista dei film di Laurenti.

Nikky Gentile è Elena Mancuso

Ci sono, è vero, i soliti protagonisti della comedia sexy, ovvero Lino Banfi, Alvaro Vitali, Gianfranco D’Angelo e l’immancabile Francesca Romana Coluzzi; ma c’è anche, nel ruolo di protagonista, una svogliata e inespressiva Lilli Carati alle prese con un personaggio debolissimo e poco interessante scenicamente.

Francesca Romana Coluzzi è la Professoressa Marimonti

Così la commediola si trascina svogliatamente tra gag viste mille volte e una storia debolissima che finisce per annoiare mortalmente lo spettatore; gli unici momenti divertenti, se tali vogliamo definirli, sono quelli affidati a Banfi, perso dietro le affascinanti forme di Nikki gentile, che interpreta la moglie di un losco e gelosissimo mafiosetto di provincia.
La stessa Carati, esposta generosamente, non appare nella sua migliore forma fisica e alla fine le uniche cose degne di nota sono essenzialmente logistiche.
Splendida la location, vista altre volte ma sempre piena di fascino, la romanica Trani che appare in tutto il suo fascino anche un pò misterioso.

Alvaro Vitali è Salvatore

Lino Banfi è Teo D’Olivo

Il resto è noia di prim’ordine, con attori alle prese con ruoli tagliati con l’accetta e con gag che non convincono, inclusa la solita presenza della manesca professoressa e degli altrettanto soliti alluppati compagni di classe della protagonista.
Un film debolissimo e arruffato, da dimenticare in fretta.
La compagna di banco, un film di Mariano Laurenti. Con Lino Banfi, Lilli Carati, Francesca Romana Coluzzi, Gianfranco D’Angelo, Alvaro Vitali, Giacomo Furia, Linda Sini, Rosario Borelli, Gigi Ballista, Paola Maiolini, Stefano Amato, Brigitte Petronio
Commedia, durata 85 min. – Italia 1977.

A destra, Brigitte Petronio

Lilli Carati – Simona Girardi
Gianfranco D’Angelo – Professor Ilario Cacioppo
Alvaro Vitali – Salvatore
Antonio Melidoni – Mario D’Olivo
Lino Banfi -Teo d’Olivo
Francesca Romana Coluzzi -Professoressa Marimonti
Gigi Ballista -Girardi
Stefano Amato – Martocchia
Ermelinda De Felice – Giuditta
Nikki Gentile -Elena Mancuso
Paola Maiolini -Vera
Brigitte Petronio – Mirella
Susanna Schemmari -Vera

Regia     Mariano Laurenti
Soggetto     Franco Mercuri, Francesco Milizia
Sceneggiatura     Franco Mercuri, Francesco Milizia
Fotografia     Pasquale Rachini
Montaggio     Alberto Moriani
Musiche     Gianni Ferrio

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La Carati, prima di cedere alla depravazione (droga & porno) non solo era dotata di una bellezza incantevole, ma riusciva pure a dare un tocco di grazia alle sue interpretazioni, come si può notare dalle (poche) commedie sexy che ha interpretato. In questo film la sceneggiatura non valorizza il suo personaggio, puntando l’attenzione su Vitali e D’Angelo (gravissimo errore). Risollevano le sorti del film le sequenze incentrate sul personaggio Teo d’Olivo (Banfi) nei panni del sarto perduto dietro alle perfette forme di Elena (Nikki Gentile).
.
Piacevole. Una commedia scolastica meno scollacciata della media, nonostante la presenza di nomi di punta del genere come D’Angelo, Vitali, Banfi, Amato. Gags goliardiche ma insolitamente pulite, nudi femminili di gran classe (la Carati, ma anche la Maiolini, la Petronio, la Gentile), un tocco di romanticismo e un inciso fuori tema sul cinema (la figura del regista squattrinato). Azzeccatissimi i ruoli minori: dalla coppia altolocata Ballista-Sini alla ciclopica Coluzzi, passando per il mafioso e gelosissimo Borelli e il frastornato commissario Furia.

Commedia scollacciata-scolastica settantiana che si avvale della presenza cult di Lilli Carati e questo vale il prezzo del biglietto. Tuttavia c’è di più: dei bravi caratteristi ed il sempre efficace Lino Banfi con battute divertenti, anche se contate. Bella la colonna sonora.

Un film da mal di testa non fosse che io sono un veneratore del pube di Liliana Caravati; girato in quel delle Puglie, come sempre, è la solita collezione di frizzi&lazzi&scorregge (vittima designata in particolare D’Angelo, sempre insediato dalla Romana Coluzzi). A far da gentile contorno la bellezza da escort girl dell’indimenticata Nikki Gentile, di Cavvallina memoria. I belli del film (Carati e fidanzato) sono, come sempre, antipatici.

Se si eccettua la storiella d’amore, con momenti patetici a dir poco e se si esclude il bamboccione co-protagonista e si apprezza la bellissima Lilli allora si potrà passare una buona serata, altrimenti… Io non l’ho trovato insostenibile, anzi, mi sono anche fatto un paio di risate. C’è del nudo ma non esagerato. Si può vedere senza dubbio!

