Le farò da padre

Luglio 6, 2009

Controverso,dibattuto, contestato. Le farò da padre, di Alberto Lattuada, ha il merito di aver prodotto una sequela di plemiche e straschichi critici quasi senza precedenti, in virtù di una trama di per se già scabrosa, su un tema difficile, l’ amore tra una persona “normale” ed una affetta da grave handicap. Un tema inusuale, poco affrontato negli anni settanta, piuttosto pudichi se non ipocriti verso situazioni che uscissero da una perbenista moralità. Lattuada invece affronta il problema alla radice, attraverso immagini anche forti, ma mai morbose, tranne forse in un paio di situazioni che si sarebbero potute evitare. Ma veniamo alla trama.

Gigi Proietti, l’avvocato Saverio Mazzacolli a cena con Mario Scaccia, Don Amilcare da Layola

Saverio Mazzacolli, avvocato senza scrupoli, rampante, ha messo gli occhi su un’affare miliardario: l’urbanizzazione di un tratto di costa salentina, da destinare a paradiso per le vacanze dei ricchi. Per fare ciò, ha bisogno però di lottizzare i terreni adocchiati, che appartengono alla contessa Raimonda Spina, ricca, ricchissima vedova di un uomo d’affari. Aiutato da un nobile spiantato, ricco solo di blasone, Don Amilcare da Layola, l’avvocato senza scrupoli aggancia la nobildonna e la seduce.

Therese Anne Savoy, la portatrice d’handicap Clotilde

Irene Papas, la Contessa Raimonda Spina

Il suo intento è quello di realizzare, con la donna, l’affare agognato. Ma la contessa, scaltra, rifiuta l’offerta, così come rifiuta di sposare l’avvocato. Saverio però non demorde, e decide di colpire la contessa nell’unico punto vulnerabile, sua figlia Clotilde. La ragazza, pur avendo anagraficamente 16 anni, ha un forte handicap psicologico, che le impedisce di parlare; cosa più grave, vive e si comporta come una bimba di 5 anni. Ma ha le pulsioni della sua età, il corpo, gli ormoni, spingono la ragazza, che è priva ovviamente della concezione del peccato, ad un comportamento istintivo e primordiale, in cui anche l’erotismo è un gioco.

La relazione tra Saverio e Raimonda non porta alcun risultato

E’ la vecchia governante di casa a frenarne gli impeti, masturbandola, cosa che effettivamente procura nello spettatore un senso di fastidio. Saverio chiede così in moglie Clotilde alla madre, ma la contessa rifiuta di dare alla ragazza qualsiasi sostanza. A questo punto Saverio, con la complicità di Don Amilcare da Layola, simula il rapimento della ragazza, con l’aiuto anche di un geometra viscido come una serpe e della cameriera di Don Amilcare.

Clotilde spiata da Saverio e Don Amilcare

Durante la cattività della ragazza, però, qualcosa cambia in Saverio: l’istintività quasi animale della ragazza, quel suo offrirsi senza pudori o false remore, quella corrente di simpatia che si instaura tra Saverio e Clotilde finiscono per compiere il miracolo. Saverio si innamora della ragazza, ovviamente ricambiato dalla genuina, spontanea creatura senza malizia che è Clotilde. A questo punto Saverio dovrà scegliere: perseguire i suoi fini o seguire l’istino, abbandonandosi a quella storia d’amore assolutamente anticonvenzionale. Sceglierà con il cuore.

La sessulaità istintiva di Clotilde esplode durante il rapimento

Ci sono più modi per approcciarsi al film di Lattuada: con occhio critico, quindi valutando negativamente il personaggio di Saverio, come in fondo sarebbe giusto che fosse, oppure ponendo l’accento sulla figura di Clotilde, la sua sessualità animalesca, primitiva, vista nell’eccezione negativa, sia come donna che come portatrice d’handicap.

Grande performance di Therese Ann Savoy nei panni di Clotilde

Sarebbe tuttavia un grosso errore: Lattuada privilegia l’ambiente, la storia d’amore impossibile che si delinea tra Saverio e Clotilde, vista anche come un guanto di sfida alla bigotteria, al senso morale e di pudicizia che affiora nella vita della tranquilla e bolsa borghesia salentina. Il Salento è solo un’immagine figurata, a quel punto, perchè diventa il simbolo di tutta una classe sociale troppo incline all’ essere baciapile e ipocrita.

Saverio sedotto dalla sensualità istintiva, senza tabù di Clotilde

Le scene di sesso sono davvero limitate, mentre i nudi di Clotilde trovano giustificazione nello svolgimento del film, nel tentativo di far affiorare un sentimento che nasce proprio da pulsioni primitive, e che si trasforma poi in qualcosa di più profondo, rendendo simpatico anche la canaglia Saverio. Gli attori sono tutti al massimo livello:

- bravo Gigi Proietti a esaltare le doti negative, ma anche poistive alla fine dell’avvocato rampante:

-bravissima Therese Ann Savoy, impeccabile nel ruolo di Clotilde, con quella sua faccia da adolescente dal corpo peccaminoso eppur in questo caso non morboso;

-bravo Mario Scaccia, nel ruolo di Don Amilcare, un nobile spiantato, ancora perso dietro sogni e rimpianti di una nobiltà ormai decaduta, defunta.

-ottima Irene Papas, la contessa Raimonda Spina, che in fondo ama con tutto il cuore quella sua sfortunata figliola. Sfortunata fino ad un certo punto, perhè essa è un giullare di Dio, la creatura perfetta, senza peccato e senza malizia.

Una richiesta d’amore muta e disperata

Infine bravo anche Cirino, il viscido geometra, e Lina Polito, Concettina, domestica forse sciocca, ma di quella stoltezza che rende poi grandi. Un film molto bello, per certi versi assolutamente imperdibile.

Le farò da padre, un film di Alberto Lattuada. Con Irene Papas, Mario Scaccia, Isa Miranda, Luigi Proietti.
Therese Ann Savoy, Lina Polito, Bruno Cirino, Clelia Matania, Alberto Lattuada, Mario Cecchi
, Giancarlo Badessi, Daniela Caroli
Commedia, durata 115 min. – Italia 1974.

Luigi Proietti (Saverio Mazzacolli)
Irene Papas (Raimonda Spina Tommaselli)
Therese Ann Savoy (Clotilde)
Mario Scaccia (don Amilcare de Loyola)
Bruno Cirino (Peppe Colizzi)
Lina Polito (Concettina)
Isa Miranda (zia Elisa)
Clelia Matania (zia Lorè)
Pia Attanasio (nonna Anastasia)
Nona Da Padova (la balia Anna)
Gabriella Cammelli Severi (la cameriera)
Daniela Caroli (Carmela)
Gian Carlo Badessi (don Liguori)


Il corpo

Luglio 4, 2009

Antoine, Madeleine, Princesse e Alain. Quattro storie di perdenti, di persone in fondo negative, nelle loro debolezze e nei loro difetti. Quattro destini segnati, che alla fine riceveranno paghe diverse.

