I banchieri di Dio-Il caso Calvi

I banchieri di Dio,il caso Calvi,è un film dal percorso cinematografico molto travagliato,a partire dalle vicissitudini giudiziarie seguite allo stop imposto dalla magistratura alla distribuzione cinematografica in quanto i fatti raccontati bel film erano e sono ancora al vaglio della magistratura,e quindi sottoposti a processi vari.

Omero Antonutti è Roberto Calvi

Il film ripercorre l’intricata vicenda seguita al crack del Banco Ambrosiano,partendo dagli oscuri intrecci che coinvolsero personaggi appartenenti a diverse lobby di potere,come monsignor Marcinkus,il potente capo dello IOR,la banca Vaticana,Licio Gelli,gran maestro della massoneria,creatore di quella loggia P2 che sarà uno dei cancri della democrazia italiana,fino ad oscuri personaggi come il faccendiere Pazienza,Sindona,mafiosi di grosso calibro.

Rutger Hauer è Monsignor Marcinkus

C’è tutto nel film,ed è il grosso limite dello stesso;il racconto,che segue lo stile giornalistico,è spesso molto confuso,perché cita personaggi,politici ed avvenimenti che solo chi è addentro alle cose italiane può dire di conoscere almeno parzialmente.

Pamela Villoresi è Clara Calvi

Alcune figure,come quella di Marcinkus,hanno una visione storiografica forse anche eccessiva,aldilà dei loro effettivi demeriti,visto che di meriti non è il caso di parlare.

Il film ripercorre il labirinto delle complicità tra massoni,chiesa,banche,mafia e i politica,minimizzando al massimo i fatti,nel tentativo di dare una spiegazione esaustiva di tutti gli avvenimenti.

Impresa improba,perché i vari episodi,presi singolarmente,sono già di per se molto oscuri agli stessi inquirenti,figuriamoci condensati in due ore di film.

E’ comunque l’occasione per vedere vecchi personaggi della politica italiana,come Craxi e Andreotti uniti a frammenti della tv dell’epoca,come l’attentato a Giovanni Paolo II o alcune dirette parlamentari.

Camillo Milli è Licio Gelli

Un film comunque da vedere,per capire almeno parzialmente il ginepraio in cui si è trovata,a fine anni settanta,la politica italiana,e soprattutto il sistema bancario,che finanziava allegramente Solidarnosc,per contribuire alla caduta del regime sovietico e dittatorelli anticomunisti,Vaticano e mafia,attraverso operazioni bancarie molto  simili a gigantesche scatole cinesi fatte di affari sporchi e innominabili.

Franco Oliviero è Michele Sindona

Tutti i personaggi non ci fanno una gran figura,con l’eccezione di Calvi,che sembra più che altro la vittima desiganata di giochi di potere più grandi di lui.

 

Un film di Giuseppe Ferrara. Con Omero Antonutti, Pamela Villoresi, Giancarlo Giannini, Alessandro Gassman, Rutger Hauer. Genere Drammatico, colore 100 minuti. – Produzione Italia 2002.

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Omero Antonutti: Roberto Calvi
Giancarlo Giannini: Flavio Carboni
Alessandro Gassman: Francesco Pazienza
Rutger Hauer: Vescovo Paul Marcinkus
Pamela Villoresi: Clara Calvi
Vincenzo Peluso: Silvano Vittor
Alessandra Bellini: Anna Calvi
Francesco Cordio: Carlo Calvi
Pier Paolo Capponi: Roberto Rosone
Franco Diogene: Luigi Mennini
Carlo Saito: Alex Mennini
Pietro Di Legami: Emilio Pellicani
Antonio Inzadi: Uomo Del Gobbo
Mario Marchetti: Il Gobbo
Gaetano Amato: boss dei testaccini
Bruno Bilotta: Danilo Abbruciati
Augusto Zucchi: Umberto Ortolani
Liliana Paganini: Graziella Corrocher
Camillo Milli: Licio Gelli
Franco Olivero: Michele Sindona

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Regia Giuseppe Ferrara
Sceneggiatura Giuseppe Ferrara, Armenia Balducci
Casa di produzione Sistina Cinematografica, Metropolis Film, Rai Cinema, TELE+
Distribuzione (Italia) Columbia Tristar
Fotografia Federico Del Zoppo
Montaggio Adriano Tagliavia
Musiche Pino Donaggio

Classifica al botteghino,anno 1973

1) Altrimenti ci arrabbiamo

Un film di Marcello Fondato con Bud Spencer, Terence Hill, John Sharp, Patty Shepard.

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2) La stangata

Un film di George Roy Hill con Paul Newman, Robert Redford, Robert Shaw, Charles Durning, Ray Walston, Eileen Brennan

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3) Peccato veniale

Un film di Salvatore Samperi. con Laura Antonelli Alessandro Momo, Orazio Orlando, Fred Bongusto, Monica Guerritore, Lino Banfi

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4) Papillon

Un film di Franklin J. Schaffner con Steve McQueen, Dustin Hoffman, Victor Jory, Don Gordon, Anthony Zerbe, Robert Deman

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5) Il mio nome è nessuno

Un film di Tonino Valeri,con Terence Hill, Henry Fonda, Jean Martin, Piero Lulli, Mario Brega, R.G. Armstrong

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6) Sesso matto

Un film di Dino Risi con  Laura Antonelli, Giancarlo Giannini, Paola Borboni

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7) Paolo il caldo

Un film di Marco Vicario con Giancarlo Giannini, Rossana Podestà, Gastone Moschin, Marianne Comtell, Ornella Muti

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8 ) Amarcord

Un film di Federico Fellini – Magali Noel; Bruno Zanin; Pupella Maggio

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9) Il portiere di notte

Un film di Liliana Cavani con Charlotte Rampling, Dirk Bogarde, Philippe Leroy, Gabriele Ferzetti

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10) Piedone lo sbirro

Un film di Steno con Bud Spencer, Adalberto Maria Merli, Raymond Pellegrin, Juliette Mayniel

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Altri film dopo la decima posizione:

11) Pane e cioccolata di Franco Brusati

con Anna Karina, Nino Manfredi, Ugo D’Alessio, Paolo Turco

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12) Zanna Bianca di Lucio Fulci

con Franco Nero, Virna Lisi, Fernando Rey, John Steiner, Daniel Martin

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13) Jesus Christ Superstar di Norman Jewison

con Barry Dennen, Yvonne Elliman, Ted Neeley, Joshua Mostel, Carl Anderson

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14) Serpico di Sidney Lumet

con Al Pacino, John Randolph, Jack Kehoe, Biff McGuire, Barbara Eda-Young, Cornelia Sharpe

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15) Un tocco di classe di Melvin Frank

con George Segal, Glenda Jackson, Paul Sorvino, K Callan, Cec Linder, Michael Elwyn

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16) Polvere di stelle di Alberto Sordi

con Alberto Sordi,Monica Vitti; Wanda Osiris; Carlo Dapporto; Alvaro Vitali

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17) L’ultima neve di Primavera di Raimondo Del Balzo

con Nino Segurini, Renato Cestié, Agostina Belli, Bekim Fehmiu

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18 ) I guappi di Pasquale Squitieri

con Fabio Testi, Claudia Cardinale

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19) Teresa la ladra di Carlo Di Palma

con Monica Vitti; Stefano Satta Flores; Isa Danieli; Fiorenzo Fiorentini; Carlo Delle Piane; Michele Placido

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20) Per amore di Ofelia di Flavio Mogherini

con Renato Pozzetto ,Françoise Fabian ,Giovanna Ralli,Alberto De Mendoza ,Didi Perego,Maurizio Arena

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Amici miei Atto II

Amici miei atto 2

Abbiamo lasciato il gruppo scanzonato e dissacrante di amici alle prese con il funerale del Perozzi e con l’ultima atroce beffa perpetrata ai danni del pensionato. Monicelli,per riprendere il discorso,affida le vicende all’uso sapiente del flashback,e ci mostra i 5 alle prese con le loro vicende famigliari e con nuove,crudeli ma esilaranti beffe.