Mariano Laurenti tenta la commedia cercando di affidare un ruolo da protagonista a una bella ragazza come Lilli Carati, che si rivela però incapace di suscitare l’interesse del pubblico (colpa del suo personaggio inutile). Il resto infatti è tutto sorretto (ma neanche bene) da squallide e ripetive gag tra Gianfranco D’Angelo e Alvaro Vitali, i quali interpretano rispettivamente un professore e un bidello, riciclando scene già viste nelle commedie ambientate a scuola. Lino Banfi, però, ha un ruolo simpatico, seppur marginale.

Opera che ho un po’ rivalutato in negativo. il motore comico poggia su Vitali e D’Angelo (bah!), che non reggono la scena a dovere a causa di gag davvero poco riuscite. Non eccellono Vitali, la Carati, Melidoni e la Coluzzi, bensì Paone, la De Felice, Furia e Banfi (che hanno indegnamente ridotto a un cameo di un sarto, in verità molto ben caratterizzato come del resto tutti). Grazie agli ultimi tre, infatti, la scena al commissariato è un piccolo saggio di bravura. Trionfano le pubblicità (non solo liquori). Ottimi i momenti con la Gentile. **


Sesso in testa

Diana, studentessa in sociologia è arrivata al gran giorno, la tesi di laurea.
Si presenta così davanti ai suoi esaminatori che la attendono al varco, in un’aula universitaria stracolma di curiosi.
Sono tutti là per ascoltare l’argomento della tesi, che è assolutamente inusuale, ovvero il sesso, visto attraverso le abitudini degli italiani.

Pilar Velasquez è Diana

A tal fine Diana, per meglio documentarsi, si è prostituita raccogliendo bizzarrie e perversioni di tutti coloro che ha incontrato.
L’argomento pruriginoso ovviamente scandalizza la commissione, nella quale c’è anche un sacerdote, ma nonostante tutto, grazie anche ai buoni uffici del presidente della stessa, Diana può dibattere la sua tesi.
Così racconta i vari incontri che ha avuto, nel corso dei quali si è imbattuta; si va dalla lesbica che paga ma non consuma al mafioso che la paga per gemere di piacere mentre i suoi uomini ascoltano fino ad un onorevole beccato dalla moglie in una camera d’albergo e costretto ad assistere ad un rapporto sessuale tra lei e un cameriere dell’albergo stesso, che si fingeva omosessuale per meglio muoversi nell’ambiente equivoco.
Ancora, c’è la beffa ordita da un idraulico che fa credere a Diana di volerla pagare un mucchio di soldi mentre invece utilizza il denaro che doveva restituire alla mamma di Diana oppure un pervertito che fa interpretare a Diana la parte della figlia perchè segretamente innamorato della stessa.

Dopo la lunga esposizione delle sue avventure, Diana corona il suo sogno laureandosi a pieni voti.
Sergio Ammirata, famoso più come caratterista che come regista, dirige nel 1975 questa strana commedia sexy cercando di darle una patente di credibilità a livello documentaristico, non dmenticando però l’aspetto comico delle storie che racconta.

Oreste Lionello

Lino Banfi

In effetti il film è una via di mezzo tra il documentario, vista la sua struttura ad episodi e il film comico stesso, come testimoniato da alcune gag che costellano il film.
Se il prodotto finale è un pò debole, lo si deve proprio all’equivoco generato dal regista, che cerca sempre di spacciare per verità e per realtà gli incontri della furba Diana che, con la scusa dell’inchiesta, alla fine incassa qualche soldo oltre a gratificanti incontri osè, come quello con il compaesano che la befferà clamorosamente.
Tuttavia il film non è da gettare, merito anche di qualche trovata ingegnosa e sopratutto del buon cast allestito dalla produzione; molti i caratteristi presenti, ovvero Lino Banfi che intepreta il presidente della commissione, replicando il ruolo del pugliese allupato e grammaticalmente scorretto che tanta fortuna gli diede.

La beffa…

Diana, l’onorevole e il cameriere finto gay

Un Banfi con tanto di basettoni anni settanta che facevano commissario di pubblica sicurezza, off course; tra i protagonisti troviamo Aldo Giuffrè nei panni di uno spassoso gangster/mafioso preoccupato della sua virilità, un favoloso Tino Scotti nei panni dell’onorevole fedifrago cornificato dalla moglie sotto i suoi occhi, Didi Perego nei panni di una componente della commissione, poi ancora Oreste Lionello,Gigi Ballista,Mario Carotenuto,Toni Ucci, Gastone Pescucci…

Pilar Velasquez e Tino Scotti

La protagonista è Pilar Velasquez, bella in maniera eccessiva ma poco dotata dal punto di vista comico, tanto da sembrare un pesce fuor d’acqua.
Un film che ha qualche momento egregio, non eccessivamente scollacciato, ma che ebbe tuttavia qualche problema con la censura, in particolare con l’episodio della lesbica, senza tuttavia essere sequestrato.
In fondo il sesso, vero argomento del film, è trattato con leggerezza e senza gli abituali amplessi mostrati in tutte le salse, il che vale al film stesso una valutazione di sufficienza.