Antoine, un uomo di mezza età, viene aggredito da due persone; in suo aiuto arriva lo sconosciuto Alain, che li mette in fuga. Riconoscente, Antoine offre un lavoro al giovane dopo aver appreso che in pratica è senza soldi e senza una meta.

L’aggressione ad Antoine

Lo porta con se sull’isola dove vive in compagnia di una stupenda ragazza di colore, Princesse. Antoine, che è diviso dall’ex moglie Madeleine, che gestisce un locale di infimo ordine, è un uomo alcolizzato e violento. Princesse spesso è vittima della sua violenza; così, dopo aver all’inizio contrastato la venuta di Alain, finisce per individuare nel giovane l’unica persona che può portarla via dalla sua vita fatta di soprusi e violenza.

Enrico Maria Salerno, Antoine Leonard Mann, Alain

Così si concede al giovane Alain, e con lui inzia a pensare sia ad un futuro lontano da Antoine, sia alla maniera per sbarazzarsi dell’uomo. Ma Antoine, che non ha smesso di frequentare l’ex moglie, affida ad una lettera i suoi timori su un complotto dei due giovani amanti, che affida a Madeleine. Così, un giorno, i due amanti riescono a sbarazzarsi, in maniera casuale, di Antoine, che viene lasciato affogare al largo dell’isola;

La bellissima Zeudi Araya è Princesse

Madeleine, che è a conoscenza del piano, ricatta il giovane Alain. I due amanti decidono la fuga, e grazie a 2000 dollari trovati tra le cose di Antoine, si dirigono all’aeroporto. Qui una semplice dimenticanza di alain trasforma tutto in una tragedia: Alain intravede tra la folla Madeleine, e sentendosi chiamare da un poliziotto, che in realtà vuole semplicemente comunicargli qualcosa, pensa di essere stato scoperto e fugge sulla pista di volo, dove viene travolto da un auto. Sconvolta, Princesse va a raggiungerlo, e finisce nello stesso modo. I corpi dei due giovani amanti giacciono così distesi su freddo asfalto dell’aeroporto, uno accanto all’altro.

Il corpo, diretto da Luigi Scattini nel 1974, chiude la trilogia ideale iniziata con La ragazza fuoristrada e proseguita con La ragazza dalla pelle di luna, che vede nei panni delle tre protagoniste la splendida Zeudi Araya. Ancora una volta la location è esotica; Scattini sceglie l’isola di Trinidad: la trama è intrigante, potremmo definirla come “amore e morte nel giardino degli dei”, vista la bellezza dei paesaggi che fanno da contorno ad una trama, al contrario, virata decisamente al noir. Un film in icui i personaggi sembrano mossi da un destino tragico sin dalle prime battute, con quel loro essere tutti degli sconfitti.

E’ uno sconfitto Antoine, alcolizzato e violento, è una sconfitta Madeleine, che vive un’esistenza miserabile dividendosi tra una bettola e uomini che transitano nel suo letto. E’ uno sconfitto Alain, senza meta e senza passato, così come è una sconfitta Princesse, che pure è bellissima  e sensuale. Ma che userà la sua sensualità in maniera sbagliata, finendo per catalizzare tutte le pulsioni negative dei vari personaggi attorno a lei, che diventerà il fulcro del dramma. Un dramma che si intuisce sarà lo sbocco naturale delle loro esistenze, sin da quando i due giovani amanti non progetteranno, infatti, di sbarazzarsi del tero incomodo, finendo, inconsapevolmente, per favorire i piani di madeleine, che sarà l’unica a guadagnarci qualcosa, alla fne. Nessun personaggio positivo, quindi, ma uno spaccato di umanità torvo, dolente.

Due bellezze agli antipodi: Zeudi Araya…..

…e Carroll Baker

La scelta degli attori si rivela, per Scattini, fondamentale: bravissimo è infatti Enrico Maria Salerno, attore duttile, capace di dare profondità al suo personaggio. Brava anche Carroll Baker, nel ruolo della perfida Madeleine, un’attrice che in Italia, per merito dei nostri registi, ebbe infine il ruolo che meritava.. E brava, naturalmente, la bellissima Zeudi Araya, molto più spigliata rispetto agli esordi, oltre che spettacolosa fisicamente. Viceversa un tantino incolore la prova di Leonard Mann, alle volte in imbarazzo.

Due parole sulla location. Trinidad appare in una luce diversa, rispetto per esempio allo scenario lussureggiante delle Seychelles di La ragazza dalla pelle di luna. Come suggerisce il regista  nel suo blog (www.luigiscattini.wordpress.com), a Trinidad l’atmosfera è ben diversa. E non solo quella del film, immersa sin dall’inizio in un dramma percepibile. Non so quanto il regista abbia voluto e cercato  quel clima grigio, quasi da città del nord Europa che caratterizza il film, fatto sta che Trinidad appare in una luce soffusa, malinconica, con quelle nuvole che errano in un cielo azzurro oscurando il sole, creando un seno di angoscia e partecipazione al dramma delle quattro vite che si andrà via via dipanando.

I due amanti uniti nella morte

Luigi Scattini si conferma regista di classe, fa sinceramente male leggere critiche feroci al suo modo di fare cinema: chiunque abbia visto Il corpo non potrà mai definirlo, alla fine, un film erotico. L’erotismo c’è, ma è usato con leggerezza, non ha nulla di torbido. Viceversa, per parte della critica, diventa l’elemento pregnante dell’opera. Un vero peccato, visto che purtroppo molti spettatori, alla fine, subiscono il condizionamento di gente che il cinema lo conosce solo per sentito dire.

Il corpo di Luigi Scattini con Zeudi Araya, Enrico Maria Salerno, Leonard Mann,Carroll Baker


Liberi, armati, pericolosi

Luglio 3, 2009

La giovane Lea si reca in commissariato per denunciare la probabile rapina di tre suoi amici, il biondo, Giò e Luis (quest’ultimo è il suo ragazzo) ai danni di un distributore di benzina nel centro di Milano. Il commissario decide di ascoltare la ragazza, che ha assicurato che i tre non sono pericolosi, e che hanno intenzione di fare la rapina con un’arma giocattolo; così si apposta con i suoi uomini davanti alla stazione di servizio.

Eleonora Giorgi è Lea

Thomas Milian

Ma le cose vanno diversamente; il biondo spara sul benzinaio, e nel conflitto a fuoco che segue vengono uccise altre tr persone. I tre riesconoa  fuggire, e da quel momento ha inizio una drammatica corsa contro il tempo per fermare i tre giovani delinquenti, che si lasciano alle spalle una lunga scia di sangue. Giò e il biondo rapinano una banca, uccidendo una guardia, e subito dopo si recano da un loro amico, a capo di una gang di giovinastri e assieme progettano un colpo ad un supermercato.

Max Delys è Luis

Stefano Patrizi è Il biondo

Benjamin Lev è Giò

La sanguinosa rapina in banca

Qui, subito dopo la rapina, Giò e il biondo massacrano i loro compagni di malefatte, e fuggono verso la campagna, dopo aver prelevato da casa la giovane Lea. Ma la loro fuga termina in un boschetto, dove, dopo aver ucciso una coppia di turisti e un guardiacaccia, vengono circondati dalla polizia, con prevedibile dramma finale.