C’è il Necchi (questa volta impersonato da Renzo Montagnani) alle prese con la sua perenne gelosia;il Perozzi afflitto come al solito dai suoi problemi,tra i quali un figlio serioso e agli antipodi rispetto al padre; il conte Mascetti,nobile decaduto,che cerca di mantenere la sua dignità,e il Sassaroli,il primario annoiato, alla ricerca della botta di vita,oltre al solito Melandri.

Le beffe sono di quelle che fanno epoca,come quando il gruppo fa sgomberare la torre di Pisa con la scusa che è pericolante,mentre loro con dei cavi invitano la gente a tirare per evitare che la stessa cada;c’è l’espediente del conte Mascetti,che abbaglia giovani attricette con fiori e inviti a cena,che dopo la rituale notte di sesso,si trasformano in una fuga ignominiosa dello stesso,senza pagare i conti. C’è la distruzione del paesino,con i nostri che vanno in piccoli paesini della Toscana,vestiti di tutto punto come ingegneri o tecnici e comunicano alla gente che proprio sul paese dovrà passare l’autostrada,con conseguente abbattimento di case,chiese ed edifici.

E c’è anche spazio per lo humour nero e per la commozione,come nel momento in cui il conte Mascetti,adirato con gli amici,viene colpito da un ictus che lo riduce sulla sedia a rotelle; parteciperà ad una gara per paraplegici,dove arriverà ultimo sotto la bandiera pisana,per fare un dispetto ai cittadini di quella città.

Monicelli nel primo film si era divertito con un humour duro e graffiante; nel secondo film affiora invece un pessimismo quasi leopardiano,tutte le zingarate del gruppo di amici divntano più crudeli,una metafora del cupo pessimismo che sembra voler trasmettere il regista attraverso immagini forti,come la già citata corsa di portatori di handicap.

Amici miei II segna la fine della grande stagione della commedia all’italiana,che da quel momento non avrà quasi più spazio al cinema;l’amarezza e la drammatica corrosività di Monicelli,sembrano essere un epitaffio sulla commedia all’italiana,in piena crisi di idee ma sopratutto di interpreti. Il cupo pessimismo del film sembra avvolgere la storia,rendendola sicuramente meno brillante del primo atto,Amici miei,ma sicuramente più tesa ad un’analisi spietata di un periodo,di una generazione in crisi con il rapporto verso l’età e le nuove generazioni.

Amici miei atto secondo,un film di Mario Monicelli. Con Ugo Tognazzi, Adolfo Celi, Gastone Moschin, Renzo Montagnani, Paolo Stoppa, Franca Tamantini, Milena Vukotic, Alessandro Haber, Philippe Noiret, Angela Goodwin, Tommaso Bianco, Domiziana Giordano. Genere Commedia, colore 117 minuti. – Produzione Italia 1982.

* Ugo Tognazzi: Il Conte Mascetti – Raffaello “Lello” Mascetti
* Gastone Moschin: Il Melandri – Architetto Rambaldo Melandri
* Adolfo Celi: Il Sassaroli – Professor Alfeo Sassaroli
* Renzo Montagnani: Il Necchi – Guido Necchi
* Milena Vukotic: Alice Mascetti
* Franca Tamantini: Carmen Necchi
* Marisa Traversi: Anita Esposito, l’amante del Perozzi
* Angela Goodwin: Laura Perozzi
* Alessandro Haber: Paolo, il vedovo
* Domiziana Giordano: Noemi
* Tommaso Bianco: Fornaio
* Paolo Stoppa: Sabino Capogreco, lo strozzino
* Philippe Noiret: Il Perozzi – Giorgio Perozzi
* Fiorentina Bussi: Twister
* Enio Drovandi: Poliziotto
* Maurizio Scattorin: il figlio del Perozzi

Regia     Mario Monicelli
Soggetto     Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli, Mario Monicelli
Sceneggiatura     Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli, Mario Monicelli
Produttore     Luigi De Laurentiis, Aurelio De Laurentiis
Distribuzione (Italia)     Filmauro
Fotografia     Sergio D’Offizzi
Montaggio     Ruggiero Mastroianni
Musiche     Carlo Rustichelli
Scenografia     Lorenzo Baraldi
Costumi     Gianna Gissi


Fare un bel sequel non è da tutti. Il seguito di Amici Miei  ci riesce benissimo, inserendo uno splendido Montagnani al posto di Del Prete e trovando un asso di briscola nello strozzino, non disegnato, ma addirittura scolpito, da Paolo Stoppa. Tante scene di culto. Io ne preferisco una solitamente poco citata, benché presa di peso da Causa di divorzio di Fondato: il vigile (Enio Drovandi) che ferma gli amabili Amici e guarda la patente del Necchi. Ovviamente non mancano coloro che, ultra-esagerando, vanno oltre la lettura anti-femminile e parlano di velata omosessualità. Insopportabili.

Il primo Amici miei (una delle ultime grandi commedie italiane) rimane insuperabile; il sequel (pur essendo confezionato con classe, non per niente alla regia rimane il grande Monicelli) non è all’altezza; si tratta di un film spiritoso con trovate talvolta originali, ma lo spirito del primo film si è perduto per sempre. Manca sopratutto il sentimento nostalgico-malinconico che pervadeva il primo film (specie nel finale) anche se gli attori fanno ancora bene la loro parte.

Caposaldo, a tratti persino meglio del primo (Montagnani è un bel valore aggiunto). L’intera sequenza del cimitero, dal fulminante “sbiriguda” con cui Tognazzi inizia la sua tiritera all’efferato duetto Celi-Haber sulla tomba di Agata, “amica e amante impareggiabile”, vale da sola tutta la cinematografia di sedicente comicità toscana dgli ultimi 15 anni.

Ritornano i compagnoni scherzosi di Amici miei, dopo la morte di uno di loro, ma sempre in vena di zingarate (magari in flashback), tra cataclismi (l’alluvione di Firenze) e piccole burlette, in mezzo a drammi familiari o avventure passeggere. Tutto tra spensierata comicità e sottile malinconia. Un buon film, che tiene alto il livello della confezione già acquisito nel precedente lavoro, senza però la sorpresa dell’originalità.

Sono ancora tutti in grande forma i compagnoni, armati di supercazzole e vogliosi di zingarate; e dico proprio tutti, visto che, grazie a voli nel passato, viene anche riesumato (e menomale) il Perozzi. Le gag riuscite si sprecano, passando dalle peggio vigliaccate, ai colpi bassi (come sempre, anche tra loro). Non mancano, comunque, i momenti piuttosto amari (la situazione del conte Mascetti e famiglia). Regge bene fino alla fine, a parte qualche colpo non proprio a segno (l’inesistente spasimante), restando notevole e da vedere.

