Salò,le 120 giornate di Sodoma e Gomorra

Aprile 6, 2008

Conclusa la trilogia della vita,composta dal “Decameron”, dai “Racconti di Canterbury”e dal “Fiore delle mille e una notte”, Pier Paolo Pasolini mette mani al suo progetto più ambizioso, una rivisitazione delle 120 giornate di Sodoma e Gomorra del divin marchese De Sade, intitolandolo Salò,e usando come sottotitolo proprio il nome del libro di De Sade.
Con De Sade, Pasolini condivide l’anticonformismo e la capacità di andare oltre schemi e convenzioni sociali.
Non è un’iconoclasta come il marchese, non ha la sua carica ferocemente anticlericale e distruttiva, ma è, come lui, un diverso, uno che urla fuori dal branco.

La vita di De Sade, i suoi trent’anni passati in varie epoche in prigione,le sue opere dannate fino dalla loro uscita, la triste conclusione stessa della vita del marchese,condannato a passare gli ultimi tredici anni del esistenza in un manicomio,perfettamente lucido,affascinano Pasolini, così come affascinano i suoi romanzi in cui, al sesso sfrenato e alle sue deviazioni, si mescolano atti d’accusa verso il potere.
Un potere nichilista ed assoluto,capace di coartare l’uomo fino nell’intimo, annullandone la volontà.

Ed in fondo è quello che Pasolini vuole: una denuncia del potere, di tutto il potere, che sia politico o religioso.
Siamo nel cuore degli anni di piombo,in quel 1974 che sancisce la vittoria del fronte laico sul referendum per il divorzio,prima vera grande vittoria nel campo delle conquiste sociali e della libertà individuale.
L’Italia scopre la passione per la politica, ma vive di grandi contraddizioni: nonostante una crisi economica devastante, si cerca il superfluo, il consumo.

E Pasolini, in un celebre articolo, un po’ come aveva fatto dopo gli episodi di Villa Giulia, và controcorrente:” L’ansia del consumo è un’ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli inconsciamente ha ricevuto, e a cui deve obbedire, a patto di sentirsi ‘diverso’. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L’uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una falsa uguaglianza ricevuta in regalo.”

L’ondata di critiche che seguono lo trovano ancora una volta in una posizione minoritaria.
Ma per lui non è una novità.

In questo humus culturale e sociale si sviluppa il progetto su un film che sia un pugno nello stomaco, diretto e senza mediazioni.
Un attacco al potere con l’uso dello choc visivo.
Il cinema,che non è ancora precipitato nella grande crisi del decennio settanta,rimane lo strumento migliore per quelle che sono le sue intenzioni: scandalizzare, provocare.
Pasolini decide di riprendere l’opera di De Sade,e, ispirandosi a Dante, struttura il film in gironi, ripresi dalle bolge dantesche.
Da De Sade riprende il numero quattro: quattro signori, rappresentanti dei quattro poteri (nobiliare,ecclesiastico,economico e giudiziario), coadiuvati da quattro puttane, rastrellano nel circondario di Salò un gruppo di ragazzi e ragazze, che, nel corso di 120 terribili giorni, saranno sottoposti al potere assoluto, privati di ogni più elementare diritto.
Ogni giornata è divisa nella struttura dantesca :antinferno e tre gironi.

Le quattro puttane hanno il compito di raccontare ai signori le loro perversioni sessuali, per rallegrarli e contemporaneamente educare i giovani all’obbedienza assoluta.
La rappresentazione inizia con l’antinferno,nel quale vengono mostrati i codici di comportamento dei signori, il loro patto di sangue stipulato tramite il matrimonio fra ognuno di essi e la figlia dell’altro; si prosegue con la suddivisione dei compiti fra i giovani catturati con un rastrellamento nei dintorni.
Vittime, soldati, collaborazionisti e servitù.
Sembra uno schema sociale,molto crudo ed assoluto.