Liberi,armati, pericolosi non è un film poliziesco, quanto piuttosto un noir con evidenti intenti moralistici. Ed è quest’ultima prerogativa quella che urta di più nell’economia di un film che già di per se è infarcito di luoghi comuni da vendere. A parte l’assoluta improponibilità della trama, con i tre teppistelli che seminano sangue senza che la polizia possa in qualche modo fermarli, che rapinano una banca gettando poi i soldi della rapina dai finestrini dell’auto in mezzo ad un mercato, quello che urta ancor più sono alcuni dialoghi da far accapponare la pelle.

Gloria Piedimonte

Diego Abatantuono

Come quello tra il commissario (un Thomas Milian a disagio) e i tre genitori dei ragazzi, ai quali ammanisce una ramanzina degna di miglior causa; altra ridicolaggini del film sono evidenti anche in presa diretta, come la sequenza dell’elicottero che intercetta i giovani in un cam; Luis e Giò sono visibilissimi nella ripresa dall’alto, visto che sono all’interno di una capanna senza pareti. Ebbene, l’elicottero si lascia sviare dal biondo che simula un amplesso con Lea…mentre i due rimangono tranquillamente in bella vista nella capanna.

“Dove sono andati? (chiede il commissario)- A dar via il culo (la risposta…) “

Dialoghi surreali a parte, e improbabilità della trama anche, quanto meno ci si consola con le sparatorie a gogo, con gli inseguimenti, ben girati, e con il ritmo della pellicola. Perchè, per il resto, tutto è davvero poca cosa. I tre attori, Max Delys (il solito divetto dei fotoromanzi diventato attore), Stefano Patrizi e Benjamin Lev sono davvero espressivi come cariatidi del Partenone. si salva Eleonora Giorgi, sicuramente di ben altro livello rispetto ai tre, e in qualche modo un imbarazzatissimo Thomas Milian, che recita la famosa paternale in modo tanto irruento da renderla ancora più surreale.

Un ridicolo stratagemma per ingannare l’elicottero della polizia

Diretto da Romolo Guerrieri, Liberi armati pericolosi è un prodotto tipico del B movie italiano degli anni settanta, pieno di predicozzi, situazioni accennanti alla realtà violenta di quegli anni, sparatorie a volontà, polizia inefficiente, violenza gratuita e tutto il corollario di denunce sulla società degli anni di piombo, viste però con intenti moraleggianti, poco concreti e sopratutto con un linguaggio a tratti becero, a tratti improbabile e sguaiato.

L’ennesimo omicidio, quello dei campeggiatori tedeschi

Luis e il biondo precipitano dal viadotto

I cattivi pagano sempre

Liberi, armati, pericolosi un film di Romolo Guerrieri. Con Eleonora Giorgi, Benjamin Lev, Thomas Milian, Stefano Patrizi, Max Delys, Venantino Venantini, Salvatore Billa, Gloria Piedimonte, Diego Abatantuono, Giorgio Locuratolo
Poliziesco, durata 91 min. – Italia 1976


L’Italia s’è rotta

Luglio 2, 2009

Due siciliani che lavorano a Torino, Peppe e Antonio, decidono di lasciare la città piemontese, subito dopo aver avuto alcune traversie con dei malviventi locali, spacciatori di droga. Durante il viaggio di ritorno verso la Sicilia, imbarcano con loro la giovane Domenica, una prostituta che Antonio è riuscito a liberare dalla schiavitù del suo pappone;

Dalila Di Lazzaro è Domenica

Clelio Matania, Enrico Montesano e Teo Teocoli

è l’inizio di un viaggio attraverso un’Italia che sembra un paese del terzo mondo, con le sue contraddizioni e i suoi difetti. I tre, caricati in auto un commendatore e la moglie, non riceveranno in cambio del gesto nulla, cosa che si ripeterà in Toscana, dove daranno una mano ad una nobildonna, rimanendo anche in questo caso a bocca asciutta. Coinvolti in una rapina, riusciranno a mettersi in tasca pochi spiccioli; il loro viaggio, che sembra ormai un’odissea di sfigati, li vede far tappa in Calabria, dove i tre assaporano la bellezza del mare locale, facendo il bagno nudi, come bambini.

La celebre sequenza del bagno dei tre amici nudi

Vengono denunciati per oltraggio al pudore da un magistrato ipocrita, il quale con una scusa trattiene Domenica; i due amici, ritornati in Sicilia, verranno coinvolti in una storia di droga. Certi di dover fare i conti con la mafia locale, ai due non resta altro da fare che percorrere a ritroso il viaggio, e ritornare a Torino, cosa che faranno dopo aver ripreso con loro Domenica.

L’Italia s’è rotta è un film girato da Steno nel 1976, in un momento davvero difficile della vita del paese; scioperi, attentati , crisi energetica, infalzione a due cifre. Un’ Italia rotta, come recita il titolo del film, che diventa un vero e proprio Easy rider di casa nostra, un on the road che mette in mostra tutti gli italici problemi. La fine del miraggio del boom, con l’emigrazione dal sud che ha finito per non integrarsi del tutto al nord, simboleggiata dai due giovani alla ricerca delle vere radici. I due amici finiscono per sperimentare le anime di un paese in crisi di identità, fra miseria e miserie personali, meschinità varie e varia umanità.

Teo Teocoli

Franca Valeri

Un film profondamente amaro, con un finale che vede Antonio e Peppe tornare sui propri passi, quasi rassegnati ad una vita che non vogliono, ma che rappresenta l’unica possibilità di tirare a campare. Un film che non riesce del tutto, forse perchè troppo ambizioso, in bilico tra una comicità alle volte grottesca, alle volte con note stonate. Non mancano tuttavia momenti di gan cinema: memorabile la corsa dei tre amici sulla spiaggia, nudi e felici come bambini, senza ombra di corruzione o di malizia, interrotta dal solito perbenismo dell’autorità costituita.

Steno fa morire il magistrato ipocrita durante la visione di Gola profonda, simbolo di una trasgressione ahimè solo visiva in un paese dalla moralità con confini molto incerti, in ilico tra tradizione e futuro. Un film con molti difetti, pronto a puntare il dito sulle anomalie di un paese cresciuto solo a livello economico, e mai diventato davvero nazione, con i difetti tipici dell’italiano: individualismo anarcoide, qualunquismo, disfattismo.

La denuncia c’è, ma Steno privilegia il lato grottesco, incidendo alla fine solo a metà e lasciando al cinema un’opera incompleta, priva di veri affondo contro il sistema. Tuttavia la pellicola è godibile, anche per la verve degli attori protagonisti, Teo Teocoli, che interpreta Peppe, Mario Scarpetta che interpreta l’amico Antonio, una bellissima e sexy Dalila Di Lazzaro nel ruolo della giovane prostituta Domenica. Spazio ad attori di fama in ruoli minori, come Enrico Montesano che interpreta il rapinatore, Alberto Lionello nel ruolo dello scultore zio di Domenica, la solita grande Valeria Valeri nel ruolo della contessa, Duilio Del Prete, l’ipocrita magistrato.