Seguito che nulla aggiunge né toglie al primo capitolo, ma che può vantare sempre le superlative interpretazioni dei protagonisti e alcune gag ben riuscite (su tutte, quella del cimitero con Haber e quella della torre di Pisa). Ottimo Stoppa nella parte dell’usuraio gabbato. Tra una zingarata e l’altra, torna ad aleggiare l’ombra della morte, che questa volta minaccia Tognazzi.

Di assoluto livello questo secondo capitolo, con la solita amarezza di fondo ad ancora molte scene strepitose. Il film a mio avviso guadagna anche dalla sostituzione del mediocre Duilio Del Prete con l’ottimo Renzo Montagnani, ed anche l’usuraio intepretato da Paolo Stoppa è protagonista di alcuni momenti grandiosi. Forse alcuni passaggi tra il “presente” ed i flashback non sono perfetti, ma che importa. Da vedere anche solo per gli ultimi 5′, che mostrano un Tognazzi da applausi a scena aperta.

Secondo capitolo che presenta tante affinità col primo, al quale in definitiva non aggiunge nulla di nuovo: zingarate di varia natura, una “tonificante” vena di cattiveria e la morte che aleggia in maniera prepotente. Anche il cast (quasi immutato) fa la sua parte. Il divertimento non manca anche se il risultato finale è un passo indietro rispetto al capostipite. Tuttavia il livello è ancora buono.

Secondo atto per i goliardi fuori tempo. Entra Montagnani per Del Prete: ovvio miglioramento, che aumenta il rimpianto per il talento sprecato dall’attore nella sua carriera. La struttura è sostanzialmente la stessa. La morte del Perozzi dà lo spunto, poi si torna alle zingarate, alcune memorabili come la crocefissione e il “rigatino”. Non tutto è di gran gusto (la contorsionista messa in valigia e buttata su un autobus è una trovata esagerata e stupida) e si perde un po’ il senso vero del primo film. Comunque si ride tantissimo.

Mentre il primo capitolo rientra a pieno merito tra i capolavori della “commedia all’italiana”, questo secondo atto risulta un film divertente e nulla più. Rispetto all’originale forse manca la novità delle “zingarate” dei cinque amici ma ancor più manca l’approfondimento psicologico dei protagonisti. Comunque Monicelli è regista intelligente e sa come far funzionare lo spettacolo ed inoltre la sostituzione di Del Prete con Montagnani è sicuramente positiva, così la pellicola risulta molto godibile. Ottimo anche Paolo Stoppa nel ruolo dello strozzino.

Al netto degli anacronismi imposti dalla necessità di ripescare il Perozzi e inserirlo in un flashback della Firenze alluvionata, oltre che di un tono meno introspettivo e più leggero che calza a pennello alla new entry Montagnani, la struttura base del primo film è salva, comprese la burla prolungata (qui al bravo Stoppa, nel primo a Blier) e la morte che aleggia sul finale. Non c’è l’atmosfera del capostipite, si compensa con maggiore cattiveria: gli “zingari” assecondano alla perfezione una sceneggiatura ben congegnata.

Non male. Vi sono numerosi “episodi” divertenti, come per esempio quello dell’alluvione con Moschin che esclama “ma guarda se Dio per salvare la tua verginità doveva inondare Firenze!”, l’usuraio, le foto oscene. Monicelli firma una buona regia. Ottimo il cast d’attori, non solo quelli principali. Godibile.

Decisamente inferiore al primo atto. La comicità diventa più crudele e surreale, e se molte scene sono memorabili altre non riescono a colpire nel segno. Inoltre la storia dopotutto non è che una serie di episodi, e rispetto al numero 1 mancano sia l’approfondimento dei personaggi che la malinconia di fondo. Comunque il cast è sempre straordinario (Montagnani al posto di Del Prete funziona benissimo) e la regia di Monicelli, cinica e sarcastica, funziona ancora alla grande.

Se l’entrata in scena di Montagnani pare funzionare bene e la verve dissacrante del primo episodio non si è smarrita, tuttavia il filo narrativo è meno lineare, sembra adesso di procedere per gag successive. Tra queste mi piace ricordare il figlio del Perozzi a pigione dal Mascetti, l’operazione ai reni dello strozzino, l’alluvione. Più grossolani invece altri passaggi, come quello alla torre di Pisa e la corsa delle carrozzine. I temi di fondo del primo film vengono confermati, ma l’effetto non è più lo stesso.

Secondo atto che si mantiene agli alti livelli del primo per quel che riguarda la comicità delle situazioni, la vincente struttura a flashback, qui utile per ripescare il prezioso Noiret e la prova attoriale dei 5 amici, anche qui spumeggianti, geniali e impagabili (Moschin forse fa sbellicare più di tutti). Ottimo anche il contributo degli sventurati che capitano loro a tiro come Stoppa e uno strepitoso Haber. Monicelli dirige il tutto col piglio giusto. Tanti gli episodi memorabili: al cimitero, l’alluvione, la gravida, il servizio torri…

Sequel delle avventure degli zingari. Si ride parecchio, ma là con una nota malinconica evidente, qui c’è la voglia di costruire scene efficaci tralasciando quasi del tutto (occhio al finale) lo spirito del primo film. Ecco dunque pezzi divenuti celeberrimi: Adelina, Stoppa, la beghina e l’alluvione, la Via Crucis, ecc. ecc. Grandissimo Celi nella parte del cinico (quasi più che nel primo).

Quando il sequel non delude lo spettatore! Qui siamo di fronte ad un capolavoro di cinema comico, o commedia se si preferisce. Qui abbiamo situazioni boccaccesche, scherzi più o meno volgari, e abbiamo anche il cattivo cinismo. Alcune scene sono assolutamente memorabili e non v’è possibilità alcuna di trovar qui un solo punto debole. Attori al top, regia al top, sceneggiatura al top. Insomma un capolavoro. Peccato per l’immensa boiata del terzo capitolo, che quasi danneggia i Monicelliani!

Mentre il primo era un divertente e riuscito misto tra dramma e commedia, in questa seconda puntata è netta la dimensione comica della vicenda. I quattro protagonisti ricordano episodi del passato (che vengono mostrati in flashback e in cui riappare il Sor Perozzi/Noiret) e vivono divertenti avventure nel presente. Il tutto sotto la calibrata regia del maestro Monicelli. Grandissimi una volta di più i protagonisti, con la new entry Montagnani al posto di Del Prete. Raffica di scene memorabili.

Nient’altro che un buon film. La sensazione di già visto è sin troppo pesante, tanto che a tratti sembra di assistere ad un remake più che ad un sequel. Manca completamente l’atmosfera del capostipite e la sostituzione di Del Prete con Montagnani è quasi emblematica delle intenzioni che animano quaesto secondo capitolo: fare ridere, punto. Invece paradossalmente l’effetto comico risulta inferiore al primo capitolo, a causa di situazione esagerate ed una certa grossolanità di fondo.

Bello quanto il primo, in certi momenti anche di più. Montagnani rimpiazza degnamente Del Prete, conferendo alla sua figura da “bottegaio” un’aria più leggera. Questa volta il riso, più che amaro, è nero: nemmeno la morte riesce a dividere i cinque bischeri (vedi la bella idea dei flashback sul Perozzi) e si scherza amabilmente sui cimiteri, sui tradimenti e persino sulle malattie. Il ritmo malin-comico si mantiene sempre su alti livelli.