Sesso in testa, un film di Sergio Ammirata. Con Mario Carotenuto, Didi Perego, Pilar Velasquez, Oreste Lionello,Toni Ucci, Aldo Giuffré, Lino Banfi, Gastone Pescucci, Salvatore Billa, Ugo Fangareggi, Lorenzo Piani, Gigi Ballista, Gino Santercole, Liliana Chiari, Liana Trouché, Sergio Ammirata, Luigi Leoni
Commedia, durata 91 min. – Italia 1974.

Pilar Velázquez     …Diana Tornetti
Didi Perego – Membro della commissione d’esame
Mario Carotenuto …Il commendatore incestuoso
Toni Ucci – Lanfranco Ceccarelli
Tino Scotti – Onorevole Totuccio Angeletti
Ugo Fangareggi     – L’uomo di  Avellino
Oreste Lionello … Epifanio
Gigi Ballista… Padre di Carletto
Gastone Pescucci …Prete
Lino Banfi … Presidente della commissione
Aldo Giuffrè …Frank Innamorato il mafioso
Sergio Ammirata … Lucio
Gino Santercole…Fidanzato di  Diana


Regia: Sergio Ammirata
Sceneggiatura: Sergio Ammirata, Marino Onorati
Produzione: Armando Novelli, Rodolfo Puttignani
Musiche: Roberto Pregadio
Editing: Amedeo Giomini

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Che Di Leo non l’abbia firmato non dice tutto, perché è ancora peggio del previsto. La protagonista Pilar Velázquez, dall’angosciante inespressività, contribuisce all’affondamento. Si guarda fino in fondo solo per avere il piacere di vedere caratteristi adorabili, chiamati però a ruoli miseri. Non accreditati si riconoscono Ric e Gian (manco una battuta), Omero Capanna, Franca Scagnetti, Fernando Cerulli e (se non sbaglio, nel ruolo di Conigliaro) il fantozziano Pietro Zardini.

Una studentessa è impegnata a comporre una tesi sulla prostituzione per la laurea in psicologia. Per rendere più credibile il suo scritto si getta all’interno del giro. Curiosa pellicola caratterizzata da discreti interpreti (Giuffrè, Lionello, Carotenuto, Ballista e, ovviamente, Banfi) ma blanda nei contenuti comici, mentre presenta intermezzi erotici più spiccati (per l’epoca). Esilarante la sigla di chiusura cantata da Banfi -in stato “onirico”- mentre sogna di trovarsi nei panni di uno scolaretto sedotto da una formosa maestra.

Una tesi di laurea sulla prostituzione esposta sotto forma di brevi episodi, resi ancor più divertenti dalla partecipazione dell’allegra brigata di attori e caratteristi che attornia la bellissima Velàzquez: da Banfi, che commenta stupefatto, a Jimmy il Fenomeno in una metacinematografica epifania, passando per la Perego, Ammirata, Lionello, Giuffrè, Carotenuto, Ballista, Scotti. Il regista Fernando Di Leo compare addirittura due volte: prima in un poster accanto alle facce di Brando e Delon, poi come giornalista mentre intervista un gruppo di passeggiatrici. Rigorosamente scacciapensieri.

Non passa settimana che non lo trasmettano nelle privatine. Mi ha incuriosito l’apparizione di un sosia di Di Leo; ma è Di Leo!!! Il film è terrificante senza alcun appello. Vari sketches illustrano i racconti tratti dalla esposizione della tesi della Velasquez, inespressiva ma bella gnocca. Una specie di Decamerone miserrimo. Stravagante la battuta metacinematografica su Jimmy il fenomeno. Ad avvalorare la regia di Di Leo ci sarebbero i nomi di Franco Villa (fotografia) Ammirata e Banfi (presenti anche in Colpo in canna).

L’idea di una piacente universitaria (bellissima la Velázquez, ma troppo fredda e inespressiva per essere una protagonista) che discute una tesi sul sesso non è male come base di una commedia sexy italiana, non fosse altro che è sfruttata malissimo; con i compagni e i presenti in aula che ridacchiano inutilmente e le battute dei professori che non fanno ridere. Tra barzellette e siparietti si salva come è solito in queste commedie Banfi, ma ahimè anche lui qui non è al top (come nessuno del resto) e il finale in cui canta ha dello squallido.

Fotocopiando un modulo tipico del pornosoft italiano e tedesco primi Anni Settanta, il film mette in scena la solita studentessa “bona” impegnata nella solita ricerca scientifica “dal vivo” su prostituzione, comportamenti sessuali, perversioni e via dicendo. Il risultato è la solita deprimente farsaccia, becera e qualunquista, che non fa ridere proprio nessuno. Oltre alla bella ma insulsa Pilar Velasquez, vecchie e nuove (per i tempi) glorie si agitano senza costrutto. L’ha diretto Ammirata o Di Leo? Che importa, tanto fa pena lo stesso.

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