L’Italia s’è rotta, un film di Steno. Con Clelia Matania, Enrico Montesano, Duilio Del Prete, Dalila Di Lazzaro, Franca Valeri, Alberto Lionello, Mario Carotenuto, Loris Bazzocchi, Carla Calò, Orazio Orlando, Mario Scarpetta, Armando Marra, Marisa Laurito, Teo Teocoli
Commedia, durata 105 min. – Italia 1976.


Sapore di mare

Luglio 1, 2009

Estate del 1964, Versilia: sulle spiagge toscane si incrociano le storie di un gruppo eterogeneo di ragazzi. Paolo e Marina, due ragazzi napoletani, con l’immancabile famiglia folcloristica al seguito, conoscono un gruppetto di amici in vacanza, tra i quali ci sono Luca e Felicino, due fratelli figli di un ricco industriale lombardo.

Marina Suma (Marina) con la sua famiglia

Del gruppo fanno parte una coppia di spocchiosi gemelli toscani, l’intellettualoide Gianni, fidanzato con la bellissima Selvaggia, Giorgia, una insipida ragazza un tantino snob. Tra i ragazzi si intrecciano storie e flirt; il più complicato capiterà proprio a Gianni, che avrà un’avventura, per altro molto platonica, con Adriana, una matura signora sposata con un industriale interessato solo alle auto.

Jerry Cala, è  lo scapestrato e irriverente Luca

Questo metterà in crisi il rapporto tra Gianni e Selvaggia, mentre si svolge un altro flirt, quello tra Marina e Luca, che più che ad una storia seria sembra puntare alla solita avventura estiva. Il fratello di Luca, Felicino, rientra dall’Inghilterra con una inglesina piuttosto pepata e anticonformista, Susan, della quale si innamorerà perdutamente Paolo.

Isabella Ferrari, (Selvaggia), Gianni e Luca

Il gioco delle coppie continua, tra avventure, scherzi, giochi: la fine dell’estate vedrà lo scioglimento dell’allegra compagnia, che da quel momento non si rivedrà più, se non nel 1982, quando, casulamente, Marina tornerà in Versilia alla Capannina, il mitico locale degli anni sessanta, e troverà Luca e Felicino intenti a vivere la loro vita spensierata, di playboy segnati dal tempo. Marina riceverà un biglietto da Luca, che simboleggia, in qualche modo, il tempo trascorso tra l’adolescenza e l’età matura, quasi un gesto di rimpianto del vecchio amore della donna : «Questo biglietto vale per tutte le lettere che non ti ho mai scritto. A proposito, sei sempre la più bella…».

Christian De Sica (Felicino) e Karina Huff (Susan)

Virna Lisi (Adriana)

I giovani spensierati sono diventati adulti, e la loro vita è cambiata: Marina si è sposata, ma pensa ancora con nostalgia a quell’estate, l’estate del primo amore. Gianni non si è sposato, è in cerca del grande amore e fa il giornalista, Selvaggia si è sposata, ha divorziato e convive con un venditore di auto, mentre Paolo e Susan sono diventati marito e moglie. Adriana ora ha un nuovo amore: è ilfiglio, che chiede alla madre, sulle note di Celeste nostalgia, cosa avessero di speciale gli anni sessanta.

Susan e Paolo

Susan e Felicino

Sapore di mare, film del 1982, diretto da Carlo Vanzina, è un film molto importante per una serie di motivi:

- arriva in un anno, il 1982, di pesante crisi dell’industria cinematografica; crisi di spettatori, ma anche crisi di idee, e riporta nelle sale un pubblico numeroso, grazie al sapiente cocktail realizzato dal figlio del grande Steno tra musica, revival, gag, simpatia degli attori, divertimento senza pensieri;

Luca e Marina

Susan e Luca

- lancia una pattuglia di giovani attori, che ben presto diverranno famosi, o vedranno in rialzo la loro carriera, come Marina Suma, Isabella Ferrari, Jerry Cala, Christian De Sica, Karina Huff, Angelo Cannavacciuolo, integrati perfettamente ai più noti Cannavale, Virna Lisi, Ennio Antonelli;

Compaiono i primi topless

- diventa un cult per le musiche davvero sontuose, praticamente il meglio della produzione italiana degli anni sessanta, come Sapore di sale di Paoli, Stessa spiaggia stesso mare di Focaccia, I watussi e Abbronzatissima di Vianello, e ancora Senza fine, Ritornerai, Una carezza in un pugno, Come te non c’è nessuno, Perdono.

L’estate va verso la fine

A questo bisogna aggiungere l’aver fatto da apripista ad una serie di pellicole balneari, forse meno incisive e riuscite, ma che ebbero il merito di riportare spettatori al cinema. Un film a tratti divertente, a tratti malinconico, come quel finale alla Capannina, con le note di Celeste nostalgia di Cocciante  a chiudere mentre Virna Lisi risponde al figlio, che le chiedeva cosa avessero di speciale gli anni sessanta, ” non lo so, so soltanto che ci batteva forte il cuore”

Estate del 1982, 18 anni dopo:  Luca, Felicino e a sinistra una giovane Alba Parietti

Un film un tantino ruffiano, ma veramente poco: il tutto assume l’aspetto di uno spaccato generazionale una volta tanto non giocato sull’mpegno o su discorsi seri e paroloni, ma sulla spensieratezza, sulla voglia di vivere, su quelle che erano davvero le estati degli anni sessanta, le estati del surf e del twist, dei balli lenti e dell’hully gully, i prototipi dei balli di gruppo. Un bel film, davvero, recitato discretamente, e che ebbe un seguito di assoluto minor rilievo, Sapore di mare due un anno dopo, diretto da Cortini, ma senza i personaggi fondamentali di marina e Luca, e sopratutto senz ala magia che aveva creato Vanzina con la sua perfetta alchimia musica-nostalgia.

18 anni dopo, Susan e Marina, ora cognate….

… e Selvaggia

In ultimo da sottolineare le prove dei vari attori: bravo Cala nei panni dello spensierato playboy Luca, bellissima e seducente Virna Lisi nel ruolo della matura Adriana, bravo De Sica nel ruolo dell’antipatico Felicino, splendida Isabella Ferrari in quello di Selvaggia. Si segnalano anche Paolo Baroni e Angelo Maggi nei panni dei marchesini Pucci, Giorgia Fiorio, futura fotografa di gran fama nel ruolo di Giorgia.

Estate del 1982: Gianni.…..

… e Adriana con il figlio

Marina legge il biglietto di Luca :

«Questo biglietto vale per tutte le lettere che non ti ho mai scritto. A proposito, sei sempre la più bella…».


Alcune frasi tratte dal film:

« Devi imparare a socialize… a socializzare… come un’ape, che vola su tanti fiori: prende qua, prende là e poi diventa migliore »

« Ganza ’sta battuta! Proprio ganza! Ganzissima!!! »

« Per quest’anno, non cambiare: vengo al mare per ciullare. E, come l’anno scorso, c’è il pirla del bagnino»

“- Ma chi è? Un’amica?
- Ma che amica? È una che si trombava vent’anni fa… pisellone!”