Per certi versi l’ho trovato addirittura superiore al primo: più ritmo, scherzi più accattivanti e divertenti, Montagnani più in parte di Del Prete, ma la storia è un po’ affaticata con i continui flashback tra passato e presente (che servono a riportare in scena Noiret). Comunque un cult del cinema italiano, pieno di grandi dialoghi e con un cast eccezionale che, oltre ai cinque protagonisti, conta comprimari del calibro di Haber e Stoppa. Imperdibile.

Se nel geniale capostipite veniva voglia di invecchiare, qui si sente forse il peso dell’età. Gli attori non sono più freschi 50enni e la stessa sceneggiatura pare richiamarsi troppo all’originale, quasi per dovere di sequel. Da verificare l’eventuale presenza di errori figli dell’esigenza di spettacolo (il grandioso Sassaroli era già un “amico” con il figlio del Perozzi fanciullo?). Cionondimeno e nonostante la debolezza nell’approfondimento psicologico dei 5, ne risulta una buonissima commedia, arricchita da qualche perla indimenticabile.

Il gatto dagli occhi di giada

Mara,una giovane attrice,si ferma casualmente davanti ad una farmacia dove è stato appena consumato un feroce delitto;è l’inizio di un incubo che la vedrà perseguitata da un misterioso assassino,convinto che lei abbia visto qualcosa.Subito dopo la morte dell’uomo,viene uccisa Smeralda,una signora di mezza età.Mara chiede aiuto e rifugio a Lukas,

Corrado Pani e Paola Tedesco

un ingegnere tecnico del suono,che viene contattato da un vicino di casa,un usuraio che da tempo riceve,come le altre due vittime,misteriose telefonate che recano incise voci di donne urlanti,di cani e altro.Lukas inizia ad indagare,e le sue indagini lo portano ad un detenuto,da poco evaso,che venne giudicato dal farmacista,da Smeralda e dall’usuraio.

Franco Citti e Corrado Pani

Convinto di essere sulle giustre tracce,Lukas si reca a casa dell’evaso,per convincere la moglie di Ferrante a farlo desistere dai suoi propositi.Lukas si rende conto,dopo aver incontrato l’evaso,che è vittima di una congiura e riprende le indagini,mentre viene ucciso casualmente un dipendente del locale dove lavora Mara,che sempre più terrorizzata,si rifugia a casa di Lukas. Il quale parte per Padova,allertato da una telefonata dell’usuraio che gli dice di volergli rivelare la verità sul movente che sta spingendo l’assassino a eliminare tutta quella gente.

Ma quando arriva a Padova,Lukas trova morto anche l’usuraio.Indaga,e scopre qual’è il vero movente degli efferati omicidi,legati ad una vecchia storia avvenuta durante la seconda guerra mondiale.Colpo di scena finale come nella tradizione di ogni giallo.

Il gatto dagli occhi di giada è un thriller canonico,di buona fattura,con una trama credibile ed attori ben calati nelle rispettive parti,Corrado Pani,nel ruolo di Lukas,improvvisato detective,Paola Tedesco,nei panni di Mara,la cantante di cabaret.Ed infine Bianca Toccafondi,con un cameo nel ruolo di Smeralda,la seconda vittima.

Un film piacevole,con una trama scorrevole,ben supportato da una regia poco incline agli effettacci ed attenta invece ai particolari e alla tensione

Giudizio:ValutazioneValutazioneValutazione

Il gatto dagli occhi di giada (1977) un film di Antonio Bido con Franco Citti, Paola Tedesco, Corrado Pani, Bianca Toccafondi.

Corrado Pani     …     Lukas
Paola Tedesco    …     Mara
Franco Citti    …     Pasquale Ferrante
Fernando Cerulli    …     Giovanni Bozzi
Giuseppe Addobbati    Giudice
Gianfranco Bullo    …     Assistente
Jill Pratt    …                 Signora Dezzan
Bianca Toccafondi    Esmeralda Messori
Inna Alexeievna    …     Signora anziana
Paolo Malco    …     Carlo
Cristina Piras    …     Mogile di Pasquale Ferrante
Roberto Antonelli    Michele
Gaetano Rampin    Dott. Peretti
Giuseppe Pennese    Marco


Paola Tedesco è Mara

Perchè quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?

Jennifer, una giovane e bellissima modella (Edwige Fenech), con un passato molto torbido da dimenticare, sceglie come domicilio un appartamento in un condominio in cui abitano strane persone; una donna lesbica molto ambigua (Annabella Incontrera), una spogliarellista che lavora in un night (Carla Brait), un suonatore di violino sicuramente con il cervello fuori fase.

Edwige Fenech e Annabella Incontrera

Paola Quattrini

Assieme alla ragazza va a vivere una sua amica (Paola Quattrini), un pò svampita; un giorno la spogliarellista viene uccisa proprio nell’ascensore. Da quel momento qualcuno inizia ad attentare alla vita di Jennifer,che nel frattempo conosce un giovane architetto del quale si innamora (George Hilton).

Ma nella vita di Jennifer rientra anche il vecchio amante, che la aveva iniziata ai rapporti a tre e alla droga; Jennifer lo respinge,mentre nel frattempo l’assassino misterioso colpisce ancora,uccidendo la sua amica.

La storia prosegue fino al colpo di scena finale, dopo che la ragazza ha rischiato ancora una volta di morire, e dopo aver sospettato anche del suo nuovo amore. Giallo sui generis di Giuliano Carnimeo, regista specializzato in western, che tenta,senza grossi risultati, la strada del giallo non andando oltre un onesto lavoro, nonostante un cast discreto, nel quale figurano,oltre alla Fenech e a Hilton, Oreste Lionello, nel ruolo di un fotografo gay e Paola Quattrini, che compare in una fugace scena di nudo dentro una vasca da bagno.

Perchè quelle gocce di sangue sul corpo di Jennifer,un film di Giuliano Carnimeo. Con George Hilton, Paola Quattrini, Edwige Fenech, Oreste Lionello, Luciano Pigozzi, Annabella Incontrera, Georges Rigaud, Giampiero Albertini, Carla Brait, Carla Mancini, Franco Agostini. Genere Giallo, colore 97 minuti. – Produzione Italia 1973.



Edwige Fenech     …     Jennifer Lansbury
George Hilton    …     Andrea Barto
Annabella Incontrera    Sheila Heindricks
Paola Quattrini    …     Marilyn Ricci
Giampiero Albertini    Commissario Enci
Franco Agostini    …     Redi
Oreste Lionello    …     Arthur
Ben Carra    …     Ex-Marito Di Jennifer
Carla Brait    …     Mizar Harrington
Gianni Pulone    …     Waiter
George Rigaud    …     Professor Isaacs, padre di Sheila
Antonio Basile    …     (uncredited)
Evi Farinelli    …     Prima vittima (uncredited)
Francesco Narducci    Fotografo(uncredited)
Gennarino Pappagalli    Guardiano Nightclub  (uncredited)
Filippo Perego    …     Guardiano Nightclub  (uncredited)
Luciano Pigozzi    …     Fanelli
Maria Tedeschi    …     Signora Moss (uncredited)

 

Regia: Giuliano Carnimeo
Sceneggiatura: Ernesto Gastaldi
Prodotto da: Luciano Martino
Produttore associato: Marcello Romeo
Muscihe: Bruno Nicolai
Film editing: Eugenio Alabiso
Costumi: Silvio Laurenzi
Production Management: Furio Rocchi, Lamberto Palmieri
Rita Savagnone doppia Edwige Fenech