Nel primo girone, quello delle manie, i giovani vengono sottoposti ad umiliazioni e sevizie: nudi ed inermi, sono costretti a mangiare dalle ciotole degli animali, mentre i loro aguzzini sfogano,con brutalità, il loro senso di potenza e di forza.
Il girone della merda è quello che, metaforicamente, rappresenta la degradazione più estrema dell’essere umano, in balia di quel potere oscuro ed assoluto di cui parlavo prima.
Le vittime sono costrette a cibarsi sia dei loro escrementi che di quelle dei compagni o dei loro padroni, che , nel frattempo, discutono in maniera colta citando Beaudelaire o Proust o Nietsche.

Il girone del sangue porta alle estreme conseguenze il desiderio di possesso dei quattro: ormai in totale balia dei loro aguzzini,i giovani vengono torturati e uccisi tra le peggiori nefandezze possibili.
Il potere non ha mediazioni:è globale ,intrigante, totalizzante.
E dispone della vita come della morte,è un dio crudele e impietoso, che fagocita tutto, senza alcuna pietà o sentimento umano.
Tra le efferatezze, che giungono alla fine della rappresentazione visiva,con tutti i ragazzi morti e mutilati, si compie il percorso.
I potenti si preparano a fuggire,perché il potere non muore, ma si nasconde, cambia pelle.
Restano solo due annoiati sorveglianti,che ballano un valzer mentre il film volge al termine:la vita continua.
Schematicamente il film è questo.
Pasolini avrebbe dovuto completare la sceneggiatura e metterci, probabilmente, le mani.

Ma la sua morte tragica e improvvisa, avvenuta durante il montaggio, ha impedito di capire quali parti intendeva modificare.Pasolini comunque ottiene ciò che in fondo si era prefisso.La sua rappresentazione del potere brutale e violento, perverso, non lascia indifferente lo spettatore.
Già la scarna scenografia,i dialoghi raffinati e l’ambientazione dura e cruda, con l’odissea dei ragazzi costretti a precorrere la scala verso l’inferno verso il basso,in un degradante e continuo alternarsi di brutali nefandezze e perversioni sessuali costringono chi guarda il film a continui sforzi per assimilare quello che avviene sullo schermo.
I quattro potenti,alla fine, ottengono ciò che in fondo hanno costruito: la totale distruzione dell’io dei loro schiavi, e il fatto che essi sfuggano a qualsiasi punizione la dice lunga sulle intenzioni del regista.

Se si guarda alla sceneggiatura con acriticità,e si leggono i vari passi, si nota immediatamente quello che in fondo è il discorso del regista, summa di tutte le sue opere precedenti.
Solo che questa volta non c’è più la gioiosa sessualità dei film precedenti a salvare il comune mortale.
Il sesso,l’unica cosa rimasta al povero, al servo, diventa l’arma con cui annichilirlo.
Attraverso la sodomia, gesto che per lo scrittore è “il più assoluto per quanto contiene di mortale per la specie umana, il più ambiguo, per questo accetta, allo scopo di trasgredirle, le norme sociali, è infine il più scandaloso, perché pur essendo il simulacro dell’atto generativo, ne è la totale derisione” l’uomo è degradato.

Il potere diviene un paradosso:” “Ma scusi, noi, non siamo forse la dimostrazione vivente di che è realmente il Potere? L’unica vera, grande, assoluta Anarchia, è quella del potere. Infatti noi, qualsiasi cosa ci venga in mente, la più folle ed inaudita, la più priva di senso, possiamo scriverla in questo quadernetto, ed essa diviene immediatamente legale; se poi saltasse in mente di cancellarla, essa diverrebbe immediatamente illegale. Le leggi del Potere, non fanno altro che sancire questo potere anarchico,… e ciò vale per qualsiasi potere”.
C’è spazio anche per il suo ateismo e per Dio;” “Si tranquillizzi, Eccellenza, è vero che noi tendiamo a identificarci fatalmente in modo parossistico e un poco fasullo col presunto rappresentante dell’ordine, cioè con Dio, e ciò è seccante, ma dopo aver meditato a lungo sono giunto ad una conclusione liberatrice: basta sostituire la parola DIO con la parola POTERE, così tutto rientra perfettamente nel programma che ci siamo prefissi”.
Nulla sembra salvarsi,e Pasolini,in un crescendo wagneriano,sembra chiudere la porta alla speranza.
Salò è un film scomodo, terribile, ma con un suo fascino sinistro.