“- Ma non facciamo i barboni, ma cosa volete che sia qualche chilo di caviale!
- Vorrà dire che quest’inverno ci rifacciamo con le paghe degli operai… va ben?
- Chissà perche i padri quando invecchiano diventano cosi stronzi?
- Te lo dico io il perché… perché hanno dei figli pistola come te.”

“Uhe ragazzi, mi dispiace… la musica è finita, gli amici se ne vanno… Dai Marina, andiamo in branda va!”

Sapore di mare, un film di Carlo Vanzina. Con Jerry Calà, Marina Suma, Karina Huff, Virna Lisi, Alba Parietti, Edoardo Vianello, Ennio Antonelli, Rita Forzano, Gianfranco Barra, Ugo Bologna, Guido Nicheli, Isabella Ferrari, Annabella Schiavone, Angelo Maggi, Paolo Baroni
Commedia, durata 98 min. – Italia 1983.

La colonna sonora di Sapore di mare

* Stessa spiaggia, stesso mare – Piero Focaccia (sigla iniziale)
* Abbronzatissima – Edoardo Vianello
* Cuando calienta el sol – Los Marcellos Ferial
* Sei diventata nera – Los Marcellos Ferial
* Luglio – Riccardo Del Turco
* I Watussi – Edoardo Vianello
* Il capello – Edoardo Vianello
* Windsurf – Edoardo Vianello
* Una carezza in un pugno – Adriano Celentano
* Come te non c’è nessuno – Rita Pavone
* Senza fine – Mina
* Tremarella – Edoardo Vianello
* O mio Signore – Edoardo Vianello
* Guarda come dondolo – Edoardo Vianello
* Andavo a cento all’ora – Gianni Morandi
* Nessuno mi può giudicare – Caterina Caselli
* Se mi vuoi lasciare – Michele
* Perdono – Caterina Caselli
* C’è una strana espressione nei tuoi occhi – Rokes
* Segreti – Giorgia Fiorio
* Un anno d’amore – Mina
* Alla mia età – Rita Pavone
* Mi sono innamorato di te – Luigi Tenco
* Una rotonda sul mare – Fred Bongusto
* Non ho l’età (per amarti) – Gigliola Cinquetti
* Il cielo in una stanza – Mina
* Non son degno di te – Gianni Morandi
* Una lacrima sul viso – Bobby Solo
* When you walked in the room
* Celeste nostalgia – Riccardo Cocciante
* Il peperone – Edoardo Vianello (sigla finale)
* Prendiamo in affitto una barca – Edoardo Vianello (sigla finale)



Mio Dio, come sono caduta in basso

Giugno 30, 2009

La giovane e bellissima marchesa Eugenia di Maqueda sta per sposare Raimondo Corrao, plebeo; lei probabilmente è anche innamorata di lui, Raimondo ha bisogno di un titolo nobiliare. La ragazza, allevata dalle suore, è completamente a digiuno delle cose del sesso, così attende con curiosità la prima notte di nozze. Ma, durante l’approccio del marito, i due vengono interrotti da un telegramma.

Eugenia a lezione di sesso dalla vecchia zia

Chi scrive è il padre della ragazza, che racconta ai due stupefatti coniugi di essere il padre di entrambi. Come rivelato da un diario nascosto in un cassetto della specchiera della camera da letto, il padre, roimasto privo di parte della virilità durante la guerra d’Africa, tornato a casa si fa sostiuire nel talamo dal suo fedele attendente, in modo da poter dare un erede maschio alla sua casata, sopratutto per non perdere un’ingente eredità.

L’inganno

Eugenia si prepara per la prima notte di nozze

Il trucco funziona parzialmente, perchè la moglie del barone resta incinta, ma sopre l’inganno e poco dopo aver dato alla luce Raimondo, muore. Mentre il barone, da quel momento, si da alla bella vita, per Eugenia inizia una vita lontana dalle tentazioni del mondo tra le suore di un collegio.

Jean Rochefort, il barone gaudente

La scoperta del rapporto di parentela costringe i due ad una vita casta; ma Eugenia è giovane e vogliosa, così, dopo essersi offerta ad un barone francese, seduttore impenitente, viene da questi rifiutata perchè vergine. Disperata, Eugenia rivolge le sue attenzioni su Silvano, focoso autista della famiglia. Mentre Raimondo si immerge nei piaceri della lettura di D’Annunzio, Eugenia sperimenta i piaceri della carne con il giovane Silvano. La storia finisce perchè Silvano viene arrestato per furto.

Laura Antonelli, Eugenia, la sposa condannata alla castità

Così, mentre Raimondo parte per la guerra d’Africa, Eugenia si dedica alle opere pie, sempre sospirando l’amore e le gioie della carne. Durante la guerra si imbatterà proprio in Silvano, rimasto gravemente ferito al fronte. Dopo una breve avventura saffica con una sua libertina conoscente, Eugenia, rimasta vedova, si rifugia a Parigi, meditando il suicidio. Ma qui verrà raggiunta da Silvano, che non l’ha dimenticata, e i due ritroveranno l’amore.

Il voto di castità di Guglielmo, Alberto Lionello

Diretto da Luigi Comencini, Mio Dio come sono caduta in basso è una commedia con intenti satirici; la diversa interpretazione dei ruoli maschili e femminili nell’Italia di inizio secolo, nel meridione, per l’esattezza, è una delle chiavi di lettura del film. Che resta sospeso tra la commedia, a tratti graffiante, e la pochade, quasi un romanzo d’appendice di Liala. Grazie a costumi raffinati e ad una splendida fotografia, Comencini ritrae una Sicilia peccaminosa dietro la parvenza di moralità, simboleggiata dal tradimento boccaesco del barone,

Michele Placido, Silvano, un autista tutto fare

” Nettami, mondami, lavami….”

che sacrifica la virtù della moglie per i soldi, dall’atteggiamento del gattopardesco Raimondo, dalle pulsioni erotiche di Eugenia, personaggio in bilico tra la morale imposta da un’educazione assolutamente repressiva e le pulsioni della carne e dei sentimenti. Il tutto si dipana attraverso una storia che si lascia guardare con piacere, atratti beffarda, a tratti ironica e sarcastica.Sicuramente all’altezza i personaggi, con Alberto Lionello un pò sulle  righe nell’interpretazione di Raimondo Corrao,

Il primo incontro d’amore di Eugenia

di Laura Antonelli, deliziosamente sexy e ingenua in una delle sue migliori interpretazioni. Bene Pagliai, il barone di Maqueda, viveur dedito ad una vita di agi e mollezze, bello il cameo di Rochefort, il barone che rifiuterà le avance di eugenia, perchè attratto solo da donne vissute. E un bravo anche al giovane Michele Placido, che interpreta perfettamente il ruolo dell’autista, futuro amore proibito di Eugenia.