Perchè quelle gocce di sangue sul corpo di J. locandina 8

Perchè quelle gocce di sangue sul corpo di J. locandina 5

Perchè quelle gocce di sangue sul corpo di J. locandina 4

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Perchè quelle gocce di sangue sul corpo di J. locandina 2

Perchè quelle gocce di sangue sul corpo di J. locandina 1

Perchè quelle gocce di sangue sul corpo di J. lobby card 1

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Perchè quelle gocce di sangue sul corpo di J. foto 2

Perchè quelle gocce di sangue sul corpo di J. foto 1

Perchè quelle gocce di sangue sul corpo di J. locandina sound




I racconti di Viterbury

Esaurito il filone Decameron,ecco arrivare il filone Canterbury,ovvero film che prendono in prestito,almeno formalmente,il titolo pasoliniano I racconti di Canterbury per girare pellicole basate su novelle di autori medioevali.Nei Racconti di Viterbury,sottotolato Le più allegre storie del 300,diretto dalla coppia Edoardo Re e Mario Caiano ci sono sette novelle,ovvero sette episodi così composti:

1-Antonio,un giovane inesperto in materia di sesso,viene istruito dalla suocera,con il risultato che finirà con il passare la prima notte di nozze proprio con la suocera invece che con la legittima sposa;

I racconti di Viterbury 10

I racconti di Viterbury 11

2-Un giovane,politicamente avverso al suocero,non potendo impalmare la sua bella tenta più volte di entrare di soppiatto nella camera della ragazza;all’ennesima caduta dalle scale,decide,saggiamente,di rinunciare;

3-Una tresca tra un frate esorcista e una giovane e vogliosa ragazza viene interrotta da un tacchino dispettoso e intelligente in maniera sospetta

I racconti di Viterbury 9

4-Una donna,con la complicità della madre,fa l’amore con il suo uomo,salvando le apparenze grazie ai consigli della madre,che inganna anche il marito;

I racconti di Viterbury 8

5-Una giovane moglie,spaventata dai rapporti sessuali prima delle nozze,si trasforma in un’assatanata che finisce per far morire consunto il povero marito;

I racconti di Viterbury 7

6-Una contadina trova un sistema molto pratico per procurarsi manodopera per im suo mulino;d’accordo con il marito,circuisce una serie di giovani che finiscono per lavorare gratis nel far girare le pale del mulino;

7-Cecco si libera con uno stratagemma di un fastidioso amico e di sua sorella che vorrebbe impalmarlo.

Solita sarabanda di battutine più o meno scontate e solita sarabanda di nudi femminili,vero fiore all’occhiello della pellicola.

I racconti di Viterbury 6

 

Un film di Edoardo Re. Con Orchidea De Santis, Rosalba Neri, Toni Ucci, Raika Juri, Clara Colosimo, Christa Linfer, Linda Sini, Rosemarie Lindt, Poldo Bendandi, Christa Linder, Giacomo Rizzo, Carla Mancini, Lorenzo Fineschi, Renzo Rinaldi, Fortunato Cecilia. Genere Erotico, colore 92 minuti. – Produzione Italia 1973.

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I racconti di Viterbury 3

I racconti di Viterbury 2

I racconti di Viterbury 1

Rosalba Neri: Bona
Christa Linder: Fiora
Peter Landers: L’esorcista
Toni Ucci: Nicolo
Orchidea De Santis: Amanda
Mario Frera: Marito di Bona
Clara Colosimo: Madre di Fiora
Fausto Di Bella: Menico da Pistola
Linda Sini: Madonna Brenda
Giacomo Rizzo: Minchiotto
Tommy Polgár: Agnolo
Lorenzo Fineschi: Baccio da Rovigo
Poldo Bendandi: Jacopo de Monteroni
Pietro Ceccarelli: Puccetto Corsini
Dante Cleri: Il medico
Giuseppe Tessitore:
Fortunato Cecilia: Chiappe d’oro
Gianni Ottaviani: Antonio
Enzo Rinaldi: Il vero vescovo
Rosemarie Lindt: Moglie di Nicolo

Regia Mario Caiano
Sceneggiatura Mario Caiano
Casa di produzione Jarama
Fotografia Giovanni Ciarlo
Montaggio Claudio M. Cutry
Musiche Franco Bixio
Costumi Riccardo Domenici
Trucco Carlo Sindici

I racconti di Viterbury locandina 2

Classifica al botteghino,anno 1972

1- Il Padrino di Francis Ford Coppola

con Marlon Brando, Al Pacino, Diane Keaton, John Cazale, Robert Duvall, James Caan, Talia Shire

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2 – Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci

Con Massimo Girotti, Maria Michi, Marlon Brando, Jean-Pierre Léaud,Maria Schneider

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3- Malizia di Salvatore Samperi

con Tina Aumont, Alessandro Momo, Turi Ferro, Laura Antonelli

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4- Più forte,ragazzi di Pino Colizzi

con Bud Spencer, Terence Hill, Cyril Cusack, Ferdinando Murolo, Reinhard Kolldehoff, Carlos Munoz

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5- E poi lo chiamarono il Magnifico di E.B. Clucher

con Harry Carey, Terence Hill, Gregory Walcott, Enzo Fiermonte

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6- Anche gli angeli mangiano fagioli di E.B. Clucher

con Giuliano Gemma, Bud Spencer, Robert Middleton, Bill Vanders

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7- La prima notte di quiete di Valerio Zurlini

con Alain Delon, Giancarlo Giannini, Sonia Petrova, Renato Salvatori,Lea Massari,Alida Valli

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8- L’emigrante di Pasquale Festa Campanile

con Adriano Celentano, Claudia Mori, Lino Toffolo, Sybil Danning, Pepe Calvo

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9- Arancia meccanica di Stanley Kubrick

con Malcolm McDowell, Patrick Magee, Michael Bates, Warren Clarke

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10- Alfredo Alfredo di Pietro Germi

con Dustin Hoffman, Stefania Sandrelli, Carla Gravina, Saro Urzì, Duilio Del Prete

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Altri film oltre la 10a posizione:

11- I racconti di Canterbury di Pier Paolo Pasolini

con Hugh Griffith; Laura Betti; Ninetto Davoli; Franco Citti; Josephine Chaplin; Alan Webb

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12- Joe Valachi di Terence Young

con Charles Bronson, Lino Ventura, Jill Ireland

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13- Lo chiameremo Andrea di Vittorio De Sica

con Nino Manfredi, Mariangela Melato, Anna Maria Aragona, Maria Pia Casilio

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14- Cinque dita di violenza di Cheng Chang

con Lo Lieh, Wang Ping, Tien Feng

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15- Lo scopone scientifico di Luigi Comencini

con Joseph Cotten, Alberto Sordi, Silvana Mangano, Mario Carotenuto, Dalila Di Lazzaro, Bette Davis

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16- Una ragione per vivere ed una per morire di Tonio Valeri

con Telly Savalas e James Coburn

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17- L’uccello migratore di Steno

con Lando Buzzanca, Rossana Podestà, Gianrico Tedeschi

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18- Il richiamo della foresta di Ken Annakin

con George Eastman, Rick Battaglia, Charlton Heston, Michèlle Mercier

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19- Il clan dei Marsigliesi di Josè Giovanni

con Jean-Paul Belmondo, Claudia Cardinale, Michel Constantin, Luciano Lorcas

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20- Ludwig di Luchino Visconti

con Helmut Berger, Romy Schneider, Umberto Orsini, Trevor Howard, Silvana Mangano.