La terribile morte che colse lo scrittore proprio durante la parte più importante per un film, il montaggio, impedì di valutare appieno il progetto nella sua globalità.
Certo è che se Pasolini avesse messo mani ad altri progetti, difficilmente avrebbe potuto superare lo scandalo e le polemiche che suscitò il film alla sua uscita.
Dall’accusa di copromania a quella di degenerato passando attraverso tutti gli insulti possibili e immaginabili, il suo nome venne letteralmente fatto a pezzi.
Il film venne processato più volte per oscenità, e a risponderne davanti ai giudici fù colui che aveva creduto nel progetto, il produttore Grimaldi.
Giudicare Pasolini attraverso questa sua ultima opera è un errore fatale.
Salò rappresenta un passaggio,uno dei tanti avvenuti nel corso della sua tormentata vita.
Non di certo il più importante,anzi.

Paradossalmente è il Pasolini meno fedele a se stesso,anche se è il più duro.
Ma la necessità di far discutere, di provocare per scuotere le coscienze, un atteggiamento che il poeta ebbe sempre nei confronti del suo pubblico e dei suoi critici lo portarono a questo film, che un risultato lo ttenne:scandalizzare.
E tutto sommato quello che Pier Paolo Pasolini fece per tutta la vita

Giudizio:ValutazioneValutazioneValutazioneValutazione

Salò,o le 120 giornate di Sodomia e Gomorra
Scheda tecnica

Scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini
Collaborazione alla sceneggiatura Sergio Citti e Pupi Avati
Fotografia Tonino Delli Colli;
scenografia Dante Ferretti; costumi Danilo Donati;
consulente musicale Ennio Morricone; montaggio Nino Baragli, Tatiana Casini Morigi; musiche a cura di Pier Paolo Pasolini;
aiuto alla regia Umberto Angelucci; assistente alla regia Fiorella Infascelli.
Interpreti e personaggi Paolo Bonacelli (Il Duca Blangis); Uberto Paolo Quintavalle (il Presidente della Corte d’Appello); Giorgio Cataldi (il Vescovo, doppiato da Giorgio Caproni); Aldo Valletti (l Presidente Durcet, doppiato da Marco Bellocchio); Caterina Boratto (signora Castelli); Hélène Surgère (signora Vaccari, doppiata da Laura Betti); Elsa de’ Giorgi (signora Maggi); Sonia Saviange (virtuosa dì pianoforte). E inoltre: Sergio Fascetti, Antonio Orlando, Claudio Cicchetti, Franco Merli, Bruno Musso, Umberto Chessari, Lamberto Book, Gaspare di Jenno, Giuliana Melis, Faridah Malik, Graziella Aniceto, Renata Moar, Dorit Henke, Antinisca Nemour, Benedetta Gaetani, Olga Andreis, Tatiana Mogilanskij, Susanna Radaelli, Giuliana Orlandi, Liana Acquaviva, Rinaldo Missaglia, Giuseppe Patruno, Guido Galletti, Efisio Erzi, Claudio Troccoli, Fabrizio Menichini, Maurizio Valaguzza, Ezio Manni, Anna Maria Dossena, Anna Recchimuzzi, Paola Pieracci, Carla Terlizzi, Ines Pellegrini.
Produzione PEA (Roma) / Les Productions Artistes Associés (Parigi);
produttore Alberto Grimaldi; pellicola Kodak Eastmancolor; formato 35 mm, colore; macchina da ripresa Arriflex; sviluppo e stampa Technicolor; sincronizzazione International Recording, Roma; missaggio Fausto Ancillai; distribuzione United Artists Europa.

Pier Paolo Pasolini sul set