Guglielmo si consola…

…ma scoperto suscita l’ira e lo sdegno di Eugenia

Cameo per la futura porno star Karin Schubert, nella parte di una disinibita amica di Eugenia. Memorabili le scene della prima notte di nozze, e sopratutto quella della seduzione di eugenia da parte di Silvano, in un casolare; l’uomo si troverà a fare i conti con mutandoni, corpetti, guepiere, una massa di vesti capaci di spegnere sul nascere qualsiasi desiderio sessuale.

La prima avventura saffica con l’amica, Karin Schubert

Mio Dio, come sono caduta in basso, un film di Luigi Comencini. Con Michele Placido, Laura Antonelli, Alberto Lionello, Rosemarie Dexter, Ugo Pagliai, Lorenzo Piani, Jean Rochefort, Karin Schubert, Carla Mancini
Commedia, durata 110 min. – Italia 1974.


Lorraine De Selle

Giugno 29, 2009

Lorraine De Selle nel film Dove vai in vacanza?

Lorraine De Selle, attrice francese nata a Parigi nel 1951, è stata un’ottima caratterista nei ruoli che ha interpretato nel periodo che va dal 1976, anno in cui girò il film di Giulio Berruti Noi siam come le lucciole fino al 1984, anno in cui girò Wild beast-Belve feroci per la regia di Franco Prosperi, ultima sua parte come attrice in un film, prima di dedicarsi alle serie tv e alla produzione televisiva. Ha girato, per il cinema, 20 film nell’arco di otto anni, alcuni dei quali con ruoli da co-protagonista; alcuni di essi sono film di buon livello, e mostrano come l’attrice abbia selezionato, nel corso della sua carriera, i film a cui partecipare.

Lorraine De Selle nel suo ultimo film Wild beast-Belve feroci

Dopo l’esordio, interpreta nel 1977 il film di Joe D’amato Il ginecologo della mutua, discreto prodotto con qualche ambizione satirica imperneto sulle vicende di un ginecologo, interpretato da Renzo Montagnani, che rileva uno studio e che docrà vedersela con uno stuolo di clienti decisamente attraenti. Un film in cui Lorraine interpreta il ruolo della compagna della moglie del ginecologo, ed è affiancata da un cast di livello, fra cui spiccano  Aldo Fabrizi, Mario Carotenuto, Massimo Serato, e tra le donne Paola Senatore, Daniela Doria e Isabella Biagini.

Lorraine De Selle in Cannibal ferox di Lenzi

Due fotogrammi tratti dal film Una donna di notte

Lo steso D’Amato la vuole nel cast di Emanuelle in America, in una piccola particina; sempre nel 1977 è nel film KZ9 – Lager di Sterminio , di Bruno Mattei, film del filone nazi exploitation, con qualche ambizione, in cui vengono descritte le condizioni di vita di alcune detenute sottoposte a crudeli esperimenti. Sono davvero piccole parti, ma nel cinema l’importante è sempre fari notare: così nel 1978 arriva ancora una piccola partecipazione a Dove vai in vacanza? film a episodi diretto da Bolognini e Salce.

Lorraine in Vacanze per un massacro

Violenza in un carcere femminile

Una parte leggermente più ampia le è riservata nel successivo Nero veneziano, inusuale thriller gotico diretto dal bravo Ugo Liberatore; in questo film Lorraine è una delle adepte di Christine, la protagonista, che sta per mettere al mondo il figlio del demonio. La prima parte principale arriva con Rossati in Una donna di notte, strano connubio di thriller e dramma incentrato su uno scrittore che per sopravvivere è costretto a scrivere romanzi porno e idea così il personaggio di Bianca Maria, impersonato proprio dalla De Selle, che in realtà è la sua dirimpettaia, che immagina come una crudele sadica che alla fine, immaginariamente, lo evira.

Con Laura Gemser in Black Emmanuelle

Lorraine in Vacanze per un massacro

I contrabbandieri di Santa Lucia , lavoro successivo del 1979, diretto da Alfonso Brescia, la vede lavorare interpretando un personaggio con il suo stesso nome; il film appartiene al genere poliziesco, così come il successivo Gardenia, giustiziere della mala, di Paolella, che vede nel ruolo principale il cantante Franco Califano. Nel 1979 Lorraine interpreta tre ruoli completamente differenti in tre film di diversa tipologia. In Viaggio con Anita di Comencini, interpreta Jennifer amante del protagonista Giancarlo Giannini, in La liceale seduce i professori di Mariano Laurenti è Fedora, amica della liceale protagonista, Gloria Guida, mentre in Tre sotto il lenzuolo ,film diretto dal tandem Paolo Dominici, Michele Massimo Tarantini è Giulia, la moglie di Antonio, che vorrebbe spassarsela con lei e invece è costretto ad assistere alle interminabili telefonate della donna, con conseguenti corna finali.

Lorraine De Selle in Vacanze per un massacro

Violenza in un carcere femminile

Il ginecologo della mutua

Tre personaggi che mettono in mostra anche la sua verve comica, e che ne fanno un ottimo personaggio di contorno. Vacanze per un massacro, del 1980, regia di Fernando Di Leo la vede nuovamente protagonista, questa volta in un ruolo conturbante, quello della bella Paola, che trascorre un week end morboso con la sorella e il compagno di questa. Il film successivo è il violento La casa sperduta nel parco, di Deodato: film claustrofobico, tutto girato in una villa, nella quale irrompono due delinquenti che brutalizzeranno i protagonisti, fra i quali c’è anche Gloria, il personaggio interpretato da Lorraine. Storia senza parole, di Biagio Proietti, del 1981, un confuso mistery, non ottiene alcun successo,

Due fotogrammi con Lorraine De Selle nel film La liceale seduce i professori

ma nel 1981 arriva un lusinghiero successo personale con Cannibal ferox, ottimo cannibal movie di Umberto lenzi, in cui Lorraine ha una parte di primo piano, quella di Gloria Davis, la studentessa prossima alla laurea che scopre la violenza dei bianchi ai danni delle popolazioni indigene dell’Amazzonia, e che alla fine sarà anche l’unica a uscire viva dalla terribile avventura.Violenza in un carcere femminile, di Mattei, il lavoro successivo, la vede questa volta protagonista in un ruolo negativo, quello di una guardiana del carcere in cui è rinchiusa Emanuelle, la fotografa eroina della serie interpretata da Laura Gemser.

Nero veneziano

Lorraine, nel frattempo, ha alternato con intelligenza le aprti cinematografiche con presenze in alcuni serial televisivi, come il popolare Il ritorno del Santo oppure Sam e Sally e Ophiria. Questo le permetterà, una volta chiusa la carriera cinematografica, di restare nel mondo televisivo, ponendo così le basi per la sua successiva carriera.Nel 1983 lavora ancora con Mattei e la Gemser in Emanuelle fuga dall’inferno prima di interpretare l’ultimo ruolo cinematografico, quello di Laura Schwarz in Wild beast-Belve feroci di Prosperi.