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L’armata Brancaleone

 

Un film nato quasi per gioco,e che viceversa si trasformò in un autentico evento di costume,che rivoluzionò il modo di presentare il medioevo,che non è più popolato di nobili cavalieri e donzelle,di duelli e di certami cavallereschi,ma pieno di gente comune,i perdenti e gli sconfitti,quelli che Monicelli tanto predilegeva mostrare sullo schermo.

“Io sono lo vostro duce…”

Una rivoluzione copernicana,a cominciare dai dialoghi,in un italiano delle origini buffo e irresstibile,infarcito di locuzioni dialettali,con dialoghi alle volte surreali,ma assolutamente innovativi;in mezzo una banda di straccioni,quelli che Pasolini avrebbe definito sottoproletari senza arte ne parte,vero fulcro della vita sociale del medioevo. Il soggetto della coppia magica Age e Scarpelli,la regia di Monicelli e un cast di attori assolutamente straordinario completano il quadro di un’opera che segnò una svolta non solo nel costume,ma anche nella maniera di presentare,da allora in poi,un’epoca che era stata eccesivamente mitizzata o al contrario eccessivamente denigrata.

L’assedio

Brancaleone da Norcia,rampollo di una nobiltà di provincia,ricca di blasone ma povera economicamente,parte per il feudo di Aurocastro per rivendicarne il possesso,secondo quanto affermato da una pergamena che il piccolo manipolo di straccioni gli ha presentato,senza però dire che quella pergamena è stata sottratta ad un nobile aggredito e che al momento del furto sembrava morto.

Vittorio Gassman, Carlo Pisacane e Gian Maria Volontè

Il gruppo,l’armata Brancaleone,scompaginato assieme di varia umanità,gira in lungo e in largo per la penisola,coinvolto in avventure grottesche,al limite e ben oltre il ridicolo;entra in un paese per saccheggiarlo e scopre che è affetto dalla peste,si unisce ad un gruppo diretto in Terrasanta,capeggiato dal monaco Zenone,salvo poi abbandonare anche questo quando il monaco precipita da un ponte.

Sempre più coinvolta in imprese grottesche,l’armata libera una donzella,promessa sposa di un nobile,salvo poi scoprire che la giovane donna non era affatto un giglio,giunge infine in un paesino per conquistarlo,e lo conquistano davvero,perchè gli abitanti,avvertiti dell’arrivo dei saraceni,consegnano le chiavi della città e fuggono.

Fatti prigionieri dai mori,vengono liberati da un misterioso cavaliere,che altri non è che il legittimo signore di Aurocastro,che a sua volta li vorrebbe mettere a morte;ma l’arrivo provvidenziale del monaco Zenone,salvatosi miracolosamente,li salva dalla morte;il nostro gruppo di simpatici e imbranati avventurieri ha ora una nuova meta,partecipare alla liberazione del Santo Sepolcro.

Catherine Spaak

Maria Grazia Buccella

Un film che diverte in maniera irresistibile,per tutta una serie di motivi;le avventure surreali del gruppo,che parla un linguaggio a metà strada tra il latino e il volgare,arricchito di neologismi assolutamente irresitibili si uniscono alla simpatia che suscitano,spontaneamente,proprio perchè sono dei perdenti.

Tutto è messo in burla,anche la morte;che appare una compagna di cammino fastidiosa,ma con la quale si può anche celiare;i paesaggi sono scarni,danno l’impressione reale di un Medioevo in cui la concentrazione degli abitanti è limitata ai piccoli centri urbani,in cui ognuno si fa furbo per sopravvivere,in un’epoca popolata da briganti e malfattori.

Prigionieri e condannati a morte…

Lui,Brancaleone da Norcia,è un loquace e spaccone avventuriero,al quale non manca la nobiltà d’animo;un pò guascone,un pò Don Chisciotte,Brancaleone ha comunque un senso morale e non manca di senso della giustizia.E’ un cialtrone,ma di quelli simpatici,a cui si perdona tutto.E Gasmann dipinge il suo personaggio in maniera perfetta,dando spessore,anima e umanità proprio al condottiero senza macchia e senza paura,almeno all’apparenza.

Tutti bravi gli attori,a loro perfetto agio e sicuramente anche loro divertiti da quella strana sceneggiatura,da quello strano parlare e da quelle mirabolanti avventure su è giù per una penisola abitata da tanti straccioni,furbi,spietati e a volte anche umani. Chissà,forse il Medioevo era davvero questo,un’umanità un pò gaudente,un pò triste,in cui il destino di ognuno era legato a fattori imprevedibili,come la peste,le malattie i briganti e….le armate Brancaleone.

L’armata Brancaleone, un film di Mario Monicelli. Con Vittorio Gassman, Catherine Spaak,Gian Maria Volonté, Enrico Maria Salerno, Maria Grazia Buccella,Barbara Steele, Carlo Pisacane, Folco Lulli, Fulvia Franco, Luis Induni, Pippo Starnazza, Ugo Fangareggi, Gianluigi Crescenzi, Luigi Sangiorgi, Joaquín Díaz, Tito García
Commedia, Ratings: Kids+16, durata 120 min. – Italia, Francia, Spagna 1966.

Vittorio Gassman: Brancaleone da Norcia
Gian Maria Volontè: Teofilatto dei Leonzi
Catherine Spaak: Matelda
Folco Lulli: Pecoro
Maria Grazia Buccella: La vedova
Barbara Steele: Teodora
* Enrico Maria Salerno: Zenone
Carlo Pisacane: Abacuc
Ugo Fangareggi: Mangold
Gianluigi Crescenzi Taccone
Pippo Starnazza: Piccioni
Luigi Sangiorgi: Manuc
Fulvia Franco: Luisa
Tito García: Filuccio
Joaquín Díaz: Guccione
Luis Induni Luigi di Sangi
Carlos Ronda: Enrico di Andrea
Juan C. Carlos: Aldo di Scaraffone
Alfio Caltabiano: Arnolfo Mano-di-ferro
Philippa de la Barre de Nanteuil: Isadora

 

Doppiatori italiani:

Enzo Liberti: Pecoro
Benita Martini: La Vedova
Luisella Visconti: Teodora
Franco Latini: Abacuc
Marcello Turilli: Mangold
Antonio Guidi: Arnolfo Mano-di-ferro

Fotografia: Carlo Di Palma
Montaggio: Ruggero Mastroianni
Effetti speciali: Armando Grilli
Musiche: Carlo Rustichelli
Scenografia: Lorenzo Baraldi


Non mi ha fatto impazzire. Ha cose meravigliose: innanzitutto il lessico delizioso (“fromboliere”, “folgore”, “proietto”…), poi i costumi, le superbe località agresti dell’Italia Centrale e Meridionale, la grande interpretazione di Gassman, la piacevolissima parte di Volontè, ma quello che manca è la tipica vivacità della commedia all’italiana, della quale questo film è ritenuto uno dei vertici. La vicenda è però lenta, non appassionante, fatta di avvenimenti prevedibili, con parentesi di troppo. Forse sono io che non ho capito bene il film.