Lorraine con Zora Kerova in Cannibal ferox

Black Emanuelle

Lorraine De Selle, pur non essendo una vamp, una di quelle bellezze indimenticabili, dal fisico prosperoso, ha saputo comunque ritagliarsi un suo spazio cinematografico ben definito, rifuggendo sopratutto film spinti e commedie scollacciate, cosa capitata a molte sue colleghe dal cognome anche più illustre; in un momento davvero difficile per il cinema, la seconda metà degli anni settanta, è riuscita a ritagliarsi un angolino, con interpretazioni misurate. Un vero peccato che abbia scelto di lasciare il cinema a 30 anni, età in cui le attrici danno il meglio di se stesse.


Cuore di mamma

Giugno 28, 2009

Provo ad usare una sola definzione per giudicare Cuore di mamma, film di Salvatore Samperi targato 1968, quindi uscito in piena epoca di contestazione: presuntuoso.
Un film che mette a cuocere mille argomenti, che alla fine non ne concretizza nemmeno uno, Storia slegata, paradossale, giocata su troppi livelli, eccessivamente fuosi e intellettualidi, con una trama scoordinata e paradossale, un film, insomma, che ha pochi pregi e una marea di difetti.

Storia che racconta la personale vicenda di Lorenza, impiegata di una libreria, pressochè sempre occupata a seguire i suoi tre figlioli, dei quali il più grande è un autentico teppista, vagamente somigliante ad un nazistello, l’enfant terrible, per esempio, fissato con la superiorità della razza italica (un bambino!), che tenta di lanciare con un razzo rudimentale prima il fratellino in orbita, poi, non riuscendoci, prova con il gatto con il bel risultato di fare esplodere il razzo con dentro la povera bestiola.

Non solo: il ragazzino terribile incide con un punteruolo le natiche di una giovane domestica, rinchiude in un armadio l’anziana governante, costringendola a denudarsi per uscire dallo stesso. Un campionario di assurdità, che trovano il culmine nell’omicidio del piccolo Sebastiano, affogato nella vasca del bagno. Nel frattempo Lorenza, svagata e preda di un mutismo assoluto (non dirà mai una sola parola nel corso del film), segue un gruppo di terroristi, decisa a saperne di più; conosciutili meglio, ne sposerà la causa, accettando  loro attentati contro il potere borghese.

Nel frattempo il piccolo nazista di casa uccide la sorellina; non pago, grazie ad una serie di registrazioni, monta su un accusa poco credibile nei confronti della madre. che, dal canto suo, accetta passivamente la presenza dell’ex marito, della sua nuova compagna, la corte della ambigua cognata. Quando l’apatica Lorenza si rende conto del potenziale devastante del figlio, ne provoca la morte, facendolo esplodere con uno dei razzi che il giovinastro aveva assemblato. Dopo di che, incurnte del dolore che una madre dovrebbe quantomeno provare di fronte alla perdita di tre figli, va a far esplodere la fabbrica dell’ex marito.

Apologo confuso, cialtrone e furbetto, Cuore di mamma lascia inespresse tutte le sue eventuali potenzialità, attraverso una narrazione spezzettata, tesa più all’esposizione delle teorie di Samperi sui mali della società che alla costruzione di un modello di riferimento di valori, attraverso una denuncia non fumosa dei famosi mali, ma realistica, obiettiva e oggettiva. Tutto ciò nel film rimane clamorosamente inespresso, e a nulla vale la presenza di una grande Carla Gravina che rende al meglio il pur assurdo personaggio di Lorenza,

guerrigliera radical chic la cui famiglia finisce per autodistruggersi, quasi un olocausto propugnato da un Samperi che mostra, una volta di più, di essere uno dei registi più insopportabilmente sopravalutati della storia dl cinema. Bene anche Beba Loncar, nei panni dell’ambigua, anche sessualmente, cognata di Lorenza, e bene Leroy, anche se un tantino spaesato, nei panni dell’industraile marito della donna. Un cenno al piccolo protagonsita della pellicola, il bambino terribile: riesce ad essere così odioso da meritare un oscar. Un oscar per un film così eccessivo, banale e mal costruito, in effetti, mi sembra un pò troppo.

Cuore di mamma, un film di Salvatore Samperi. Con Philippe Leroy, Beba Loncar, Carla Gravina, Yorgo Voyagis, Rina Franchetti, Roberto Bruni, Paolo Graziosi, Nicoletta Rizzi, Mauro Gravina, Monica Gravina, Massimiliano Ferendeles, Valentino Orfeo, Sara Di Nepi, Massimo Monaci, Rossano Jalenti, Claudio Dani
Drammatico, durata 92 min. – Italia 1968


La bestia

Giugno 27, 2009

Il Marchese Pierre de L’Esperance ha un figlio, Mathurin, che vuol dare in sposo alla giovane Lucy Broadhurst, ricca ereditiera americana; Mathurin è un giovane strano, attratto solo dai suoi cavalli, timido e impacciato; il padre, il nobile Pierre, conta su di lui per rinforzare le sue esauste finanze. Il Marchese si mobilita per dare un tocco di nobiltà al matrimonio, e per fare ciò contatta il cardinale  de Balo per celebrare il matrimonio. Ma la sua decisione viene osteggiata dal fratello del porporato, Remondello de Balo, deciso ad opporsi alle nozze con tutte le sue forze. Remondello, costretto a vivere su una sedia a rotelle, viene però dapprima ricattato da Pierre, e dopo aver fatto una telefonata al porporato, per convincerlo a venire a celebrare le nozze, viene ucciso da Pierre.

L’arrivo di Lucy nella tenuta dei L’Esperance

Lucy conosce Remondello de Balo

Nel frattempo nel castello dei L’Esperance arriva Lucy con la sua governante; la ragazza, di notte, inizia a sognare Romilda, antenata dei L’Esperance vissuta due secoli prima. La donna un giorno era stata violentata ( con molta partecipazione personale) da una mostruosa creatura, e la giovane Lucy rivive tutte le scene dell’avventura. Al suo risveglio, eccitata, Lucy si reca nuda da Mathurin, e scopre che il giovane è morto.

Pierre De L’Esperance

Il cadavere di Mathurin viene composto in sala da pranzo, ma la governante di Lucy, curiosa, si avvicina, lo denuda e scopre con orrore che Mathurin aveva la cosa e parte del corpo coperto di peli. In preda al terrore, le due done, scarmigliate, fuggono dal castello. La trama di La bestia, film di Walerian Borowczyk alla fine è solo un pretesto per un attacco ironico, e allo stesso tempo sarcastico, alle convenzioni sociali, alla religione e perchè no, alle fobie del sesso. Le frequenti inquadrature degli accoppiamenti tra cavalli, le scene di zoofilia tra la bestia e la nobile Romilda, dapprima spaventata e in seguito partecipe dell’accoppiamento, altro non sono che una demitizzazione del sesso.

Clarissa tenta di consolarsi con un cameriere…..

… ma rimane sola e sconsolata

Così come evidente è l’attacco anticlericale del regista, che sottolinea perfidamente la tendenza pedofila del sacerdote che arriva nel castello di L’Esperance, oltre che porre in una luce decisamente squallida sia il cardinale che il suo accompagnatore, attraverso dialoghi che ad un certo punto diventano surreali. Al solito Borowczik privilegia l’atmosfera e la fotografia, immergendo il film in un’atmosfera sospesa tra realtà e sogno: è sogno quello di Lucy, il vedere come nella realtà gli accoppiamenti tra la bestia e Romilda, che causeranno la morte della bestia stessa, consumata dai troppi orgasmi, o è un rivivere le scene avvenute 200 anni prima, questa volta con l’erede dei L’Esperance, il giovane e malinconico, oltre che tendenzialmente stupido Mathurin?

L’equivoco sacerdote

E’ davvero solo un sogno quello di Lucy?

Le musiche di Scarlatti, che sottolineano i passaggi cruciali del film suonano beffarde, scandiscono i momenti salienti del film, ironiche e quasi barocche, dando al tutto un tocco di lievità in contrasto stridente con l’atmosfera del film. Le scene erotiche, davvero forti, si contrappongono in maniera determinante all’atmosfera di cupo perbenismo dei protagonisti, con il loro carico gioioso di lussuria, opposta, per esempio, alla fozata castità del sacerdote ( solo teorica, perchè il regista lascia capire che è solo una facciata).

La bestia

Lucy scopre il corpo senza vita di Marhurin

L’eros opposto al perbenismo, la promiscuità sessuale come liberazione, l’istinto profondamente animale che alberga in noi, come evidenziato dal compiacimento erotico di Romilda, e in qualche modo anche di lucy, che risvegliandosi dal sogno si masturberà vogliosamente con una rosa rossa. Sono alcune delle chiavi di lettura del film, una storia che potremmo condensare come una moderna rielaborazione del classico La bella e la bestia, alla sua uscita suscitò scandalo, tanto da essere vietato in diverse nazioni. Un errore colossale, perchè siamo di fronte ad un film che non ha nulla di morboso, ma anzi, al contrario, è un inno alla liberazione sessuale.

Ancora una volta Clarissa va in bianco

Quello che probabilmente scandalizzò, all’epoca, non furono tanto gli amplessi di romilda o le scene erotiche di Lucy, quanto il messaggio, apertamente scomodo e anticlericale, del regista. Un atteggiamento che Borowczyk ha replicato in tutti i suoi film, da Tre donne immorali ai Racconti immorali, da Immagini di un convento a Storia di un peccato. La critica riservò un’accoglienza assolutamente variegata alla pellicola: vituperato, condannato, ma allo stesso tempo esaltato e indicato come un genio, Borowczyk si vide sottoposto a processi di ogni genere, e non soltanto metaforicamente.

L’incredibile scoperta

Il sogno di Lucy

Per quanto riguarda il resto del film, da sottolineare, al solito, la cura del regista per i dettagli, per la fotografia e per le musiche. La parte di Romilda venne ricoperta dalla giovane Sirpa Lane, bravissima, che purtroppo in seguito non ebbe molta fortuna, finendo per morire nel 1999 di Aids.La parte di Lucy è interpretata da Lisbeth Hummel, attrice danese, che non combinò più nulla di buono in carriera, anzi, finì sul set di un film che trattava il tema della bestialità, La bella e la bestia, con l’evidente intento di sfruttare l’onda lunga del successo del film di Borowczyk.

Sogno? Realtà?

Da segnalare anche Pascale Rivault:, nel ruolo di Clarissa, parente dei L’Esperance, figura minore che nel film si trastulla, senza riuscire a consumare, con un dotato servitore di colore. La bestia, un film di Walerian Borowczyk. Con Lisbeth Hummel, Sirpa Lane, Elizabeth Kaza, Pierre Benedetti, Guy Tréjan Titolo originale La bête. Erotico, durata 104 (96) min. – Francia 1975.

Romilda e la bestia


La sanguisuga conduce la danza

Giugno 26, 2009

Ci sono film così brutti che inducono quasi ad un sentimento di commozione, mentre i fotogrammi si succedono sullo schermo; è il caso di questo pseudo thriller di Alfredo Rizzo, girato nel 1975. Rizzo, un passato da caratterista nel cinema italiano, con qualche discreta prova in buoni film come Pane amore e fantasia, passò alla regia dirigendo alcune sciagurate pellicole dai titoli anche imbarazzanti, come Carnalità; La sanguisuga conduce la danza nelle pie intenzioni di Rizzo, rimaste alla fine tali, doveva essere un thriller con qualche suggestione erotica.

Da sinistra a destra: Patricia Webley,Krista Nell e Giacomo Rossi Stuart

Preparativi per il viaggio

Doveva, appunto; il risultato finale è talmente piatto e sciatto da permettere a quest’opera di contendersi il poco ambito titolo di film più brutto del decennio settanta, grazie ad una trama praticamente inesistente, ad una recitazione a dir poco imbarazzante e ad uno svolgimento che si presta più al canovaccio di un film comico che del genere thriller.

La storia, di una pochezza disarmante, inizia con un ricco gentiluomo che si reca a visitare una scadente compagnia teatrale, impegnata in chissà quale rappresentazione. L’uomo si è invaghito di una delle protagoniste, che ricorda tanto sua moglie, scomparsa anni addietro. Così il gentleman (uno smarrito Rossi Stuart) invita la compagnia, nella quale lavorano alcune elle figliole, sulla sua isola, nel suo castello.

Due attricette della compagnia

Il gruppo ovviamente accetta, ma all’arrivo ben presto accadono fatti strani. A parte l’ostilità del personale, iniziano strane morti, tutte consumate tramite decapitaione delle malcapitate, con tanto di sorpresa finale, durante un ridicolo confronto tra i sospettati, con un solerte ( e anche purtroppo imbarazzante) funzionario di polizia che smaschera il colpevole.

Femi Benussi

A parte la già citata inconsistenza della trama, quello che sorprende di più nel film è la penosa ricostruzione ambientale; ridicola, per esempio, la scena del trasporto in barca della compagnia teatrale, con tanto di fumo proveniente dalla barca del regista che investe per qualche istante il gruppo di teatranti. Effetto nebbia? Mai vista una nebbia di pochi secondi in una splendida giornata di sole. Imbarazzanti le sequenze in bianco e nero rappresentanti tempeste inserite, senza alcuna logica, nella pellicola.

Giacomo Rossi Stuart e Patricia Webley

Forse Rizzo voleva far riferimento alla tempesta di Shakespeare, per nobilitare in qualche modo il film. Tra gli attori, a parte un imbarazzato Rossi Stuart, che sembra quasi divertirsi, tutti sulle righe gli altri attori; la povera Benussi sembra capitata per errore nel film, mentre le altre attrici si segnalano più che altro per la gradevolezza dei loro seni.

Le tre decapitazioni

Insomma, una pellicola da evitare con cura, inconsistente, vuota e mal recitata. Uno dei pochi esempi di thriller italiano di bassa, bassissima lega.

La sanguisuga conduce la danza, un film di Alfredo Rizzo. Con Femi Benussi, Krista Nell, Giacomo Rossi Stuart, Luciano Pigozzi, Leo Valeriano, Barbara Marzano, Alfredo Rizzo,Patricia Webley
Giallo, durata 87 min. – Italia 1975.

Femi Benussi