Interessante “operazione cinematografica” diretta, come il sequel, da Mario Monicelli che combinò gli umori della commedia all’italiana di stampo classico (ovvero rassegna di caratteri per realizzare una riflessione sulla società) con i toni della farsa e del film in costume. Il risultato è un film molto divertente (ma che offre parecchi spunti di riflessione grazie all’arguta sceneggiatura) anche grazie all’introduzione di un simpatico linguaggio misto tra latino ed italiano arcaio/volgare. Grande Gassman,particolarmente istrionico.

Cavaliere di mezza tacca guida un gruppo di sfigati tra paesi, duelli e battaglie. Monicelli (con Age e Scarpelli) è un Cervantes grottesco che crea un Medioevo trucido e cialtrone caratterizzato da un italiano maccheronico e burino: ne viene fuori uno squinternato e spassoso romanzo cavalleresco, che ha in Gassman un eccellente interprete e nei paesaggi dell’Italia centrale il sapore di una storia che si può irridere, ma anche usare come metafora grottesca della nostra realtà fatta di fanfaroni e litigi sotto l’ala incombente della morte.

Spesso considerato (a torto) una delle tante e semplici commediole italiane dell’epoca, è in realtà un film ben più complesso, ricco di riferimenti (alti) cinematografici, musicali e letterari. Notevolissime le invenzioni linguistiche, così come pure la fotografia di Carlo De Palma, i personaggi (alcuni dei quali irresistibili), le interpretazioni degli attori, i titoli di testa e di coda, i costumi, le musiche e chi più ne ha più ne metta. Un capolavoro ricco di idee, inventiva e fantasia. Da vedere e rivedere ed assolutamente da non perdere.

Insignissima opera de lo bravo Monicelli e de li sceneggiatori sua, qui ponet a loro agium magna actora quali lo Gassman e lo Volontè (graditam sorpresa in rolo non solito) et una serie bravorum caratteristi (intra quali lo Pisacane fora rolo est). La pelicula denunziat nu poco de ripetitivitas temorum et lentezzam di fondum sed le multa felix trovatam, lo cantum e lo idioma latino vulgaris mirabili sunt. Tanto che puro lo criticum contagiatus est.

Fantasia coloratissima, sgargiante e tanto, tanto divertente imitatissimo sino al pessimo Attila  con Abatantuono. Questo neologismo costante, questo carnevale goduto e godurioso è ricco di trovate (la corte bizantina, il paese degli appestati, la doppia esecuzione, la consegna della “vergine”), vero e proprio compendio in chiave comica di storia della seconda liceo. Monicelli memore dei Soliti Ignoti  (quasi un remake questo film, a tratti) inventa una compagnia di pezzenti guidati da un Gassmann in excelsis, pezzente e valoroso, sfigato e idealista.

Penso che questo sia il genere di film che Monicelli preferiva dirigere, visti anche i simil-autoplagi futuri. Un manipolo di sfigati fieramente capeggiato da Brancaleone scorrazza per lo Stivale combinando divertenti disatri a ripetizione. Belli i costumi e la ricostruzione medievale. Domina su tutti un Gassman teatrale fin sopra i capelli, che sfoggia imperiosamente un linguaggio aulico che è musica per le orecchie. Volontè invece si accontenta del ruolo di spalla occasionale. La colonna sonora ormai precede la fama dell’opera stessa.

 

“Cedete lo passo tu!”

“Transitate lo cavalcone in fila longobarda”

“No, no.. ite anco voi sanza meta, ma de un’altra parte…”.

“Sarai mondo se monderai lo mondo!”

“Aquilante della malasorte!”

“Lo patre mio, barone di Norcia, morette quando io era in età di anni 9. Mia madre riandette a nozze con uno malvagio, lo quale avido dei beni miei mi consegnò ad uno sgherro, omo di facile pugnale, acché mi uccidesse. Ma non lo facette: preso di rimorsi mi abbandonò in uno bosco, ov’io sopravvissi, solo, e crebbi libero e forte come una lonza. Arrivato all’età degli anni 20 mi appresentai allo castello per reclamare il mio, ma infrattanto matre et patrigno si erano morti dopo aversi scialaquato cose ed ogni bene. Tanto che quando io dissi: “Brancaleone sono, unico legittimo erede di ogni cosa che avvi”, lo capitan de’ birri gridò: “Bene, e tu pagherai li debiti! Afferratelo!!”. Al che io brandii l’arma, ferii due guardie e fuggii… da allora vado errando e pugnando…”

“All’erta, miei prodi! Vi siete finora coperti di merda! Copritevi oggi di gloria! “

“Facemo 1.000 petecchioni, e contenti li sapienti e li minchioni! “

“Oh, gioveni! Quando vi dico sequitemi miei pugnaci, dovete sequire et pugnare! Poche conte! Se no qui stemo a prenderci per le natiche.”


C’era una volta in America

Se con C’era una volta il West Sergio Leone era andato alle radici della storia americana,cercando,con un’ambiziosa operazione,di mostrare una faccia del Far West,quello della prima colonizzazione,delle ferrovie,della nascita di un capitalismo senza scrupoli,con C’era una volta in America,opera ancora più ambiziosa,cerca di mostrare l’altra faccia di un paese tutto sommato giovane,senza una storia antica,popolato da mille etnie differenti.

Jennifer Connelly è Deborah

Ognuna delle quali con grossi problemi di identificazione in un paese dallo sviluppo selvaggio e incontrollato,in cui potevi diventare ricco in un giorno,oppure marcire ai bordi della stessa civiltà che ti offriva tutte le opportunità;attraverso le storie di figli di immigrati,come Noodles,come Maximilian Berkowitz o gli altri protagonisti,fra i quali ancora un rappresentante di un’etnia,quella ebraica,rappresentata da Fat Moe e da sua sorella Deborah.

Il film concepito come un’opera di grande respiro,che racconta la vita di un gruppo di casuali amici,per poi finire per diventare un’epopea tragica,punta il dito sulle contraddizioni del capitalismo stesso,mostrando come l’arricchimento,la ricerca del potere,abbiano finito per diventare la molla principale delle azioni di molti,in assoluta linea con le ambizioni della giovane nazione.

Olga Karlatos

I destini incrociati di Noodles,di Max,di Patsy,di Cockeye,di Fat Moe,di Deborah,si allacciano l’uno all’altro,mostrando spaccati di vita dei quartieri americani,il loro selvaggio sviluppo,la mancanza spesso di una morale unica,che devia verso il crimine,alla ricerca disperata del possesso,dei soldi. L’ America è anche questo,lo sviluppo selvaggio e sfrenato dell’mdividualità.

Così le storie si intrecciano,con l’amicizia tra Max e Noodles,nella quale vengono coinvolti anche Patsy e Cockeye,mentre Fat,il bravo ragazzo,l’amico fidato resterà ai margini,unica figura davvero pulita dell’intera storia;li vediamo crescere come ragazzi e come entità unica,come banda,che inizia con il contrabbando d’alcool per poi finire,dietro suggerimento dell’infido Max,ad una rapina che dovrebbe sistemarli una volta per tutte.

Assistiamo così alle vicende del gruppo,fino alla morte del piccolo Dominic,che segna una svolta nella vita di tutti;Noodles uccide un poliziotto per vendicare l’amico,e finisce in carcere,dal quale esce per scoprire che i suoi amici hanno messo su un’efficace rete di contrabbando di alcolici,in pieno proibizionismo;una pacchia che ha permesso il loro arricchimento,ma che sta per finire.

La proposta di Max,di fare il colpo della vita,ai danni della Federal Reserve è il colpo che Noodles non accetta;è lui il primo a tradire,per affetto,certo,ma sempre di tradimento si tratta;e quando arriva sulla scena del drammatico rinvenimento dei corpi dei tre amici,Noodles si rende conto di aver involontariamente contribuito ad ammazzare i suoi amici.La sua fuga,che è una fuga dalle responsabilità,durerà trentacinque anni,il tempo necessario per riflettere su chi ha rubato la borsa che conteneva tutti i risparmi della banda,ma sopratutto per riflettere sulla strana lettera che un giorno gli verrà recapitata,che annuncia il trasferimento dei corpi dei suoi amici dal vecchio cimitero ad un altro.

C'era una volta in America foto 8

E’ il momento della verità,per Noodles;troverà i suoi amici trasferiti in una cappella lussuosa e inizierà ad interrogarsi,fino al momento della soluzione finale,che è un’autentica sorpresa,il colpo di genio di Leone.

C’era una volta in America ha due possibili interpretazioni,dal punto di vista della trama,slegate dalla sua ambientazione,che ho già descritto;Noodles,all’inizio del film,è in una fumeria d’oppio,fuma beatamente;c’è un telefono che trilla ossessivamente,quasi un sogno onirico.Rappresenta un Noodles che ricorda il suo passato e immagina il suo futuro,sotto i fumi dell’oppio?

Oppure è davvero la fuga da una realtà che non riesce ad accettare?

Larry Repp è Fat Moe

E’ un sogno,quello del tradimento di Max che mostra tutta la sua frustrazione per la personalità schiacciante dell’amico oppure tutto è accaduto realmente?

E la relazione di Deborah con l’amico cosa vuol rappresentare,una paura o una realtà?

Il finale del film,con Noodles che dice “Max è morto tanti anni fa”sembrerebbe far propendere per una storia reale,testimoniata anche dallo scorrere degli eventi in flashback,la musica dei Beatles e il Vietnam.Eppure quel sorriso di Noodles nella fumeria d’oppio sembrerebbe far propendere per un’allucinazione,quella che porterebbe lo stesso giovane a immaginare un futuro in cui l’ingombrante Max diventa una vittima designata delle sue frustrazioni.

Due chiavi di lettura,differenti,che lo stesso Leone non chiarì mai del tutto.I continui flashback,l’inizio e la fine del film,possono significare tutto e il contrario di tutto;sogno,realtà,sono mescolati come in una scatola cinese,non si può capire cosa è reale e cosa no;è reale il tempo che scorre,la fine dei vari capitoli storici,la crescita vorticosa della società americana,testimoniata dalla colonna sonora di Morricone e intervallata dalle musiche di Amapola;c’è tutto questo nel film,e molto di più.

C’è il sogno americano,la sua storia così lineare e al tempo stesso complessa,ci sono storie di piccoli gangster e storie di donne di malaffare,c’è tutto il sogno americano,visto con occhio affettuoso,cinico,divertito.

Un grande film,in pratica;l’essenza stessa del cinema,quello che ti commuove e ti indigna,ti diverte e ti fa pensare.Grandissimi attori,fra cui le segnalazioni d’obbligo sono per Robert De Niro e per James Woods.Infine inutile nascondere che la colonna sonora ha giocato un ruolo fondamentale,grazie alla solita stupenda esecuzione dell’orchestra di Ennio Morricone.

Robert De Niro     …     David ‘Noodles’ Aaronson
James Woods    …     Maximilian ‘Max’ Bercovicz
Elizabeth McGovern    …     Deborah Gelly
Joe Pesci    …     Frankie Manoldi
Burt Young    …     Joe
Tuesday Weld    …     Carol
Treat Williams    …     James Conway O’Donnell
Danny Aiello    …     Polizotto
Richard Bright    …     Chicken Joe
James Hayden    …     Patrick ‘Patsy’ Goldberg
William Forsythe    …     Philip ‘Cockeye’ Stein
Darlanne Fluegel    …     Eve
Larry Rapp    …     ’Fat’ Moe Gelly
Richard Foronjy    …      ‘Fartface’ Whitey
Robert Harper    …     Sharkey
Dutch Miller    …     Van Linden
Gerard Murphy    …     Crowning
Amy Ryder    …     Peggy
Olga Karlatos    …     Donna nel teatro
Mario Brega    …     Mandy
Ray Dittrich    …     Trigger
Frank Gio    …     Beefy
Karen Shallo    …     Lucy Aiello
Scott Schutzman Tiler    Il giovane Noodles
Rusty Jacobs    …     Il giovane Max
Brian Bloom    …     Il giovane Patsy
Adrian Curran    …     Il giovane Cockeye
Mike Monetti    …     Il giovane Fat Moe
Noah Moazezi    …     Dominic


Robert De Niro è Noodles

James Woods   è  Maximilian ‘Max’ Bercovicz

William Forsythe  è Philip ‘Cockeye’ Stein

James Hayden è Patrick ‘Patsy’ Goldberg

Elizabeth McGovern è Deborah Gelly da adulta

Jennifer Connelly è Deborah Gelly ragazza


Regia: Sergio Leone
Writing credits:     Leonardo Benvenuti
Piero De Bernardi
Enrico Medioli
Franco Arcalli
Franco Ferrini
Sergio Leone
Prodotto da: Claudio Mancini,Arnon Milchan
Musiche: Ennio Morricone
Fotografia: Tonino Delli Colli
Film editing: Nino Baragli
Casting: Cis Corman,Joy Todd
Costumi: Gabriella Pescucci

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Il dio serpente

Il dio serpente,diretto da Piero Vivarelli nel 1970 si ricorda ancor oggi per due motivi;il primo è rappresentato dalla superba colonna sonora,quella Djamballà che furoreggiò per un’intera estate nei juke box della penisola,nell’esecuzione di Augusto Martelli. E per la prima apparizione di una giovane e procace attrice,che non avrebbe avuto una gran carriera,se non limitata a b-movie con titoli ammiccanti,del tipo la Dottoressa ci sta con il colonnello e via dicendo.

Bernard e Paola

Il suo nome è Nadia Cassini,e nel film interpreta la giovane moglie di Bernhardt,un abitante dei Caraibi che la chiama a se per viverle accanto.

Il film è abbastanza macchinoso,anche se non privo di un certo fascino,legato ad una storia che mescola il thriller con il fascino dell’esotico,e qualche ardita nudità (per i tempi),in cui rivaleggianole due protagoniste,la già citata Cassini e Beryl Cunningham.

Beryl Cunningham è Stella

La trama è molto semplice:Paola (Nadia Cassini),raggiunge il marito ai Caraibi. Qui conosce Stella,una giovane e misteriosa indigena,che la inizia a strani riti ancestrali;il rito culmina nell’invocazione a Djamballa,il dio serpente,che si materializza nei panni di un robusto e affascinante nativo.La donna ne diventerà succube a tal punto che quando il marito perirà in un incidente,lei,indifferente,resterà sull’isola,unendosi al dio serpente.

Un film molto confuso,in cui predomina l’atmosfera magica dei Caraibi,tra riti voudu orgiastici,testimoniati dai contorcimenti delle due donne durante l’invocazione a Djamballa.Ma aldilà delle bellezze naturali dei posti,davvero notevoli,e alle due protagoniste,del film non resta molta traccia.

Il dio serpente, un film di Piero Vivarelli. Con Nadia Cassini, Beryl Cunningham, Sergio Tramonti, Evaristo Marquez
Erotico, durata 94 min. – Italia 1970.

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